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Paolo Zanlucchi, La milizia del Duce muore sul Don

di Patrizia Marchesini

 

La milizia del Duce muore sul Don copertinaPer Camicia Nera, secondo Wikipedia, si intende il primo grado della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. L’abbinamento fascismo-Camicia Nera è ormai talmente consolidato che anche oggi non è raro definire Camicia Nera un nostalgico del Ventennio.

 

Se si pensa alle Camicie Nere la mente corre, per associazione di idee, a certi stereotipi ben radicati di baldanza, di aggressività, di fanatismo nei confronti della figura del Duce.

Il libro di Paolo Zanlucchi è importante non solo perché restituisce dimensione umanissima ai legionari del XLI Battaglione, grazie all’analisi delle memorie di due di essi (il  centurione Giovanni Friz e la Camicia Nera Tullio Filippi); ma anche perché non esistono molte pubblicazioni specifiche sulla Milizia al Fronte Orientale.[1]

 

Il XLI Battaglione Armi Anticarro Accompagnamento Autocarrato (questa la denominazione ufficiale del reparto di Friz e Filippi) ha origine dalla 41ª Legione “Cesare Battisti”, costituita a Trento fin dal 1923.

Non ci dilunghiamo in questa sede sulla storia di tale Legione (peraltro ben delineata dall’autore). Ci basta sapere che il XLI Battaglione – istituito alla fine degli anni Venti, e dopo la Campagna d’Africa, la Guerra Civile Spagnola, e un periodo trascorso nei pressi della frontiera jugoslava – viene riorganizzato e trasformato (nell’autunno ’41) in Battaglione CC.NN. M.[2]

Con l’addestramento sull’uso delle armi di accompagnamento (primavera ’42) è inquadrato nel Gruppo Battaglioni Valle Scrivia, che comprende anche il XXXIV Battaglione e il V Battaglione CC.NN. d’assalto.

Il XLI, essendo un battaglione armi anticarro e d’accompagnamento, ha in organico il Comandante di Battaglione, due ufficiali del Comando e del Plotone Comando, una Compagnia Mortai da 81 mm e una Compagnia Cannoni (otto pezzi controcarro da 47/32).

È fornito, secondo quanto riferisce il centurione Friz (facente parte della Compagnia Mortai suddetta), di quarantadue autocarri SPA/38, un’autovettura e nove motociclette (Guzzi Alce – biposto –, e Gilera).

Gli appartenenti al Battaglione portano le fiamme nere e la M che contraddistingue i cosiddetti Battaglioni Mussolini.

Insieme al Gruppo Battaglioni Valle Scrivia (di cui, come si è detto, il XLI è parte), il Gruppo Battaglioni Leonessa costituisce il Raggruppamento Battaglioni “23 Marzo”,  inviato al Fronte Russo a supporto del II Corpo d’Armata italiano.

 

L’intero Gruppo Battaglioni Valle Scrivia si raccoglie a Merefa, in Ucraina, il 1° luglio 1942.

Le parole che in questi giorni il centurione Giovanni Friz indirizza alla moglie sono ben lontane da qualsiasi bellicosità ideologica ed esprimono nostalgia per il distacco dalla famiglia, descrivendo – inoltre - il paesaggio e l’impatto che la guerra ha avuto sul territorio attraversato fino a quel momento.

Traspare in ogni caso un certo ottimismo per gli sviluppi dell’offensiva estiva e si ipotizza un crollo delle difese sovietiche.

Il Gruppo Battaglioni Valle Scrivia (suddiviso in Valle Scrivia I e Valle Scrivia II) partecipa ai duri combattimenti dell’11 e 12 settembre 1942, quando gli avversari attraversano il Don (su cui, a questo punto, l’8ª Armata italiana è schierata).

Dopo tale battaglia sanguinosa, conclusasi con il successo del Valle Scrivia che respinge i Sovietici sulla riva sinistra del fiume, le CC.NN. tornano in seconda schiera e, a metà ottobre del ’42, cominciano a preparare i ricoveri per l’inverno.

Parte del XLI Battaglione è dislocata a Dubovikovo e parte a Vinogradovka.

A fine novembre nel settore del II Corpo d’Armata vi è consapevolezza che i Sovietici stanno raccogliendo sulla sponda opposta uomini e materiali per un attacco poderoso.

Causa il gelo, la superficie ghiacciata del Don si ispessisce in modo inesorabile.

La nostra artiglieria tenta di romperla con alcuni tiri, per impedire all’avversario un facile attraversamento del fiume. Ma i buchi provocati dai proiettili si richiudono presto.

È noto che l’11 dicembre ha inizio per la nostra Armata la cosiddetta fase di logoramento della Seconda Battaglia Difensiva del Don, logoramento che vede coinvolte le Divisioni di Fanteria italiane.

Ma già la sera dell’8 dicembre vi è un assaggio di quanto il II Corpo d’Armata dovrà affrontare nei giorni successivi.

Sia il centurione Friz sia Tullio Filippi – che, lo ricordiamo, è una Camicia Nera del XLI Battaglione – annotano le loro impressioni.[3]

Il 10 dicembre, vigilia dell’offensiva sovietica, è giornata tutto sommato tranquilla tanto che il dottor Gualini, ufficiale medico del Battaglione, somministra a tutti le previste vaccinazioni anti-tetanica e anti-vaiolosa.

Ma, come evidenzia il centurione Friz, un certo nervosismo serpeggia fra gli uomini.

Tullio Filippi registra che qualcosa sta accadendo: arrivano truppe tedesche ben equipaggiate, che daranno supporto ai reparti italiani in quel settore di fronte.

La sera del 10 dicembre il XLI Battaglione riceve ordine di portarsi a Gadjuče, per riunirsi al V Battaglione Camicie Nere.

All’alba dell’11 dicembre gli uomini del XLI Battaglione sono pronti a muovere...

Seguiranno giorni drammatici.

Il racconto di Friz e Filippi prosegue dettagliato, e ben documenta l’angoscia, nonché l’evolversi di una situazione che si fa via via più confusa. Gli uomini vanno in linea a piccoli gruppi, devono affrontare il freddo penetrante e un nemico molto più numeroso, in un’alternanza di brevi momenti di calma surreale e di contrattacchi frenetici e disperati, durante i quali le perdite sono gravissime per ogni reparto coinvolto. Negli istanti di pausa, prima di andare all’assalto, i militi – come scrive Filippi – saltellano nella neve per non gelare.[4]

Gli ordini si accavallano, a volte contraddittori.

Il 14 dicembre, per Tullio Filippi, è giorno fra i più tristi vissuti al fronte: nel giro di minuti perde due carissimi amici. La loro morte lo inebetisce, ma solo per pochissimo. Piangere è un lusso quasi inconcepibile... Bisogna andare avanti. Nel corso di quella stessa giornata, per lo scoppio di una bomba a mano in un camminamento a breve distanza da lui, Filippi pensa di avere perduto la vista e, in seguito, sviene e si ritrova poi tra militi sconosciuti.[5]

Seguendo il ritmo pressante di quelle ore, la Camicia Nera riuscirà a ricongiungersi con il proprio reparto. In circostanze del genere emerge prepotente la transitorietà della vita e quanto essa possa divenire bene fugace.

 

Per il II Corpo d’Armata, con il trascorrere dei giorni, il ripiegamento diventa inevitabile.

Il 16 dicembre 1942 più di duemilacinquecento bocche da fuoco sovietiche iniziano a battere le posizioni italiane, precedendo Divisioni che – solo nel settore della Divisione Ravenna – sarebbero state quattro, coadiuvate da mezzi corazzati. A peggiorare le cose, fanno la loro comparsa anche gli aerei avversari.

Tuttavia si cerca di resistere ancora e a oltranza negli abitati di Filonovo e Gadjuče, secondo le disposizioni assurde del Gruppo Armate tedesco.

Il 17 dicembre arriva, per il XLI Battaglione CC.NN., l’ordine liberatorio di abbandonare Gadjuče. Si approntano tre camion, cui viene destinato il carburante preso dagli altri automezzi al momento a disposizione.

Seguono giorni difficili da descrivere. La differenza tra la vita e la morte è fatta di minuzie che assumono un significato enorme: l’attaccarsi o meno a un predellino, la pipì per riempire i radiatori sprovvisti di acqua (espediente, questo, che consentirà ai mezzi di proseguire)... e, per chi si troverà a procedere a piedi, l’incontro con un viso noto e un passaggio insperato a bordo di un automezzo.

Un centurione compie il percorso Gadjuče-Kusmenkov legato con alcune cinture al cofano di un camion.[6]

Uomini e animali morti, materiali sparpagliati nei villaggi che via via si attraversano, il lasciarsi vincere dal piacere strano e torpido di addormentarsi sulla neve, dopo un periodo in cui le possibilità di riposo sono state davvero esigue... sono racconti che ricorrono di frequente nella memorialistica riguardante quei giorni, e che ritroviamo nelle annotazioni di Friz e Filippi.

Taly, Kantemirovka. Si sfugge alla morsa dei Russi, che incalzano.


A Kantemirovka – durante l’attacco sovietico del 19 dicembre che porta alla caduta della città – il centurione Friz rivede per un attimo il cappellano incontrato circa un’ora prima: il sacerdote va incontro ai carri armati avversari, tenendo ben in vista il crocefisso e indicando l’ospedale in cui presta servizio, nella speranza che il personale e i pazienti ivi ricoverati vengano risparmiati... ma una raffica falcia lui e i medici e gli infermieri che, disarmati, procedono con il distintivo della Croce Rossa sul braccio.[7]

Dopo Kantemirovka, Friz e Filippi proseguono divisi per un po’.

Ritroviamo il Gruppo Battaglioni Valle Scrivia nella zona di Vorošilovgrad, a difesa dei ponti sul Donec.[8]

Nella città – questa è la sensazione – non vi è grande coscienza di quanto accaduto in prima linea e di cosa abbiano passato gli uomini che da lì provengono. I reparti ivi dislocati hanno vissuto, fino a quel momento, tra le comodità e persino qualche frivolezza... questo amareggia non poco chi ha dovuto tanto combattere per arrivare sino lì.

All’inizio del nuovo anno, il 1943, il centurione Friz viene ricoverato presso un ospedale militare di Stalino per un principio di esaurimento nervoso. Soffre anche di congiuntivite bilaterale e di squilibrio fisico, dovuto alla perdita di parte del liquido del labirinto (dopo il bombardamento aereo subito a Gadjuče, la notte tra il 16 e il 17 dicembre).

Intanto, con i superstiti dei due Gruppi Battaglioni Valle Scrivia e Leonessa vengono costituiti due soli battaglioni di formazione. Questo dà la misura delle perdite patite.

Dopo un percorso che ha toccato diverse località, il 17 marzo 1943 le Camicie Nere del II Corpo d’Armata partono da Leopoli, abbandonando un mondo di freddo, combattimenti e sofferenze, ma portandone nel cuore l’esperienza cruda.

La guerra sarebbe durata ancora molto e ognuno di quegli uomini fronteggerà le scelte difficili connesse agli eventi futuri secondo quanto la coscienza avrebbe poi suggerito.

 

 

La milizia del Duce muore sul Don – La 41ª Legione “Cesare Battisti”: memorie dal fronte russo 1942-1943

Paolo Zanlucchi, Egon Edizioni, Rovereto, 2014

 

 


 

 

 

[1] Nel dopoguerra tutto quanto era in qualche modo correlato al regime fascista verrà – se non cancellato – rimosso, con il rischio che siano andati perduti – per motivi politico-ideologici – frammenti significativi della guerra a est, in cui le truppe italiane (e con esse reparti di Camicie Nere) erano state coinvolte pagando costi altissimi.

[2] I battaglioni M (la "M" sta per Mussolini) vengono creati nell'ottobre 1941 per trasformare e potenziare i battaglioni d'assalto e da montagna della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) che si sono distinti in modo particolare in combattimento.

[3] Ecco quanto scrive Tullio Filippi. “La linea del fronte era tutto un susseguirsi di lampi, scoppi, bagliori, lunghe file serpeggianti di pallottole traccianti, tuoni terrificanti. I due fronti si bombardavano contemporaneamente. Era una scena straordinaria, paurosa, a tratti sembrava giorno, la terra tremava, sembrava la fine di tutto. Il bombardamento durò circa un’ora; tornò poi la calma di prima, ogni rumore cessò, la notte continuò buia, mentre le stelle brillavano. E andammo tutti a dormire; solamente le sentinelle vegliavano.” La milizia del Duce muore sul Don, pag. 24.

[4]La milizia del Duce muore sul Don, pag. 50. Dalla stessa pagina riportiamo un passaggio di Paolo Zanlucchi: “Possiamo soltanto provare a immaginare quali pensieri siano passati per la mente di quegli uomini che, battendo i piedi per il freddo, sono in attesa di salire su quel maledetto pendio gelato, dal quale arrivano i rumori delle armi automatiche, le grida degli assalitori e i lamenti dei feriti, gli scoppi delle bombe a mano.” 

[5] “In fondo, dove finiva il caposaldo [...] stavano una quindicina di uomini, comandati da un Capo Squadra che mi disse di chiamarsi Ingaramo. [...] Il sottufficiale mi disse che si sentiva male, aveva un febbrone. Mentre stavo lì, si allontanò ma tornò subito. Si era recato al comando per farsi sostituire almeno qualche ora, ma lo rimandarono al suo posto. Si mise a piangere, mi faceva pena.” La milizia del Duce muore sul Don, pag. 60.

[6]La milizia del Duce muore sul Don, pag. 94.

[7]La milizia del Duce muore sul Don, pag. 109.

[8] La notte sul 22 dicembre 1942 il Comando del II Corpo d’Armata aveva raggiunto Vorošilovgrad, emanando, già il mattino successivo, ordini in tal senso. Ecco cosa scrive Tullio Filippi, ricordando il suo arrivo a Luganskaja, proprio il 22 dicembre: “E arrivarono le luci dell’alba di questo nuovo giorno [...]. Mi prestarono un pezzo di specchietto e la macchinetta con lametta per radermi la barba incolta e lunga. Mi guardai allo specchio: era da tempo che non mi vedevo; rimasi molto male [...]. Avevo la faccia tutta gonfia, enorme, ed era tutta una piaga. Riuscii con pazienza a radermi.” La Camicia Nera, inoltre, rimarca quanto sia diverso – ora – il suo sentire, rispetto all’estate precedente, quando aveva attraversato in senso contrario lo stesso ponte di Luganskaja, con le truppe italiane all’inseguimento dei Sovietici. La milizia del Duce muore sul Don, pagine 124 e 125.


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