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Chris Bellamy, Guerra assoluta

Recensione di Patrizia Marchesini

 

Guerra assoluta copertinaVi sono libri la cui lettura necessita di tempo. Come un pasto abbondante e sostanzioso, i capitoli di Guerra assoluta vanno assimilati senza fretta.

Bellamy ha l’intento ambizioso di presentare la storia del conflitto forse più grande e sanguinoso di tutti i tempi, uno scontro che mirava – da ambo le parti – all’annientamento del nemico, e che fu senza dubbio determinante per l’evolversi della Seconda Guerra Mondiale.

Fu, questo, un conflitto totale che vide il coinvolgimento non solo delle forze armate, ma anche di ampi strati sociali dei due avversari.

L’autore parte con l’esaminare le figure dei due dittatori che, tutto sommato, avevano caratteristiche simili. Per esempio, venivano entrambi da famiglie piccolo-borghesi ed erano – come si direbbe oggi – due outsider.

Altro aspetto in comune fu la grande abilità cha sia Hitler sia Stalin acquisirono nel presentare la propria immagine e nell’incentivare il “culto della personalità”… la loro, ovviamente.

Uno dei capitoli iniziali affronta un punto di grande interesse: chi, fra Hitler e Stalin, progettava di attaccare per primo?

Bisogna ricordare che fra i due Stati vigeva – dal 23 agosto 1939 – un Patto di non aggressione che, tra l’altro, aveva permesso a Germania e Unione Sovietica di spartirsi la Polonia e all’U.R.S.S. di occupare le Repubbliche Baltiche.

Viktor Suvorov, ex-maggiore della Direzione Centrale di intelligence sovietica, sostiene che Stalin si fosse servito di Hitler per fiaccare le democrazie occidentali, ma intendesse attaccare per primo la Germania, travolgendo – quindi – l’Europa intera ed espandendo il comunismo.[1]

Bellamy espone tre ipotesi: la prima è che l’U.R.S.S. progettasse di portare la guerra in territorio nemico e di combattere in maniera offensiva, piuttosto che difensiva; la seconda ipotesi è che l’Unione Sovietica stesse preparando un attacco d’anticipo limitato, allo scopo di prendere in contropiede l’avversario-alleato tedesco, nella consapevolezza che Hitler presto o tardi avrebbe attaccato a sua volta.

La terza ipotesi – secondo Bellamy, la più azzardata – è quella sposata da Suvorov, cioè che Stalin avesse ideato il Patto Molotov-Ribbentrop per scatenare il conflitto tra le potenze occidentali e per sfruttare – in seguito – la distrazione degli Stati coinvolti, sbaragliando l’Europa.

Ovvio che i Russi ripudiano quest’ultima tesi, che – in qualche modo – assolve Hitler dall’avere provocato la Seconda Guerra Mondiale.

Bellamy – che supporta le proprie argomentazioni citando vari documenti – è convinto che Stalin stesse preparando un attacco, previsto – però – per il 1942.

Grande importanza, nell’effettivo susseguirsi degli eventi, ebbe l’intelligence britannica, che – da sempre diffidente nei confronti dell’Unione Sovietica – riuscì a confondere le acque sulle reali intenzioni di Hitler.

Come sappiamo, l’Operazione Barbarossa ebbe inizio alle 03.30 (ora tedesca) del 22 giugno 1941.

Stalin fino all’ultimo – nonostante i segni molteplici – non aveva creduto a un attacco così imminente; per un po’ parve nutrire la speranza che l’aggressione fosse il risultato dell’iniziativa autonoma di qualche generale tedesco e che esistesse tuttora la possibilità di negoziare, convinto che i progetti minacciosi di cui aveva avuto sentore tendessero all’acquisizione – da parte germanica – di altri vantaggi economico-commerciali, in aggiunta a quelli già definiti dal Patto di non aggressione.

Stalin, insomma, si aspettava più che altro un’azione dimostrativa volta a una qualche richiesta. Invece...

Il conflitto fu nelle sue prime fasi favorevole al Terzo Reich e ai suoi alleati;[2] in esso si rivelarono fondamentali motori, scorte e servizi logistici efficienti.

Nonostante la grande enfasi data alla meccanizzazione e ai mezzi corazzati in campo, è opportuno rivalutare il contributo delle Unità di cavalleria sovietiche, le quali – con l’arrivo di fango e gelo – riuscirono a fare breccia e a operare in lungo e in largo dietro le linee tedesche.[3]

Bellamy scandaglia i vari aspetti cha via via caratterizzarono lo scontro. Furono creati distaccamenti di blocco in ogni Divisione sovietica, al fine di impedire panico e, soprattutto, fughe generalizzate. Mosca mise in atto tutte le misure difensive possibili per difendersi, in previsione dell’arrivo dei nazisti: la maggior parte del Governo si trasferì a Kujbišev, ma Stalin rimase in città. La spinta tedesca su Mosca stessa si esaurì e il 6 dicembre 1941 ebbe inizio la controffensiva sovietica.

Furono guai per le Unità germaniche che premevano sulla capitale: oltre alla reazione avversaria si trovarono a fare i conti con il temibile inverno russo.

Bellamy evidenzia problemi, cui le opere della nostra memorialistica ci hanno abituato: il lubrificante delle armi leggere e delle mitragliatrici gelava, i camion dovevano tenere i motori sempre accesi, non erano arrivati indumenti invernali a sufficienza, né munizioni. Dettagli, questi, che hanno sempre fatto apparire i soldati italiani come Cenerentole, rispetto al potente alleato.

Nel dicembre 1941 i Tedeschi si trovarono ad affrontare le stesse difficoltà nel settore centrale del fronte (quello di Mosca, appunto), con truppe congelate e in ripiegamento con i soli fucili.[4]

L’autore, ovvio, non trascura l’assedio di Leningrado e i tentativi disperati della città per non soccombere, né il ruolo che l’Occidente (prima la Gran Bretagna e, dal 7 dicembre 1941, gli Stati Uniti) ebbe nell’evoluzione del conflitto al Fronte Orientale.

Stalin fece molte pressioni affinché venisse aperto il secondo fronte in Europa e gli Alleati in un primo tempo nicchiarono, lasciando l’Unione Sovietica sola in campo, seppure con il beneficio di aiuti materiali più che considerevoli.

Nonostante tali forniture, nel 1942 – con la ripresa dell’avanzata tedesca – l’U.R.S.S. sembrò sull’orlo di un baratro.

Il 28 luglio 1942 Stalin emanò il famoso prikaz n. 227, che decretava: “Non un passo indietro!”

A dire il vero in quel periodo i Sovietici iniziarono a eseguire ritirate tattiche ponderate e consapevoli allo scopo di scongiurare gli accerchiamenti disastrosi dei mesi precedenti, ma allo stesso tempo vennero creati gli štrafbat, i cosiddetti battaglioni penali.[5] I già citati distaccamenti di blocco, posizionati nelle retrovie delle Unità inaffidabili, fucilavano chi seminava il panico con comportamenti contrari alla disciplina militare.

Sempre più rilievo ebbero le formazioni partigiane, la cui repressione fu affidata a Himmler, capo delle SS. E non bisogna dimenticare il contributo importantissimo dato dalle donne sovietiche, impiegate spesso nell’aviazione, e che in alcuni casi divennero cecchini implacabili. Bellamy sottolinea lo stupore dei Tedeschi e dei loro alleati nel trovare cadaveri femminili fra i caduti sul campo, dopo un combattimento.

Il conflitto proseguì. Hitler – nonostante ritenesse prioritario impadronirsi dei bacini petroliferi del Caucaso – pensò fosse scontato prendere Stalingrado con facilità, biforcando l’offensiva. Per i generali tedeschi dello Stato Maggiore erano chiare le debolezze di tale piano: essi cercarono – inutilmente – di persuadere il Führer a concentrare l’attacco su Stalingrado, rinviando le operazioni verso il Caucaso.

Sappiamo come finì, e quali ripercussioni ebbe la battaglia per la conquista della città che portava il nome del Piccolo Padre.[6]

Dopo Stalingrado i Sovietici iniziarono un’avanzata che si concluse soltanto a Berlino, anche se fu necessario quasi un altro anno e mezzo di guerra.

L’Unione Sovietica – che sembrava destinata a crollare di fronte alle sconfitte devastanti subite – non cedette. In aggiunta agli aiuti materiali alleati, secondo Bellamy la sopravvivenza dell’U.R.S.S. fu dovuta in uguale misura al patriottismo del suo popolo (soprattutto quello russo) e alle misure oltremodo rigide imposte da un regime già fortemente autoritario: propaganda e terrore concorsero a mobilitare la nazione. Uno studio del 2006 concludeva che senza Stalin la guerra non sarebbe stata vinta, ma che – se non ci fosse stato Stalin – con ogni probabilità non ci sarebbe stata neppure la guerra.[7] Bellamy non è d’accordo: non si può escludere che Hitler avrebbe voluto a tutti i costi annientare qualsiasi altro leader dell’U.R.S.S.; l’alternativa – nel caso in cui Tuchačevskij fosse sopravvissuto,[8] avesse rovesciato Stalin e cercato un’intesa con il Führer, realizzando un fronte unico contro il mondo intero – porta a immaginare un quadro ancora più spaventoso di ciò che in effetti accadde.

 

Un libro – quello di Chris Bellamy – che consiglio, tenendo presente che, per i temi trattati, l’aspetto puramente umano è marginale, e non potrebbe essere altrimenti; di fronte ai grandissimi numeri, il singolo si perde sullo sfondo di uno scenario gigantesco: nello specifico, i riferimenti ai reparti italiani si limitano – mi pare – a due righe su oltre ottocento pagine complessive.

Considero Guerra assoluta un’opera molto interessante per comprendere l’intero contesto degli eventi al Fronte Russo, direi quasi imprescindibile, ma non posso fare a meno di pensare a quei 229.000 uomini, ognuno con sogni, capacità, illusioni, sofferenze... Visi e sorrisi, speranze e malinconie che non potevano trovare posto in un libro del genere, ma che rimangono vivissimi e presenti nel nostro cuore e, si auspica, nella memoria storica del nostro Paese.

 

 

 

Chris Bellamy, Guerra assoluta – La Russia sovietica nella Seconda Guerra Mondiale

Einaudi, Torino, 2010

 

 

 

[1] Il vero nome di Suvorov è Vladimir Bogdànovič Rezun. Nel 1978 chiese asilo politico alla Gran Bretagna. Su di lui, a causa della sua fuga e delle tesi sostenute, pende tuttora una condanna a morte.

[2] Ricordiamo che nel luglio 1941 il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) era partito per il Fronte Orientale. Comprendeva le Divisioni Celere, Pasubio, Torino e altri reparti e servizi, per un totale di circa 62.000 uomini. Anche Unità romene, ungheresi e slovacche parteciparono all’invasione dell’Unione Sovietica. La Finlandia, già attaccata dall’U.R.S.S. nel 1939, riprese le ostilità contro di essa, sebbene non stipulò mai un’alleanza ufficiale con la Germania. Il Quadro di Battaglia germanico includeva anche la 250ª Divisione di Fanteria (conosciuta come Divisione Blu) composta da volontari spagnoli. Non dimentichiamo, infine, che alcuni gruppi nazionalisti ucraini e baltici supportarono – almeno all’inizio – le truppe dell’Asse. La politica di sfruttamento e annientamento adottata dal Terzo Reich ben presto suscitò anche in chi aveva accolto con favore l’arrivo dei Tedeschi sentimenti di avversione e di odio. L’Unione Sovietica, invece, ricevette aiuto da nuclei partigiani, soprattutto polacchi e jugoslavi.

[3] Per quanto riguarda i reparti italiani non dobbiamo dimenticare l’apporto di Savoia e Novara Cavalleria e del Reggimento Artiglieria a Cavallo, la cui mobilità – nonostante l’anacronismo apparente di reparti del genere in un fronte di così vaste proporzioni e che vedeva l’impiego di un numero elevato di Unità corazzate – fu di rilievo in molteplici occasioni.

[4] Pag. 394.

[5] I membri di uno štrafbat sembra fossero tutti ufficiali di grado medio-alto colpevoli di essersi mostrati codardi o negligenti. L’esistenza dei battaglioni penali, negata nel periodo sovietico, è ora riconosciuta, al punto che nel 2004 la televisione russa ha trasmesso un film – intitolato, appunto Štrafbat – del regista Nikolaj Dostal, disponibile in DVD.

[6] Soprannome di Stalin.

[7] V. Čerepanov, Potere e guerra: il meccanismo staliniano di direzione dello Stato durante la Grande Guerra Patriottica, Izvestija, Mosca, 2006, pag. 491.

[8] Michail Nikolaevič Tuchačevskij (1893-1937) fu un ufficiale russo che, dopo avere combattuto durante la Prima Guerra Mondiale, nel 1917 assunse rilevanti incarichi di comando durante la Rivoluzione d’ottobre. Gli anni successivi videro un suo coinvolgimento massiccio nelle operazioni volte a contrastare la contro-rivoluzione e il suo prestigio crebbe, finché – nel 1935 – fu nominato Maresciallo dell’Unione Sovietica. Come accadde per moltissimi alti ufficiali, Tuchačevskij fu ritenuto implicato in una cospirazione contro Stalin, e addirittura coinvolto in intrighi con i Tedeschi (forse sulla sola base di un giudizio molto positivo espresso su di lui dal generale Werner Blomberg nel corso della visita di una delegazione germanica nella parte occidentale dell’Unione Sovietica, visita risalente al 1928). Il maresciallo Tuchačevskij fu arrestato, processato e fucilato nel 1937.

 


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