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Giovanni Bontempi, Un girasole lo veglierà

Recensione di Patrizia Marchesini

 

Un girasole lo veglierà copertinaPer chi si occupa di Campagna di Russia la memorialistica ha un’importanza enorme. Non tutti i libri sono opere di letteratura eccelsa. Ma ognuno di essi offre uno spaccato che – pur avendo punti di contatto con altre testimonianze, poiché simili furono, in molti casi, le esperienze – è comunque senza eguali.

Nel libro di Giovanni Bontempi lo zaino è sempre zanio e Hitler è sempre Ilter: è lo scritto di un uomo “con l’attestato di quinta elementare”, ma è uno scritto dove troviamo, in sintesi, tutta la Campagna di Russia vista con gli occhi di un geniere della 57ª Compagnia Genio Artieri della Divisione Torino.

Con semplicità e schiettezza Bontempi ci dimostra che dalle micro-storie dei soldati si arriva alla Storia, con la s maiuscola.

 

Dopo il Fronte Jugoslavo, Giovanni partì per il Fronte Russo all’alba del 17 luglio 1941. Lasciata la tradotta, iniziarono le marce...

Si giunse al Dnepr, e ormai i nostri soldati si trovavano nel bel mezzo della guerra vera. I genieri, come spiega Giovanni con efficacia,  erano “la ramazza della divizione”.[1] A essi andavano i compiti più disparati: travi da rimuovere, campi minati da circoscrivere, ponti pericolanti, postazioni avanzate, o baracche per il Comando da sistemare, camiuns impananati che andavano liberati dalla morsa del fango... anche i gabinetti da pulire – rimarca Bontempi – erano lavoro per i genieri.

La prima estate volgeva al termine, “l’aria cominciava a frizzare siberina”;[2] il nostro C.S.I.R., conquistato il bacino del Donec e trascorso il primo inverno, riprese ad avanzare con la bella stagione, al seguito dei Tedeschi.

Dopo quasi un anno di permanenza al Fronte Orientale, i soldati cominciavano a sperare nell’avvicendamento, “perché due inverni in terra di Russia non si potevano passare.”[3]

Giunsero le altre Divisioni italiane. Giovanni descrive l’incontro con alcuni artiglieri della Divisione Ravenna, “tutti ragazzi, da poco chiamati alle armi, ingenui ed impreparati ad affrontare la tremenda e triste vicenda che ci attendeva.”[4]

Si continuava ad avanzare ma, al posto del cambio tanto sospirato, vennero distribuiti i cappotti con il pelo. La Divisione Torino – e con essa la 57ª Compagnia Artieri – arrivò al Don.

 

L’autunno era alla fine, comparve la prima neve.

Un giorno, circa a metà del novembre 1942, la Compagnia ebbe l’ordine di scavare una fossa per seppellire alcuni nostri soldati caduti in combattimento. Giovanni e un commilitone trovarono anche i cadaveri di due Sovietici e, dopo avere riflettuto un pochino, decisero di sottrarre loro i gambali,[5] ritenuti – a ragione – molto più idonei a proteggere gli arti inferiori dal congelamento.

Ormai la speranza di ricevere un cambio si era affievolita; il Comando della 57ª Compagnia – con pochi genieri – rimase presso il Comando divisionale, mentre i tre Plotoni furono dislocati sul retro delle fanterie per i soliti lavori.

Il Plotone di Giovanni doveva allestire ricoveri interrati per i fanti e gli artiglieri della Divisione Torino e, nello svolgere tale mansione, ricevette il supporto di duecento prigionieri sovietici: uomini anziani, sfiniti, con indumenti inadeguati alle basse temperature.

I Tedeschi, cui spettava la gestione dei prigionieri di guerra, avrebbero dovuto fornire il cibo necessario al loro sostentamento... ma così non fu e i genieri italiani cercarono di aiutare quegli sventurati – di certo non percepiti come il nemico – facendoli lavorare il meno possibile, e dando loro del cibo. Nonostante fosse lasciato senza sorveglianza anche durante la notte, il gruppo di prigionieri non si allontanò mai, e nessuno tentò di fuggire.

 

Dicembre si srotolava tra le mille incombenze quotidiane e arrivò il giorno del ripiegamento. Anche il Plotone di Bontempi, guidato da un giovane tenente giunto al fronte da poco, iniziò ad arretrare...

Seguirono giorni difficili, e l’orrore di Arbuzovka, la famosa valle della morte.

Giovanni racconta con grande espressività quelle ore interminabili, descrive con parole esplicite e tenerissime allo stesso tempo la morte di due suoi amici.

E poi... lo sganciamento da Arbuzovka, l’arrivo a Čertkovo e il successivo assedio, la desolazione dell’ospedale nella città, lo sfondamento verso ovest a metà gennaio.

Raggiunte infine le linee tedesche, Bontempi e gli altri nella colonna facevano – più che compassione – paura, viste le condizioni in cui erano. Giovanni aveva abbandonato le calzature sovietiche che si era procurato a metà novembre. Temendo il congelamento, aveva preferito avvolgersi piedi e gambe con pezzi di coperta.

I Sovietici incalzavano da vicino e Giovanni, troppo stanco, riteneva impossibile proseguire. Cadde a terra. I suoi compagni lo trascinarono per un po’, lo caricarono su un camion tedesco... anzi, lo buttarono sopra il telone dell’automezzo, riparandolo con una coperta.

L’odissea proseguì. Di nuovo a piedi, finché fu raccolto da un camion italiano.

Il carburante terminò poco prima di raggiungere Har’kov. Giovanni lasciò quest’ultima città il 31 gennaio, in treno.

Il viaggio verso l’Italia fu pieno di peripezie, di angosce e di speranze, di attese e ripartenze. Il 4 marzo 1943 la tradotta varcò il Tarvisio.

Gli imboscati "con la riga nelle divise"[6] offrirono qualcosa, ma le proteste dei reduci dal Fronte Russo si levarono alte: desideravano soltanto proseguire il viaggio e raggiungere casa.

Invece fu necessario attendere ancora, e solo dopo i previsti quaranta giorni di contumacia Giovanni riuscì a riabbracciare i familiari.

Dopo l’8 settembre 1943, Bontempi raggiunse una cascina in montagna e si unì a una formazione partigiana,[7] sino al termine del conflitto.

 

 

 

Giovanni Bontempi – originario di Marone, in provincia di Brescia – scrisse la sua esperienza di guerra nell'estate 1965 (eccetto il capitolo conclusivo sulla vita partigiana, redatto in seguito): quattro quaderni custoditi dalla figlia dell'autore e messi a disposizione di Giuseppe Cittadini per essere oggetto di una tesi di laurea, discussa dallo stesso Cittadini nel 2010, presso l'Università Cattolica di Brescia.
Il libro è la rielaborazione di tale tesi di laurea ed è stato pubblicato così come fu scritto da Bontempi, con i suoi errori ortografici e grammaticali che nulla tolgono alla capacità espressiva ed emozionale dell'autore.
Una storia che rispecchia quella di tanti giovani italiani cresciuti nel Ventennio, con il mito della Grande Guerra combattuta dalla generazione precedente, e che videro poi crollare illusioni e ideali, per costruire – con fatica e a prezzo di esperienze durissime – un percorso di vita diverso.

 

 

Un girasole lo veglierà, Giovanni Bontempi

Giuseppe Cittadini, a cura di, Grafo, 2014



[1]Un girasole lo veglierà, pagina 58.

[2] Ibidem, pagina 58.

[3] Ibidem, pagina 79.

[4] Ibidem, pagina 80.

[5] Ibidem, pagina 83. Probabilmente si trattava delle tipiche calzature di feltro denominate valenki.

[6] Ibidem, pagina 132. Bontempi si riferisce alla piega perfetta dei pantaloni.

[7] Come si evince dalle note del curatore, si trattava di un gruppo di Fiamme Verdi, formazione di matrice cattolica.

 


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