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Antonio Zanfagnini, Diario di un soldato in Russia

Recensione di Patrizia Marchesini

 

Diario di un soldato in Russia copertinaLa Guerra è la Guerra! La gente è un’altra cosa.[1]

Questa frase – scritta il 29 aprile 1942 – è quella che, forse, meglio riassume il diario di Antonio Zanfagnini.

Partito per il Fronte Russo nel luglio 1941 e assegnato a un Comando Tappa, l’autore fa la conoscenza di molte persone. I giorni si srotolano, e i rapporti si consolidano.

[…] ci viene da chiederci: ma siamo davvero nemici di questo popolo?[2]

C’è Ivan, il vecchio sciancato, un uomo che è la sintesi delle sofferenze di tutta la gente;[3] ci sono Vassilli – che confiderà di odiare Stalin – e la moglie Anna; c’è la donna che fa il bucato per Zanfagnini; c’è l’ingegnere – riservato e colto, l’unico comunista che l’autore abbia incontrato in Unione Sovietica – che ama starsene al sole sulla piazza di Petropavlovka. E poi Peter, un ragazzo dai capelli scuri che snocciola bestemmie nella nostra lingua e sa cantare in perfetto napoletano, accompagnandosi con una vecchia chitarra. E la piccola Nelja, una bambina di cui Antonio diventa l’unica famiglia.

Ci sono cani dai nomi altisonanti – Stalin e Rasputin – e l’alternarsi delle stagioni.

Il fango, il gelo terribile, di nuovo il fango, l’estate breve e caldissima non sono soltanto una scenografia, ma diventano essi stessi protagonisti, in una terra piena di contrasti e di dolori antichi e nuovi.

E c’è la guerra, non bisogna dimenticarlo. Una guerra e un fucile – quello di Antonio – con sole tre cartucce... perché forse le alte sfere pensano che in un Comando Tappa non vi sia la necessità di combattere e di difendersi.

Il diario, oltre a essere testimonianza molto interessante, offre uno sguardo sull’offensiva scatenata dai Sovietici nella zona di Izjum e spesso trascurata dalla nostra memorialistica.[4]

E poi, nell’estate 1942, riprende l’avanzata; il fronte si sposta verso il Don, e con esso si sposta il Comando Tappa. La Campagna di Russia ormai ha perso ogni illusoria connotazione di guerra lampo e si avvia al suo epilogo disperato; ad Antonio – smarriti quel pizzico di supponenza iniziale che trapelava dai suoi scritti e i vinceremo sulle cartoline per i genitori – a volte sembra di essere divenuto vecchissimo, anche se l’orgoglio di essere Italiano rimane forte e tenace... un orgoglio ormai lontano dalla propaganda del regime, e basato sulla consapevolezza di quanto i nostri soldati sono stati in grado di fare, nonostante tutto.

Si ammala, Antonio. E dal letto di vari Ospedali da Campo – un letto vero con lenzuola vere, dopo quasi un anno e mezzo – ancora scrive e descrive.

Infine – poiché i suoi malanni sono seri – il rimpatrio: il 21 novembre 1942 il treno parte da Vorošilovgrad, riportandolo a casa e risparmiandogli la bufera più grande.

 

 

Secondo il regolamento del Regio Esercito del 1940, i Comandi Tappa assumevano funzioni nei riguardi di Comandi, reparti e Servizi d'Intendenza (dislocati nella loro circoscrizione) in materia di questioni disciplinari e penali, concessioni di licenze e permessi, alloggiamento, vettovagliamento, vestiario ed equipaggiamento, impiego dei mezzi di trasporto (per quei trasporti che avevano inizio e termine nella circoscrizione).
Si occupavano del carico e scarico ai magazzini e alle stazioni ferroviarie... in pratica il Comando Tappa assicurava il controllo disciplinare e il coordinamento delle attività quotidiane di numerosi organi esecutivi di forza ridotta (cucine, autoparchi, servizi sanitari), sparsi su un vasto territorio...

[Da una nota a pagina 48 del diario di Antonio Zanfagnini.]

 

Antonio Zanfagnini (Claudio Zanier, a cura di),

Diario di un soldato in Russia – un friulano curioso del mondo – Luglio 1941-dicembre 1942

Aviani&Aviani Editori, Udine, 2011

  

 

Leggi anche un brano del libro.

 


[1]Diario di un soldato in Russia, pag. 140.

[2] Ibidem, pag. 140.

[3] Ibidem, pag. 108.

[4] Tale offensiva ebbe inizio nell’ultima decade del gennaio 1942 e sconvolse lo schieramento della 17ª Armata tedesca, a sud-est di Har’kov. I Sovietici riuscirono a creare un saliente profondo un centinaio – e ampio un’ottantina – di chilometri. Poiché i Tedeschi – causa anche le avverse condizioni meteorologiche – non riuscirono a realizzare linee di arresto efficaci e poiché la linea ferroviaria Dnepropetrovsk-Stalino era fortemente minacciata, i nostri alleati chiesero al generale Messe di contribuire alla difesa. Venne così inviato nella zona il Gruppo Tattico Musinu, sostituito a fine febbraio dal Gruppo Tattico Giusiana e, a metà aprile, da un Raggruppamento Tattico agli ordini del colonnello Guglielmo Barbò. Tale Raggruppamento – composto dagli Squadroni dei Lancieri di Novara, appiedati, dal Battaglione Sciatori Monte Cervino e da altri reparti e forte, complessivamente, di 1.700 uomini – operò sul fiume Samara. Alla fine di maggio il saliente di Izjum venne eliminato. Le fasi finali di quella che viene ricordata come Battaglia di Har’kov portarono alla cattura di circa 240.000 soldati sovietici. [Informazioni tratte da Memorie di un Bianco Lanciere, di Francesco Belloni.]


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