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NASCE IL CORPO DI SPEDIZIONE ITALIANO IN RUSSIA C.S.I.R.

 

Partenza per il fronte russo

 

Hitler, dopo aver sconfitto la Francia ed avere occupato mezza Europa, ritiene giunto il momento di attaccare l’Unione Sovietica, ormai confinante con la Germania, dopo la spartizione della Polonia con i Russi che lui stesso aveva voluto. Il piano – nome in codice “Barbarossa” – aveva lo scopo di distruggere l’Armata Rossa ed il regime comunista di Stalin. Il 22 giugno del 1941 le Armate hitleriane irrompono in territorio sovietico ed avanzano rapidamente distruggendo una dopo l’altra – dopo averle circondate – importanti forze russe.
Mussolini, lusingato dalle spettacolari vittorie iniziali tedesche, chiede di partecipare alla Campagna con una presenza militare italiana. I Generali tedeschi sono contrari, ma Hitler accontenta l’alleato.

Viene allestito in tutta fretta un Corpo di Spedizione composto dalle due Divisioni di Fanteria Torino e Pasubio, dalla Divisione Celere (comprendente il 3° Reggimento Bersaglieri, i Reggimenti di Cavalleria Savoia e Novara e il Reggimento Artiglieria a Cavallo) e dalla Legione Camicie Nere Tagliamento. Tale forza, che assume il nome di C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), è posta al comando del Generale Giovanni Messe e conta circa 62.000 uomini, 220 bocche da fuoco di vario calibro, 153 mortai da 81, 5.500 automezzi, 4.600 quadrupedi. La copertura aerea è assicurata da 51 caccia, 22 ricognitori e 10 bombardieri. Il C.S.I.R. parte dall’Italia nel luglio 1941 e raggiunge in treno la Romania. Di qui con mezzi propri passa in Bessarabia a Botosani, base di partenza delle operazioni. Tra molte difficoltà, derivanti dalla insufficiente ed inidonea dotazione di mezzi di trasporto, le Divisioni italiane seguono a fatica l’Armata Corazzata tedesca alla quale sono state aggregate. Tuttavia, nonostante le antiquate artiglierie e la mancanza di mezzi corazzati, si comportano valorosamente; superano i fiumi Bug e Dnepr ed avanzano verso il bacino minerario del Donetz. A metà novembre 1941 conquistano gli importanti centri di Stalino, Nikitovka, Gorlovka e Rykovo. L’inverno incombente e l’estremo logoramento subito dai reparti italiani in questa guerra di movimento, per la quale non sono equipaggiati né sono stati addestrati, obbliga il C.S.I.R. a fermarsi sulle posizioni raggiunte e ad organizzarsi per trascorrere un inverno che si annuncia estremamente rigido. Il giorno di Natale i Russi sferrano contro le nostre posizioni, tenute dai bersaglieri e dalle Camicie Nere, una vigorosa offensiva che viene però contenuta e respinta con notevoli perdite. A metà febbraio giunge in Russia il primo reparto alpino: il Battaglione Monte Cervino. Un mese dopo il C.S.I.R. viene potenziato con l’invio del 6° Reggimento Bersaglieri e del 120° Reggimento Artiglieria Motorizzata.

 

COSTITUZIONE DELL’ARM.I.R. – Armata Italiana in Russia

Mussolini, intanto, è deciso ad incrementare il nostro impegno militare sul Fronte Russo, invano dissuaso dal Generale Giovanni Messe che si era reso conto della impreparazione del nostro Esercito ad affrontare una guerra di movimento in un ambiente nel quale le nostre armi, il nostro equipaggiamento, i nostri mezzi di trasporto non erano idonei. A partire dal giugno 1942 viene inviato in Russia il 2° Corpo d’Armata con le Divisioni di Fanteria Cosseria, Ravenna e Sforzesca. Tre Legioni di Camicie Nere (Montebello, Leonessa e Valle Scrivia) sono messe a disposizione dei Comandi di Corpo d’Armata della Fanteria. Ad agosto tali reparti sono raggiunti dalle tre Divisione Alpine Tridentina, Cuneense e Julia e, tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre, anche dalla Divisione di Fanteria Vicenza, destinata a compiti di presidio. Queste nuove Unità, insieme a quelle già presenti in Russia, costituiscono l’ARM.I.R. (Armata Italiana in Russia), al cui comando è posto il Generale Italo Gariboldi. Essa ha una forza di 229.005 uomini, 946 cannoni, circa 420 mortai da 81, 16.700 automezzi, 25.000 quadrupedi e 66 aerei. I Tedeschi riprendono l’iniziativa in questo settore solo nel luglio del 1942 e le Divisioni già in posto, unitamente alle altre Divisioni di Fanteria arrivate da poco in Ucraina, si spostano 300 chilometri in avanti fino ad attestarsi sulla riva del fiume Don. La Celere, l’unica nostra Divisione ad essere motorizzata, viene lanciata dai Tedeschi ancora più ad Est, fino a Serafimovic, con il compito di eliminare la testa di ponte che i Russi avevano in quel settore. I bersaglieri, in quell’azione, subiscono notevoli perdite. Lo schieramento imposto dai Comandi tedeschi alle nostre truppe sul fronte del Don, era insensatamente diluito in quanto a ciascuna delle nostre Divisioni era assegnata la difesa di circa 30 chilometri di fronte, quando le più elementari norme strategiche ne prevedono al massimo sei. La debolezza di questo schieramento è subito messa a dura prova, quando, alla fine di agosto, i sovietici attaccano in forze la Sforzesca che, dopo alcuni giorni di accanita resistenza, cede ai Russi che si impadroniscono di un’ampia testa di ponte. L’immediato intervento della Celere (richiamata da Serafimovič), del Battaglione Monte Cervino, dei Reggimenti Savoia e Novara Cavalleria, del Reggimento Artiglieria a Cavallo, del Gruppo Tagliamento delle Camicie Nere e dei Battaglioni Val Chiese e Vestone della Tridentina (dirottata in zona, mentre stava marciando verso il Caucaso) fermano lo slancio dei Russi. Savoia Cavalleria si distingue particolarmente nella carica di Tcebotarevskij (Izbušenskij), ma anche Novara carica in quegli stessi giorni a Jagodnyj. Questo periodo operativo è chiamato “Prima Battaglia Difensiva del Don”. Le perdite ammontano a quasi 3.000 Caduti e circa 5.100 feriti.

Dopo alcuni spostamenti le Divisioni dell’ARM.I.R. assumono il seguente schieramento a difesa del Don:
Tridentina all’estrema ala sinistra a contatto con l’Armata Ungherese;
Julia, Cuneense, Cosseria, Ravenna, Pasubio, Torino, Celere e, infine, la Sforzesca all'estrema destra e a contatto con l’Armata Romena.
Tra la Ravenna e la Pasubio viene inserita la 298ª Divisione di Fanteria tedesca. Tutte le nostre Unità, in particolare quelle del Corpo d’Armata Alpino, provvedono alla loro sistemazione sul terreno in modo da sopportare il lungo periodo invernale, nella convinzione che i Russi non avrebbero intrapreso nessuna iniziativa rilevante fino alla primavera successiva.

 

LA RITIRATA DELLE DIVISIONI DI FANTERIA
16-19 dicembre 1942

Mentre i Tedeschi, fin dall’agosto, stavano strenuamente combattendo per la conquista di Stalingrado senza riuscire ad occuparla completamente, i Russi preparavano la contromossa che avrebbe portato all’accerchiamento dell’Armata di von Paulus che assediava la città. Il 15 novembre, con una violentissima offensiva, rompono il fronte dell’Armata Romena, schierata a fianco dei Tedeschi e tagliano fuori da ogni rifornimento terrestre gli assedianti di Stalingrado. Imbaldanziti da questo successo, i Russi preparano una seconda offensiva, questa volta contro le nostre Divisioni Cosseria e Ravenna, in modo da tagliare in due il fronte dell’ARM.I.R.. Il 16 dicembre, con un potenziale d’urto sei volte superiore a quello delle nostre Divisioni (basti pensare che impiegano 750 carri armati e noi non abbiamo né carri, né efficienti armi controcarro), e dopo avere attaccato con insistenza a partire dal giorno 11 dicembre, i  Sovietici dilagano nelle retrovie accerchiando anche le Divisioni Pasubio, Torino, Celere e Sforzesca schierate a sud-est. Esse sono costrette a sganciarsi dalle posizioni sul Don, iniziando quella terribile ritirata che, su un terreno ormai completamente in mano al nemico, le avrebbe in gran parte annientate con una perdita di circa 55.000 uomini tra Caduti e prigionieri.

 

LA RITIRATA DEL CORPO D’ARMATA ALPINO
17 gennaio 1943

Mentre le Divisioni della Fanteria si stanno ritirando, il Corpo d’Armata Alpino riceve l’ordine di rimanere sulle proprie posizioni. A difesa del suo fianco destro, ormai completamente scoperto, viene spostata la Divisione Julia, il cui posto tra la Tridentina e la Cuneense viene preso dalla Divisione Vicenza. Per un intero mese la Divisione Julia, con immenso sacrificio, resiste ai martellanti attacchi sovietici. Il 15 gennaio i Russi partono per la terza fase della loro grande offensiva invernale e, senza spezzare il fronte tenuto dagli alpini, ma infrangendo contemporaneamente quello degli Ungheresi al Nord e quello dei Tedeschi al Sud, li chiudono in una tenaglia. Inizia così la disastrosa ritirata su un terreno ormai completamente in mano all'avversario, in cui le Divisioni Alpine devono conquistarsi con duri combattimenti ogni chilometro verso la salvezza. Solo una parte della Tridentina e piccoli reparti di altre Divisioni, appoggiati dai resti del XXIV Corpo Corazzato tedesco, riuscirà il 26 gennaio a sfondare l’ultimo sbarramento russo a Nikolaevka mentre la Cuneense, la Julia e a Vicenza saranno praticamente distrutte a Valujki dopo cento chilometri di ritirata. In questa terza fase altri 40.000 uomini tra il Corpo d’Armata Alpino e personale direttamente dipendente dall’Armata rimarranno nella steppa.

BILANCIO DELLA CAMPAGNA DI RUSSIA

Tra marzo e maggio del 1943 i resti dell’ARM.I.R. vengono rimpatriati e si fanno i primi conti delle perdite. La forza complessiva presente all’inizio dell’offensiva russa era ufficialmente di 229.005 uomini e, secondo i dati pubblicati in seguito dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, mancavano all’appello 84.830 uomini. Oggi, dopo approfondite indagini presso ciascun Comune e ciascun Distretto Militare, da parte dell’Ufficio dell’Albo d’Oro – Sezione del Ministero della Difesa che funziona da anagrafe di tutti i militari – il numero degli Italiani che non hanno fatto ritorno dal Fronte Russo è di circa 100.000. Tenuto conto che circa 5.000 erano caduti per i fatti d’arme antecedenti all'11 dicembre, le perdite della ritirata sono di 95.000 uomini. Secondo i dati più recenti, desunti dalla documentazione esistente negli archivi russi, finalmente aperti ai ricercatori italiani, 25.000 sono morti combattendo o di stenti durante la ritirata e 70.000 sono stati fatti prigionieri. Questi prigionieri furono costretti a marciare per centinaia di chilometri e poi a viaggiare su carri bestiame per settimane, in condizioni allucinanti, senza mangiare, senza poter riposare la notte, con temperature siberiane. Coloro che riuscirono a raggiungere i lager di smistamento – improvvisati, disorganizzati, con condizioni igieniche medioevali – erano talmente denutriti e debilitati che le epidemie di tifo e dissenteria ne falciarono ben presto la maggio parte. Siamo in possesso dei nominativi degli Italiani deceduti con certezza nei lager, quasi tutti nei primi sei mesi del 1943. Solo nel 1945 e, per quanto riguarda gli ufficiali, nel 1946, circa 10.000 sopravvissuti furono restituiti dall’Unione Sovietica. Dalla documentazione russa risulta la presenza di Italiani in circa 400 diversi lager, i più tristemente famosi dei quali sono quelli di Tambov – dove morirono circa 10.000 Italiani – quelli di Mičurinsk, di Khrenovoe, di Tëmnikov, di Oranki, di Suzdal'.