Con tristezza e profondo rammarico, diamo notizia del decesso del dottor Carlo Vicentini, reduce di prigionia e past-president U.N.I.R.R..

 vicentini

Il dottor Vicentini, classe 1917, aveva compiuto 99 anni lo scorso 12 dicembre. Al Fronte Orientale come sottotenente del Plotone Comando del Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino (i famosi diavoli bianchi), tanto aveva fatto per mantenere viva la memoria di chi non era tornato.

Si è spento stanotte.

Le esequie avranno luogo lunedì 20 febbraio, alle ore 11.00, presso il Duomo di Monte Porzio Catone.

Tutta l'U.N.I.R.R. si stringe intorno ai familiari e agli amici del dottor Vicentini, in un abbraccio mesto e partecipe.

 


Nato a Bolzano, sviluppa presto un grande amore per la montagna.

Nel 1931 – causa il lavoro del padre, portalettere – la famiglia si trasferisce a Roma.

Dopo la laurea frequenta la Scuola Centrale Militare di Aosta e, a metà del 1941, è nominato sergente.

Continua la formazione militare presso la Scuola Allievi Ufficiali di Complemento Alpini di Bassano, grazie alla quale consegue il grado di sottotenente.

Nel giugno 1942 è al Fronte Russo, come ufficiale comandante il Plotone Comando del Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino. 

Insieme ai diavoli bianchi vivrà tutti gli eventi in cui il Battaglione è coinvolto, fino all’alba del 15 gennaio 1943, quando una ventina di carri armati sovietici irrompe nella città di Rossoš’ (sede del Comando di Corpo d’Armata alpino), dove il Monte Cervino si trova per un breve periodo di riposo, in attesa di rientrare in linea.

L'attacco è respinto a caro prezzo. Gli avversari ritentano il giorno successivo e stavolta non vi è nulla da fare: la città cade.

 

Il 19 gennaio 1943 Carlo Vicentini viene catturato, insieme ad altri del suo Battaglione.

Comincia un dramma che si concluderà solo nell'estate del 1946, con il rimpatrio.

In mezzo, anni durissimi: prima le marce del davai e i trasporti ferroviari, terribili.

Poi i lager, il tifo petecchiale, la fame, gli interrogatori dell'NKVD, le pressioni psicologiche, i ricatti e il terrore di non rivedere più l'Italia... 

E il lavoro. Si improvvisa imbianchino, o toglie erbacce da campi coltivati a carote, oppure ancora – insieme ad altri prigionieri – traina slitte che trasportano tronchi pesantissimi, utilizzati come combustibile per il campo di prigionia.

 

Gli verranno conferite due Medaglie di Bronzo al Valor Militare.

Quando il Governo russo – negli anni '90 – consegna al nostro Governo documentazione ed elenchi in cirillico, nei quali sono riportati i nomi di prigionieri di svariate nazionalità, il dottor Vicentini supporta il Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti nella traslitterazione, contribuendo a identificare come morti in prigionia tanti militari italiani sino a quel momento ritenuti dispersi.

 

Il suo Noi soli vivi (sulla prigionia) è assolutamente da leggere. Ma ha scritto anche Il sacrificio della Julia in Russia, Rapporto sui prigionieri italiani in Russia (insieme a un altro reduce, Paolo Resta), e i saggi Chi sono i dispersi e Le perdite della Divisione alpina Cuneense sul Fronte Russo; sempre suo un testo sulle difficoltà di traslitterazione dei nominativi dei prigionieri italiani in Unione Sovietica.

 

 

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