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C.S.I.R. - Corpo di Spedizione Italiano in Russia

Divulgazione storica in quattro puntate
allegata ai Notiziari U.N.I.R.R.
n. 29-30-31-33

a cura di Bruno Lancellotti

croce csir 

 

1. Costituzione, trasferimento, radunata.

Prima parte - Notiziario U.N.I.R.R. N. 29 - Anno 1991

Non si può negare che, nella formazione della Grande Unità a livello di Corpo d'Armata, che avrebbe poi assunta la denominazione di "Corpo di Spedizione Italiano in Russia", conosciuto in sigla come "C.S.I.R.", il Comando Supremo fece un notevole sforzo perché il suo equipaggiamento ed il suo armamento, oltre a garantirgli una adeguata capacità operativa, permettesse anche di reggere il confronto con gli altri eserciti con i quali sarebbe venuto a contatto una volta raggiunto il Fronte Orientale.

 

Al termine della sua costituzione, il C.S.I.R. si presentava, a grandi linee, in questa formazione:

  • un Comando di C.d'A., che fra le Unità direttamente dipendenti contava tre squadriglie per l'osservazione aerea e altre quattro da caccia, più una Legione CC.NN. a testimoniare dell'apporto attivo del Partito Fascista alla guerra contro l'Unione Sovietica;
  • due Divisioni, "Pasubio" e "Torino", definite "autotrasportabili", in quanto non disponevano di un numero di automezzi sufficiente al loro contemporaneo autotrasporto;
  • una Divisione "Celere" (la 3a, "Principe Amedeo d'Aosta" - PADA) con il 3° Bersaglieri, i Reggimenti "Savoia Cavalleria" e "Lancieri di Novara", un Gruppo carri L/3 e un Reggimento di Artiglieria a cavallo;
  • nove Autoreparti, suddivisi fra le varie Unità del Corpo di Spedizione;
  • un'Intendenza Est, coi vari Servizi.

In totale, il Corpo di Spedizione Italiano in Russia, contava su un organico di 62.000 uomini.

 

Il movimento ebbe inizio il 10 Luglio 1941: da Roma, per la Divisione "Torino"; da Verona, per le Divisioni "Pasubio" e "Celere"; da Cremona, per il Comando della Grande Unità.

In ferrovia vennero raggiunte le località di Marmaros Sziget, Felsoviso e Borsa, nell'Ungheria orientale; poi, proseguendo per via ordinaria, le Divisioni si portarono in territorio romeno a Hormolui, Falticeni e Suceava, mentre il Comando di C. d'A. si attestava a Botosani.

Si era però già dovuta registrare la perdita del Comandante, perché il Generale Francesco Zingales, aveva dovuto essere ricoverato in una clinica di Vienna per un improvviso attacco influenzale con complicazioni polmonari e così, a sostituirlo, era stato designato il generale Giovanni Messe che il 17 Luglio raggiungeva i reparti direttamente a Marmaros Sziget.

Nel corso dei circa trecento chilometri percorsi tra le località di scarico e quelle di radunata si era fatto abbastanza evidente che la mancanza di un adeguato numero di mezzi d'autotrasporto avrebbe inevitabilmente comportato per le tre Divisioni, l'Intendenza e tutta la catena dei Servizi Logistici una serie di sforzi e di sacrifici particolarmente duri, che si sarebbe aggiunta al logorio ed alle perdite inevitabili per avanzare, marciando nel fango o nella polvere per centinaia e centinaia di chilometri, che vennero infatti superati molto spesso solo operando dei veri e propri miracoli di buona volontà.

 generale messe



2. Battaglia dei due fiumi - Manovra di Petrikovka.

Una volta raggiunta la zona di impiego, il C.S.I.R. entrò a far parte della 11a Armata Interalleata, che poteva contare su un Corpo ungherese, la 3a Armata romena e l'XI e XXX Corpo germanici. Non disponeva invece di mezzi corazzati e di una vera e propria riserva, e proprio per la mancanza dei primi, si era trovata in difficoltà di fronte alla resistenza opposta dalle truppe sovietiche. Al compito di riserva strategica veniva perciò assegnato il C.S.I.R. che si era andato concentrando nella zona di Jsvori-Jampol.

Con l'inizio della cosiddetta "battaglia dei due fiumi", con la quale i Tedeschi miravano ad annientare le truppe sovietiche rimaste fra il Dniester e il Bug, la prima Divisione italiana ad entrare in azione risultò la "Pasubio". Essa avrebbe dovuto infatti puntare su Nikolajev, sfilare poi lungo la riva destra del Bug, accerchiando le forze russe ed eliminare le teste di ponte ancora in loro possesso.

I soldati italiani fecero così anche la loro prima esperienza del disastroso effetto che la pioggia esercitava sulle "terre nere" ucraine, che si trasformavano subito in una melma viscida come pasta di sapone, una specie di mastice ove tutto affondava, rendendo ogni spostamento di uomini e mezzi, un autentico calvario.

Nel frattempo, la Divisione "Torino", priva come era di automezzi, rimaneva ancora in marcia, mentre la "Celere" andava portando a termine il proprio raggruppamento.

Il 10 Agosto 1941, l'avanguardia della "Pasubio", al comando del Colonnello Chiaramonti, (composta dall'80° Reggimento fanteria, dal III Gruppo dell'8° Rgt. artiglieria "Pasubio", dalla 1a Compagnia bersaglieri motociclisti, dalla 141a Compagnia anticarro 47/32, dalla 1a Compagnia mortai da 81 del V battaglione e dai Servizi, per un totale di 4.500 uomini), si portava su Voznessenk ed il giorno successivo, malgrado un violentissimo temporale avesse bloccato il grosso della Divisione, proseguiva la propria marcia prendendo contatto col nemico nei pressi di Prokovskoje, il quale evitava però lo scontro traghettando il fiume Bug all'altezza di Jasnaja Poljana.

Il mattino dopo il contatto era ripreso e si avevano i primi scontri diretti che presentavano alterne vicende, almeno finché l'intervento anche del grosso - che aveva finalmente potuto serrare sotto - determinava il successo dell'azione che solo il sopravvenire dell'oscurità impediva completo.

I Russi erano stati però costretti ad abbandonare la testa di ponte di Nikolajev sul Bug, ultimo passaggio sul fiume rimasto loro disponibile, e questo aveva favorito la cattura di numerosi prigionieri e di una cospicua quantità di materiale bellico. Si erano però anche avute le prime perdite: 2 ufficiali e 13 soldati, sepolti in seguito nel piccolo cimitero di guerra situato a Staro-Petrovskaje, lungo la strada che portava a Dimitrijevka.

Si aveva anche la prima proposta di Medaglia d'Oro nella Campagna di Russia, per il bersagliere Alfredo Lutri del ll Reggimento: "Motociclista, in esplorazione avanzata, fatto segno ad intenso fuoco nemico in agguato, persisteva nel suo compito di ricognizione, finché veniva gravemente colpito insieme al compagno di macchina. Con supremo sforzo riprendeva la guida della motocicletta per comunicare al proprio comandante l'esito della ricognizione e per portare in salvo il proprio compagno. Si abbatteva morente subito dopo, ma accennava soltanto alla ferita del compagno, perché gli fosse data la preferenza nelle cure. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di spirito militare e di cameratismo, fino al supremo sacrificio."

Il 14 Agosto, il Comando del Gruppo Armate Sud decideva il passaggio del Corpo di Spedizione Italiano alle dipendenze del 1° Panzergruppe von Kleist, forte di 750 carri armati, la cui potenza di fuoco e velocità di manovra, ben poco si conciliavano con quelle dell'Unità italiana. E questo per il semplice errore di un traduttore, che alla domanda su quale fosse lo stato del C.S.I.R., lo aveva definito "motoriziert" (motorizzato) e non "verlauftbar", trattandosi di Unità semplicemente "autotrasportabile".

Obiettivo primario di von Kleist era il congiungimento oltre il Dnepr con le forze corazzate di Guderian, per completare l'accerchiamento delle linee russe in corrispondenza con Kiev. Così l'attraversamento del fiume da parte di due Corpi corazzati tedeschi e della "Pasubio", che ne proteggeva il fianco destro, avvenuto il 18 settembre 1942, segnava l'inizio della manovra.

Sul fiume, gli Italiani mantenevano il "Gruppo Solinas" ("Lancieri di Novara", l Btg. bersaglieri, 2ª Compagnia motociclisti, Gruppo cannoni 100/17 e un Btg. mortai), mentre all'81° Ftr. era affidato il compito di stroncare ogni tentativo di infiltrazione nemica.

All'alba del 23 Settembre, il 79° Ftr., sostenuto dall'8° Artiglieria e dal Gruppo Abraham, costituiva una testa di ponte a Zaritschanka, incontrando una forte reazione di fuoco da parte del nemico, che non impediva però che il valore e la tenacia dei nostri soldati costringessero i Russi a ripiegare per una decina di chilometri oltre il corso d'acqua, vanificandone tutti i contrattacchi anche nei giorni seguenti.

Con un assalto all'arma bianca, l'80° Ftr. aveva riconquistato, a sua volta, la testa di ponte di Voinovka, persa precedentemente dai Tedeschi.

Nella notte dal 26 al 27 Settembre, anche le truppe della Divisione "Torino" procedevano all'attraversamento del Dnepr sotto il tiro incrociato delle artiglierie e le continue incursioni aeree russe. Il generale Messe poteva così mettere in atto una manovra convergente che avrebbe portato all'accerchiamento di quanto rimaneva ancora delle cinque divisioni sovietiche lasciate a guardia del Dnepr.

Il mattino del 28 Settembre, la "Torino", rinforzata dalla Legione "Tagliamento" e da un Btg. controcarro, muoveva all'attacco e, nonostante la disperata difesa e i numerosi ostacoli, riusciva in serata a raggiungere tutti gli obiettivi previsti.

Il mattino dopo la marcia veniva ripresa su due colonne: l'81°Ftr. con le CC.NN., puntava su Kamenka, prendendo contatto con forti masse nemiche ed aumentandovi la confusione. L'82° Ftr., finiva invece in una zona particolarmente acquitrinosa, piena di paludi e sabbie mobili, che obbligava i suoi uomini ad avanzare con l'acqua alle ginocchia, trasportando mortai e armi pesanti a spalla, sotto una continua pioggia gelata.

Nel tardo pomeriggio si aveva il collegamento col XXV Btg. bersaglieri, fra le case di Kurilovka, mentre contemporaneamente, anche il III Btg. dell'81° Ftr., prendeva contatto con reparti della "Pasubio" nell'abitato di Petrikovka che rimaneva l'obiettivo della stessa "Celere", impegnata nel rastrellamento delle forze nemiche accerchiate fra il Dnepr e l'Orel.

Il 30 Settembre, la manovra era conclusa con la cattura di circa diecimila prigionieri ed una notevole quantità di materiale bellico.

Le perdite subite dalle Unità italiane ammontavano a 87 morti (6 ufficiali), 190 feriti (13 ufficiali) e 14 dispersi.

In questa prima azione autonoma del C.S.I.R., assunse una particolare importanza l'opera infaticabile del Genio Pontieri (I e IX Btg.) che si meriterà anche l'elogio dello stesso Comandante del III Gruppo Corazzato tedesco, Generale von Mackensen:

"Ho visto dal mio posto di osservazione l'eccellente sostegno dei genieri del C.S.I.R. Essi hanno chiuso il ponte di chiatte di Dnepropetrovsk sotto un forte e ben mirato fuoco di artiglierie senza lasciarsi turbare nemmeno un momento durante il lavoro e senza minimamente sospenderlo. La costruzione è stata condotta a termine con successo. Esprimo ai genieri italiani il mio particolare elogio per il loro esemplare contegno."

Anche il Generale von Schwelder, che aveva avuto alle sue dipendenze la "Pasubio", scriveva:

"Con mio sincero rammarico la Divisione Pasubio si è staccata dalle mie dipendenze e alle truppe, per tutto quello che hanno fatto durante le scorse settimane sull'Oriol (Orelj), il mio ringraziamento e il mio pieno riconoscimento. I combattimenti presso Zaritschanka e Voinovka, nei quali, sotto il Comando italiano, soldati dei due eserciti raggiunsero la vittoria, stringono ancor più fortemente il vincolo di fratellanza di armi. Auguro alla Divisione, sulla via della vittoria, ulteriori fortune e successi."

E il Generale von Kleist (che proveniva da una antica famiglia prussiana, che aveva dato alla patria, da Federico II in poi, numerosi militari e ben diciotto generali), aggiungeva:

"Sono stato felice di poter dare al Corpo di Spedizione italiano l'occasione di poter condurre un'indipendente azione di guerra. L'esecuzione di questa impresa ha pienamente corrisposto alle mie aspettative. Per il bel successo esprimo al Corpo di spedizione italiano la mia lode e le mie congratulazioni."

zona di scarico

 

3. L'avanzata al Donetz: raggiunta Pavlograd.

Seconda parte - Notiziario U.N.I.R.R. n. 30 - Anno 1991

Il 10 settembre 1941 le truppe tedesche entravano in Poltava, il 19 si arrendeva Kiev e, con la caduta di Charkov, il maresciallo russo Budjenny si vedeva costretto ad un'ampia manovra di sganciamento e ripiegamento su tutto il territorio ucraino. Hitler ne ricavava così alcune conclusioni che sintetizzava in un proclama del 2 Ottobre 1941, nel quale, tra l'altro, diceva:

"In questi tre mesi e mezzo è pure stata finalmente creata la premessa per sferrare il colpo finale potentissimo, il quale dovrà sterminare prima dell'inverno questo nostro nemico... Secondo i piani prestabiliti, tutto è stato questa volta preparato passo per passo per porre il nostro avversario in quella posizione che ci permetterà di dargli il colpo mortale. Ha oggi inizio l'ultima grande battaglia di quest'anno!"

Era però evidente che per poter raggiungere simili obiettivi si doveva agire con rapidità e con operazioni a largo raggio che avrebbero richiesto alle truppe notevoli sforzi e chi, come il C.S.I.R., era afflitto da una cronica carenza di mezzi di trasporto si sarebbe trovato nelle peggiori condizioni.

Il generale Messe aveva fatto presente più volte tutto questo al Comando della 1ª Armata Corazzata, ma senza alcun risultato. Evidentemente, se sul piano disciplinare il C.S.I.R. doveva obbedienza come un qualsiasi Corpo d'Armata tedesco, sul piano degli aiuti non sembrava godere delle stesse prerogative dei Corpi d'Armata germanici.

Il 1° Ottobre, il Comando germanico definiva i nuovi compiti del Corpo di Spedizione italiano, scrivendo:

"II C.S.I.R. si raduni con tutte e tre le Divisioni nella sua zona a Nord-Est di Dnepropetrovsk e si prepari a condurre la Divisione più avanzata il 3 corr. oltre la Samara per proteggere, secondo l'avanzata del III Corpo, i fianchi del Gruppo Corazzato, dal Woltschja e da Pavlograd in poi."

Von Kleist intendeva infatti raggiungere rapidamente col proprio Gruppo Corazzato (che dal 5 ottobre, assumerà la denominazione di "1a Armata Corazzata"), il Mar d'Azov, completando così l'accerchiamento della 9a Armata sovietica, trattenuta in combattimento nella zona di Melitopol dalla 2a Armata tedesca.

Il XIV Corpo d'Armata avrebbe puntato a Sud del Kronskaja, fra le paludi del Dnepr e le stazioni di Plavni e Orechov, protetto dal III Corpo Corazzato, e il C.S.I.R. si sarebbe sostituito a questa Unità man mano che fosse avanzata, impegnandosi anche nei combattimenti che l'Armata avrebbe certamente sostenuto, specialmente nella non facile conquista della testa di ponte di Pavlograd.

Poiché la Divisione" Torino" mancava di automezzi, messi a disposizione della "Pasubio", ma praticamente bloccati dal maltempo, si mosse la "Celere", che avendo però a disposizione una sola passerella e tre traghetti, finì per impiegare più tempo del previsto nell'attraversamento del Dnepr.

Una volta prosciugatesi le strade, fu la volta della "Pasubio", che il 6 Ottobre andava a schierarsi a Pavlograd (esclusa), e Uljanovka, mentre la "Torino" sostava nella zona di Kamenka in seconda schiera.

A ravvivare quelle giornate fu la brillante azione, condotta con gran slancio dall’ XX Btg. Bersaglieri, che l'8 Ottobre portava alla eliminazione della testa di ponte di Ulianovka, permettendo così al 3° Bersaglieri, coadiuvato dalle Batterie a cavallo, di assumere il previsto schieramento lungo il Woltschja, malgrado forti retroguardie russe, appoggiate anche da treni blindati, ostacolassero con frequenti contrattacchi l'operazione.

Il perdurare del maltempo era però la causa principale dell'ulteriore appesantimento delle fatiche sopportate dagli uomini; pioggia e neve autunnale ostacolavano ogni movimento quando non lo rendevano addirittura impossibile, ed a risentirne erano anche i servizi e i rifornimenti. Risultò invece una fortuna che l'assenza di una vera e propria attività area nemica abbia preservato le interminabili autocolonne, in marcia lentissima nel fango, dal subire una vera falcidia.

La manovra di attacco alla testa di ponte sovietica di Pavlograd fu affidata alla 198ª Divisione Tedesca, con l'appoggio della "colonna Garelli" (l Btg. CC.NN. "Tagliamento", un Gruppo da 105/35 e una Compagnia di bersaglieri motociclisti). All'ala sinistra delle forze attaccanti rimaneva il 79° Ftr." Pasubio".

Il 10 Ottobre a mezzogiorno le nostre truppe prendevano d'assalto il villaggio di Mishritsch, superando di slancio ogni ostacolo e facendo molti prigionieri; poi, alcune ore dopo, occupavano anche l'abitato di Maurina, penetrando così nel cuore del dispositivo avversario, dopo aver sorpassato un largo e profondo fossato anticarro ed un complesso dispositivo di reticolati e campi minati.

L'oscurità sospendeva le operazioni, che riprendevano il mattino dopo col raggiungimento della ferrovia di Pavlograd e del ponte ferroviario che, a differenza di quello sulla rotabile, i Russi non avevano fatto a tempo a far saltare.

Una volta eliminata la testa di ponte di Pavlograd, il nemico poteva essere così respinto in profondità oltre il fiume Woltschja. Successivamente si aveva la sostituzione della 198a Divisione germanica con la "Pasubio", mentre la "Celere" assumeva le posizioni della "SS-Vicking", portando così lo schieramento italiano da Pavlograd al Gaitschur, per una ampiezza di 150 chilometri.

Il Generale Roetting,comandante della 198a Divisione tedesca, scriveva ai Comandi italiani:

"In tre giorni di duro combattimento la colonna Garelli con la 63ª Legione "Taqliamento" al comando del console Nicchiarelli e la 2ª Compagnia bersaglieri motociclisti al comando del capitano Tanganelli - spalla a spalla con le truppe della 198a Divisione fanteria - ha spezzato la ben fortificata e tenacemente difesa testa di ponte dinnanzi a Pavlograd, espugnando le località di Mishiritsch e di Maurina, e ricacciando il nemico oltre il settore del Woltschja.

Le batterie del 30° Raggruppamento al comando del colonnello Matiotti hanno efficacemente appoggiato tanto l'azione quanto l'attacco della fanteria tedesca e, con il concorso del loro ottimo tiro, contribuito alla vittoria. Esprimo ai suddetti comandanti e alle loro valorose truppe il mio pieno riconoscimento e nello stesso tempo il cameratesco ringraziamento a nome della mia Divisione e formulo i migliori auguri per una nuova gloria militare fino alla comune vittoria finale."

cimitero kazepetovka

 

4. L'avanzata al Donetz: Nikolajevka e Uspenovka - Occupata Stalino

Nella sua veloce avanzata verso il Mare d'Azov, l'azione della 1ª Armata Corazzata tedesca si era sviluppata in modo rapido e brillante, ed il Fronte Meridionale sovietico sembrava aver ormai perso ogni capacità di resistenza.

L'Alto Comando tedesco ritenne perciò di accentuare la pressione sul nemico, al fine di sfruttare al massimo i successi conseguiti e l'8 ottobre dava ordine a von Kleist di procedere su Taganrog, Rostov e in direziono di Stalino. Una manovra che avrebbe impegnato una grande massa d'uomini e mezzi, obbligati a muoversi in tempi prestabiliti, per evitare intasamenti che potessero costituire facili obiettivi per l'artiglieria e l'aviazione nemica.

Il 12 ottobre reparti della "Celere" occupavano Novo Nikolajevka, proseguendo poi l'azione lungo due direttrici: sulla sinistra, i due Reggimenti di Cavalleria che mantenevano contatto col XLIX Corpo d'Armata Alpino tedesco; sulla destra, due Btg. di Bersaglieri che si mantenevano a ridosso delle retroguardie russe.

Il 14, i due Rgt. di Cavalleria erano attestati sul fiume Jantschall, mentre il 3° Bersaglieri, appiedato, raggiungeva a fatica la sponda destra del GaischuI. Nel frattempo, la "Celere", viste le difficoltà che andava incontrando il XLlX Corpo Alpino tedesco, metteva in atto una manovra di alleggerimento che lo stesso nemico, operando un improvviso ripiegamento oltre il fiume Ssuchje Jaly, non senza averne fatto saltare i ponti, rendeva però inutile.

Gli episodi più salienti si registravano sul versante della Cavalleria dove le pattuglie del 1° Squadrone di "Savoia", impegnato a riprendere contatto col "Lancieri di Novara", venivano fatte segno ad un intenso fuoco d'armi automatiche ed impegnate in combattimento. Appiedati i mitraglieri per controbattere il tiro, il tenente Donini Vannetti (caduto poi eroicamente il 9 settembre 1943, combattendo contro i Tedeschi nella difesa di Roma), con i rimanenti cavalleggeri caricava con sciabole e bombe a mano. Contrattaccato a sua volta dai Russi, gli veniva in soccorso lo stesso comandante dello squadrone, il quale - impegnando più volte l'avversario - lo costringeva a ripiegare.

I "Lancieri di Novara" si trovavano invece in prossimità di Uspenovka, protetto da un modesto corso d'acqua, ma anche da numerose postazioni d'armi automatiche che bloccavano il Reggimento con un tale fuoco d'interdizione da obbligarlo a sospendere l'azione, che sarebbe stata ripresa il mattino dopo con un attacco combinato con i sopravvenuti reparti tedeschi che portava all'occupazione della località.

Visto che la Divisione "Torino" mancava ancora una volta di ogni possibilità di autotrasporto, l'ultimo balzo verso Stalino venne coordinato fra le Divisioni "Celere" e "Pasubio", anche se le pessime condizioni delle strade riducevano di molto le capacità di manovra di questa Unità, mentre i reggimenti di Cavalleria della "Celere" si districavano meglio nel fango.

Dopo brevi combattimenti, il 20 ottobre il 3° Bersaglieri occupava Sofija, proseguendo poi verso Stalino. La Cavalleria si portava coi propri reggimenti su Kurskovka e Mog-Pereskok, mentre nelle stesse ore la colonna Chiaramonti (80° Ftr. e un Btg. del 79° Ftr.), incuneandosi nella retroguardia russa, riusciva ad occupare la stazione di Griscino ed a proseguire sino a raggiungere in serata Krasnoarmejskoje.

Il Raggruppamento motorizzato, una volta occupata Novo Pavlovka, si attestava in difesa vanificando in seguito ogni contrattacco nemico.

L'assalto finale a Stalino era portato dal 3° Bersaglieri con una nuova tattica che si rivelò efficacissima: quella di reparti piccoli e mobilissimi, accompagnati dal preciso tiro delle Batterie a cavallo che, sorprendendo il nemico con ardite e rapidissime azioni a cavallo, ne scompaginava ogni tentativo di reazione.

Nello stesso tempo che le truppe del XLIX Corpo d'Armata Alpino tedesco entravano in Stalino, i bersaglieri ne occupavano la stazione poi si congiungevano con gli alleati nella piazza centrale, dove una statua di Lenin alquanto malridotta riassumeva molto bene le condizioni delle truppe russe in ritirata.

Il Comandante della "Celere", nel terminare la sua relazione, poteva così scrivere:

"II mio compito è stato grandemente facilitato dalla cooperazione di tutti gli ufficiali del comando dei Corpi e dei Servizi, i quali hanno gareggiato nel prodigarsi in ogni modo per sopperire con mille ripieghi all'insufficienza dei mezzi e per ovviare alle mille difficoltà che hanno caratterizzato questo ciclo operativo. Degni della più grande ammirazione l'entusiasmo e il valore, la generosità di tutti i combattenti, i quali si sono dimostrati pienamente all'altezza della gloriosa tradizione dei nostri reggimenti ed hanno tenuto alto il prestigio della Divisione."

Giusto anche l'elogio di Messe:

"La "Celere" in questi giorni ha fatto superbe cose che hanno rinverdito le glorie dei suoi magnifici reggimenti. Decisivo è stato il suo contributo per l'occupazione della zona industriale di Stalino. Sento tutto l'orgoglio di essere vostro capo perché avete creato con il vostro intrepido contegno nuovi e più alti motivi di fierezza per l'Italia. A tutti... il mio caloroso elogio."

E il Generale Kubler, comandante il XLIX Corpo d'Armata Alpino tedesco, rivolgeva a sua volta un ringraziamento alla Divisione "Celere" "per l'appoggio dato, sovente d'iniziativa, al suo Corpo d'Armata".

 sosta autocolonna

 

5. Le operazioni di Gorlovka e Rikovo.

Terza parte - Notiziario U.N.I.R.R. n. 31 - Anno 1991

Con l'occupazione di Stalino, sorse la necessità di garantirne la difesa, controllandone anche il naturale complemento difensivo costituito dalle località di Gorlovka, Rikovo e Nikitovka, nonché Trudovaja, stazione terminale dell'oleodotto del Caspio.

Dall'Ucraina contadina si era passata quella operaia; dai «kolchos» agricoli ai «soviet» di fabbrica e dei consigli operai, che avrebbero dato vita a forti nuclei partigiani accanitamente impegnati nella lotta alle truppe germaniche ed alleate.

Se i Russi avevano compiuto un grande balzo all'indietro, dal Dnepr a Stalino, ora - ai margini del bacino del Donetz - sembravano intenzionati adare vita ad una nuova e più accanita resistenza.

Ed era appunto contro questa resistenza che andava ad urtare la Armata corazzata germanica. Da qui l'ordine al C.S.I.R. di condurre a termine l'occupazione di Gorlovka, Nikitovka e della stazione di Trudovaja, senza tener conto che si addossavano così ulteriori fatiche e sacrifici ad Unità già molto provate ed in una evidente grave crisi logistica.

Siccome però tutto questo non poteva essere risolto da un giorno all'altro, al loro Comandante - generale Messe - non rimaneva che chiedere ai propri uomini un ulteriore sforzo di buona volontà, provvedendo nello stesso tempo a costituire (avvalendosi in questo caso delle Camicie Nere della «Tagliamento»), alcuni distaccamenti di retroguardia che avrebbero dovuto proteggere le vie di comunicazione da eventuali sabotaggi.

La notte del 22 ottobre, il «Savoia Cavalleria» guadava il Krivoj Torez e dopo avere infranto alcune resistenze nemiche, realizzava una testa di ponte al di là del fiume,giungendo con i suoi elementi più avanzati sino alla stazione ed all'abitato di Pantelejmonovka.

Il Reggimento «Lancieri di Novara» raggiungeva invece Skotovoje e, caricando decisamente, obbligava il nemico a ripiegare senza dargli il tempo di far saltare il ponte. Nel frattempo il XX Btg. Bersaglieri, raggiunta Jassinovatoje, vi rimaneva a disposizione del Comando di Divisione.

Una volta superata Griscino il 23 ottobre, anche la colonna Chiaramonti (80° Ftr. e un Btg. del 79° Ftr.), proseguiva verso est e il 25 occupava Scelesnoje dopo aspro combattimento contro forze superiori e tre giorni dopo l'intero centro minerario omonimo, impedendo ai Russi di operarvi gravi distruzioni.

Dopo duecento chilometri dal Dnepr e ben millequattrocento da quando era sbarcata a Falticeni, anche la Divisione «Torino» raggiungeva finalmente Stalino e dopo aver sfilato davanti al generale De Carolis lungo la strada principale, andava ad attestarsi in zona Im. Karova-Korsuni, per proteggere il fianco meridionale della divisione «Celere».

Il primo novembre, senza una ragione comprensibile, i Russi operavano però un improvviso ripiegamento in direzione di Rikovo, e di questo ne approfittava immediatamente il 3° Bersaglieri che con un'azione di sorpresa, attraverso una zona ritenuta dai Russi intransitabile, coglieva il nemico in movimento e, dopo un breve combattimento, poteva portare a compimento l'occupazione di quella località.

Maggiore resistenza incontravano invece i Reggimenti 79° e 80° Ftr., venuti a contatto con reparti nemici, appoggiati da forti nuclei partigiani nei sobborghi di Gorlovka.

I combattimenti erano costretti a disperdersi in un dedalo di strade ove ci si batteva casa per casa, con una temperatura rigidissima, sotto la costante minaccia dei cecchini che obbligavano a frazionarsi in piccoli nuclei per evitare di offrire a loro facili bersagli.

Dopo una notte trascorsa all'addiaccio, all'alba del 2 novembre, i combattimenti riprendevano con maggiore intensità e solo verso sera l'80° Ftr. riusciva ad occupare stabilmente la parte nord della città, mentre il 79°, con l'appoggio del «Lancieri di Novara», ne occupava la parte sud. I Russi cercavano così nuova possibilità di resistenza fra le più solide costruzioni di Novo Gorlovka.

 

6. Nikitovka, Ubeschitsche e Chazepetovka.

Nella stessa giornata del 2 novembre, l'80° Ftr., che una volta occupata Gorlovka aveva proseguito per cercare la conclusione a Trudovaja, si era visto attaccato nelle vicinanze di Nikitovka da forti reparti della 74ª Divisione russa che avendo individuato la larga soluzione di continuità di quaranta chilometri esistente tra il Corpo italiano e la 17ª  Divisione tedesca, cercava di approfittarne.

La reazione dell'80° era però immediata: l'avversario era contrattaccato con decisione e ricacciato e il 6 novembre Nikitovka veniva occupata. Solo che ora l'80° Ftr. veniva a trovarsi eccessivamente avanzato rispetto allo schieramento italiano e la pressione che le forze russe andavano esercitando su fianchi del saliente non lasciavano presagire nulla di buono.

Un primo tentativo di sbloccare l'80° Ftr. messo in atto il 10 novembre da parte del 79° Ftr. e dei "Lancieri di Novara", non dava alcun esito, né tantomeno il successivo messo in atto dal 3° Bersaglieri.

Erano giornate nelle quali tutti venivano chiamati a dare prova di grande valore e spirito di sacrificio fra inenarrabili sofferenze, e non mancavano anche episodi particolarmente significativi.

Coi viveri e le munizioni, era venuta a mancare anche l'acqua, una tortura che nemmeno la neve riusciva a lenire. Ed ecco una donna russa, Juliana Andr, malgrado l'opposizione dello stesso colonello Chiaramonti, uscire allo scoperto reggendo un secchio ed incamminarsi verso un pozzo. Forse fidava nel suo essere donna, forse la spingeva il tormento di quegli uomini, che pure erano suoi nemici, ma che da troppo tempo vedeva soffrire. Nessuno lo poteva sapere. Giunta ormai a pochi metri dal pozzo, una raffica improvvisa la fulminava e sarebbe stata sepolta con tutti gli onori qualche giorno dopo, accanto ai valorosi caduti dell'80° Ftr.

L'11 novembre la situazione si era fatta ormai disperata. Ogni rifornimento era ormai impossibile così come il recupero dei feriti.

Il 12 novembre, il XVIII e XX Btg. bersaglieri, al comando del colonello Caretto, riuscivano a raggiungere i primi fabbricati di Nikitovka, ma rimanevano bloccati all'addiaccio dall'intenso fuoco di sbarramento a cui erano sottoposti.

Nel pomeriggio dello stesso giorno, veniva comunicato a Chiaramonti che Caretto si vedeva costretto a ritirarsi. "Fate pure - rispondeva il comandante del 80° Ftr. - noi tenteremo con l'oscurità." Ed era infatti per un'improvvisa, violenta bufera di neve, che gli uomini dell'80° potevano rientrare nelle proprie linee, portando con loro i feriti ed i congelati.

In questa azione si ebbero complessivamente 130 morti (9 ufficiali), 553 feriti (27 ufficiali) e 16 dispersi.

Per questa operazione, veniva anche concessa la prima Medaglia d'Oro alla bandiera del 80° Ftr., mentre alle truppe della "Celere" il generale Messe inviava questo elogio:

"Nella dura lotta vittoriosa sostenuta ieri dalle truppe al vostro comando sono stato particolarmente vicino con tutta la passione di comandante. Avete fatto cose superbe che onorano il C.S.I.R.. A tutti i comandanti e gregari il mio altissimo elogio. Un più vibrante e commosso saluto rivolto al 3° Bersaglieri ed il colonello Caretto che ne è degno comandante."

Anche il comandante della "Pasubio" scriveva a quello della "Celere":

"La tua bella Divisione ha dato un aiuto fraterno ed efficacissimo alla mia, donando tutto quello che poteva donare; io ed i miei soldati, che abbiamo ammirato i valorosi bersaglieri e cavalieri, combattere a fianco dei fanti della Pasubio, ringraziamo commossi per tanto generoso valore."

E al 3° bersaglieri:

"Quello che voi avete fatto, combattendo per sbloccare l'80° va al di là della semplice collaborazione ed è la più nobile espressione della fratellanza d'armi."

Nei giorni seguenti alla battaglia di Nikitovka si ebbe una fase di assestamento; il C.S.I.R. consolidò le proprie posizioni, limitandosi ad un'attività puramente esplorativa. Sul fronte tedesco, il III e XIV Corpo della 1ª Armata Corazzata si accingevano ad investire Rostov da nord e da ovest, mentre il XLIX Corpo avrebbe completato la manovra aggirante. Da parte nemica si notava invece un addensamento di forze contro il C.S.I.R..

Il 17 novembre, il Comando della 1ª Armata Corazzata ordinava a Messe di continuare ad avanzare verso Goroditsche, dislocando una Divisione verso la stazione di Rassypnaja, a protezione del fianco sinistro dell'Armata stessa. Nuova prova che non si teneva affatto conto dello sforzo già compiuto dalle Unità italiane e delle carenze logistiche di cui soffrivano.

Nonostante ciò, il generale Messe decideva di dislocare le truppe motorizzate della "Celere" verso la stazione di Rassypnaja, ritenendo però anche indispensabile eliminare il pericoloso saliente russo esistente fra Gorlovka e Rikovo, tenuto da truppe regolari e partigiane.

Il 19 novembre, la colonna della Divisione «Torino» muoveva all'attacco; l'81° Ftr. puntava alla quota 128, mentre l'82° serrava risolutamente contro i centri di resistenza attorno ad Ubeschitsche, attraverso un paesaggio avvolto da una fitta nebbia.

Attaccando alla baionetta, l'82° riusciva ad espugnare le prime case e a raggiungere il corso del Bulavin, ma qui aveva la sorpresa di trovarsi un laghetto ghiacciato che costituiva una vasta superficie completamente scoperta, dominata dal fuoco concentrico delle mitragliatrici e dei mortai sistemati su costoni della parte opposta.

Visti inutili i tentativi di sbloccare la situazione, alle 21 veniva dato ordine al Reggimento, che aveva già avuto 13 morti e 79 feriti, di rientrare.

La situazione rimaneva pertanto immutata sino a qualche giorno dopo, quando si aveva un nuovo combattimento per la conquista del villaggio di Mihailovka, che vedeva impegnati il XVIII Btg. Bersaglieri e una Compagnia del XX. Un breve quanto furioso scontro, al termine del quale i Russi erano costretti a ripiegare, mentre gli Italiani dalle nuove posizioni miglioravano il contatto tattico col XLIX Corpo tedesco.

Veniva anche decisa la formazione di un nuovo Raggruppamento che comprendeva la 63ª Legione «Tagliamento», uno Squadrone dei «Lancieri di Novara » e una Batteria di Artiglieria a cavallo, che prendeva posizione sulla destra della Divisione «Pasubio» per coprire il vuoto esistente fra questa e la 17ª Armata tedesca.

Alla fine del novembre 1941, lo schieramento del C.S.I.R. andava da Shelesnoje a Rassypnaja, attraverso una regione industriale e mineraria e risultava ancora abbastanza precario, sia perché i numerosi villaggi portavano ad un eccessivo frazionamento delle forze, sia perché mancava una seconda linea di difesa, ma soprattutto per il largo spazio privo di copertura sulla destra dello schieramento stesso, che avrebbe potuto essere sfruttato dal Comando russo in ogni momento.

Da qui la decisione di un'azione combinata fra il C.S.I.R. e la 3ª Divisione tedesca per portare ad un accorciamento del fronte ed al ristabilimento del contatto tattico con la l'Armata Corazzata da un lato e la 17ª Armata dall'altro, lungo un'ipotetica linea definita come linea «Z», mentre la battaglia che ne sarebbe seguita prese nome dal villaggio di Chazepetovka.

L'azione ebbe inizio il 5 dicembre, quando la temperatura sfiorava i 30° sotto zero, e le armi automatiche si bloccavano per il gelo. Pattuglie del 79° e 80° Ftr., appoggiate da aliquote di artiglieria, iniziarono ad avanzare lungo la ferrovia che da Gorlovka portava a Rikovo, incontrando subito una forte reazione nemica, che rallentava anche il movimento dell'81° Ftr. in azione nella zona di Oskad-Nekotimovka.

Il mattino successivo, due colonne, una formata da due Btg. dell'82° Ftr., un Gruppo di Artiglieria a cavallo, una Compagnia anticarro e una Squadra lanciafiamme, e l'altra composta da due Btg. dell'81° Ftr, un Btg. mortai, una Compagnia anticarro, un Gruppo di Artiglieria a cavallo e una Squadra lanciafiamme, puntarono con una manovra a tenaglia sull'abitato di Chazepetovka, incontrando però una particolare resistenza da parte del nemico. I combattimenti continuarono con gravi perdite d'ambo le parti sino al sopravvenire dell'oscurità, quando divenne indispensbile trovare un rifugio per la notte, che l'81 ° reperì in località Verovka e l'82° a Volinzievo. Nella stessa giornata, da parte sua, la Divisione «Pasubio» era riuscita ad occupare gli abitati di Sayzevo, Kalininsk e la stazione di Nikitovka, ed i bersaglieri - con le Camicie Nere - Novo Petropavlovka, Ivan Orlovka e Ivanovskij.

All'alba del 7 dicembre l'attacco veniva ripreso, con un'azione combinata fra l'81° e l'82° Ftr. da un lato e il 79° Ftr. dall'altro, che si prolungava sino all'8 dicembre, quando i tre reggimenti potevano finalmente riunirsi nell'abitato di Chazepetovka.

L'occupazione di Debalzevo era invece portata a termine dalla 3ªDivisione tedesca ed ora i comuni sforzi si volgevano a smantellare il dispositivo di difesa russo presente lungo gli abitati di Nekomitovka, Sofjno, Rajevka e Jelanovka. In queste operazioni risultò preziosa l'opera dei lanciafiamme che, con assoluto sprezzo del pericolo, portandosi a ridosso delle postazioni nemiche, riuscirono sempre a snidarne gli occupanti coi loro micidiali lanci.

Il 13 e il 14 dicembre, anche i Russi evidentemente a loro volta duramente provati, iniziavano a ripiegare su di una nuova linea difensiva in zona di OIkovakta, ed ai reparti italiani era finalmente concesso di provvedere ad un'adeguata protezione ed ad un minimo di comodità, usufruendo di tutte le costruzioni idonee a trasformarsi in caposaldo, lungo uno schieramento che andava dalla stazione di Bulavin e quella di Rassypnaja e che vedeva la Divisione «Torino » al centro, con la «Pasubio» sulla sinistra e la «Celere» sulla destra.

Una nota triste su queste giornate era data dalla notizia della morte del generale De Carolis, vice-comandante della Divisione «Torino», fulminato col suo aiutante di campo, ten. col. Taby, mentre dal ciglio di un trincerone cercava di individuare i movimenti del nemico.

conquista gorlovka


 

 battaglia chazepetovka

 

7. Battaglia del Natale 1941.

Quarta parte - Notiziario U.N.I.R.R. n. 33 - Anno 1992

L'inverno del 1941 fu eccezionalmente precoce e rigido e le condizioni del C.S.I.R., alla vigilia della Battaglia di Natale, risultavano tutt'altro che buone. La Divisione «Torino» aveva subito gravi perdite nella battaglia di Chazepetovka e, fra le altre, quella del proprio vice-comandante, generale De Carolis, e la maggior parte dei Btg. risultava affidata al comando di ufficiali di complemento così come lo erano le Compagnie.

Analoghe erano le condizioni della «Pasubio» e della «Celere» che occupavano un settore di 20 chilometri disponendo solo del 3° Rgt. Bersaglieri e di due Btg. della «Tagliamento» alquanto ridotti di numero.

Alla vigilia della Battaglia di Natale, il C.S.I.R. era schierato tra Chazepetovka e Rassypnaja: sulla sinistra la «Pasubio», più sotto la «Torino», quindi la «Celere». Una decina di chilometri dietro, in zona Olikowaja, la riserva germanica quale massa per un eventuale contrattacco.

Sulle posizioni italiane il nemico non aveva mai cessato di esercitare la sua pressione con incursioni improvvise e rapidi attacchi, ritenendo forse che per naturale adattamento e più idoneo equipaggiamento alla stagione, i propri soldati si trovassero in condizioni di superiorità nei confronti dell'avversario. Forse illusi dal successo di qualche controffensiva settoriale, i Sovietici ritennero di poterne sferrare con successo una a più largo raggio, che mancò in realtà l'obiettivo perché il loro Comando non sembrò, almeno sino a quel momento, avere bene assimilato i basilari concetti della guerra in atto, soprattutto nell'uso dei mezzi corazzati.

Nella zona del C.S.I.R., l'attacco sovietico venne sferrato in una zona compresa fra la linea stradale e ferroviaria Debalzevo-Rikovo e la linea Tschernichino-Nikitino - Rassypnaja-Tschistinkov, proprio il giorno di Natale, e lo scontro iniziale fu a Novo Orlovka con una Compagnia del CXXIX Btg. della 63ª Legione «Tagliamento».

II massimo sforzo sembrò però concentrarsi sul lato destro della «Celere», nell'evidente intento di sfondare in direzione del fiume Krinka, isolare il C.S.I.R. dalla 1ª Armata corazzata e costringerlo a ripiegare nelle peggior condizioni possibili.

Nei settori delle Divisioni «Pasubio» e «Torino», gli attacchi erano invece condotti da Squadroni di Cavalleria russa, sempre bloccati dall'efficace intervento delle artiglierie italiane. Il fulcro della battaglia rimase comunque sempre nel settore della «Celere» e principalmente contro i presidii tenuti dalle CC.NN. della «Tagliamento», che si battevano con furore molto spesso sino al loro totale annientamento.

Inevitabili quindi che si verificassero dei ripiegamenti. Veniva così abbandonato Novo Orlovka, poi Krestovka, dove era la sede del comando della 63ª legione «Tagliamento»; quindi il nemico venne bloccato davanti a Malo Orlovka. Lo stesso XVIII Btg. Bersaglieri doveva affrontare due Btg. russi avendo al fianco gli artiglieri della 5ª Batteria a cavallo che, avendo esaurite le munizioni, si erano gettati nella mischia combattendo all'arma bianca.

La stessa pressione veniva esercitata anche sul XX e XXV Btg. Bersaglieri, rispettivamente a Stosckovo e Rassypnaja. Una lotta furibonda, combattuta con valore, tenacia e spirito di sacrificio, da tutti gli uomini del C.S.I.R., contro un avversario molto superiore, in uomini e mezzi. Così per alleggerire la pressione sulla «Celere», entravano nel vivo della lotta anche le divisioni «Pasubio» e «Torino», manovrando in modo da obbligare il nemico a distogliere forze nel settore per parare la minaccia.

Nel primo pomeriggio veniva anche tentato un contrattacco col 318° Rgt. tedesco, che non dava però esito; poi, per il sopravvenire dell'oscurità, ogni azione veniva sospesa.

All'indomani, con un nuovo contrattacco, era invece espugnata Ivanovskij e mantenuto il caposaldo di Rassypnaja, mentre Petropavlovka, rioccupata in un primo momento, dopo poche ore era nuovamente perduta.

A decidere dell'esito della battaglia risultava praticamente la manovra messa in atto dalla Divisione «Pasubio» che, premendo sulla zona dell'alto Bulavin, minacciava seriamente i Sovietici nella zona di OIkovatka, obbligandoli a sospendere ogni azione in direzione del fiume Krinka.

Il 27 Dicembre apparve ormai evidente che lo sforzo russo si stava esaurendo ed infatti nel tardo pomeriggio il nemico iniziava il ripiegamento ed era così possibile rioccupare il terreno precedentemente perduto. Fra gli altri, il 3° Bersaglieri aveva perso in quei combattimenti il proprio Cappellano militare, don Giovanni Mazzoni, classe 1886, che verrà decorato di una seconda M.d'O., dopo quella meritata nella prima guerra mondiale.

Nella difficile situazione in cui i Sovietici erano venuti a trovarsi, il Comando tedesco sembrò intravvedere la possibilità di consolidare le proprie posizioni e così il mattino del 28 dicembre la Divisione «Torino» avanzava su due colonne che venivano però fatte subito segno ad un violento fuoco di artiglieria da parte del nemico.

L'81° Rgt. fanteria, appoggiato dal XXVI Btg. mortai e dal l Gruppo del 52° Artiglieria, si arrestava, anche perché sottoposto ad un attacco aereo, poi scattava all'attacco delle posizioni nemiche; ma inutilmente. Col sopravvenire dell'oscurità, i suoi ridotti Btg. erano così costretti a ripiegare nuovamente su Novo Orlovka.

Più favorevole, invece, l'andamento delle operazioni sul fronte della «Celere», dove un Btg. di Camicie Nere, dopo accesi combattimenti, occupava Voroscilova, mentre i Tedeschi occupavano con i paracadutisti la stazione di Nikitovka e - col 318° Rgt. -  la località di Greko; il mattino dopo, la reazione nemica otteneva solo qualche risultato a Nikitovka.

Con l'estrema difesa opposta il 30 dicembre dal LXIII e LXXIX Btg. CC.NN. per vanificare ogni tentativo russo di rioccupare Voroscilova, si poteva dire così conclusa una battaglia che aveva avuto inizio il 25 dicembre, durante la quale, nonostante le condizioni proibitive e la superiorità numerica del nemico, il C.S.I.R. aveva saputo resistere prima e contrattaccare poi, con estrema decisione e capacità operativa.

 

8. Voroscilova - Battaglie di Izjum.

Una delle località dovute abbandonare dai Sovietici, il cui possesso costituì per gli Italiani una costante fonte di sacrifici e di perdite, fu certamente Voroscilova, un misero gruppo di isbe situato sul declino settentrionale del displuviale Nikitino - Junij Komunar, dominato dalle alture di Molotova, nel quale la 63ª Legione «Tagliamento» era sottoposta a quotidiane incursioni aeree e al costante martellamento dei mortai e delle mitragliatrici sovietiche dislocate sulle alture che sovrastavano la località.

Sarebbe risultato logico abbandonare quel buco per conservare come caposaldo la quota 311,7 che la dominava, senonchè questa doveva essere preventivamente attrezzata con trincee, camminamenti e rifugi e, nell'attesa, visto che il Comando del XLIX Corpo d'Armata germanico ne aveva ordinato la difesa a oltranza, le Camicie Nere, obbedendo, andavano scrivendo in quella resistenza, molte delle loro pagine più eroiche.

Il cambio veniva loro finalmente concesso il 20 gennaio 1942 e la posizione passava al XVIII Btg. bersaglieri, che il 23, sotto la pressione nemica molto superiore in forze, si vedeva costretto a ripiegare sulla quota 311,7. Il 25 veniva tentato un contrattacco, ma senza successo. Poi, visto che il nemico aveva già provveduto a rafforzare le proprie posizioni, ogni ulteriore azione era sospesa e lo schieramento difensivo rimaneva così ancorato definitivamente alla quota 311,7, dopo che in questo ristretto settore del fronte si erano dovuti già registrare 24 morti (6 ufficiali), 86 feriti, 180 congelati e 42 dispersi.

Anche i Russi avevano però registrato gravi perdite, ma l'episodio di Voroscilova risultava pressoché insignificante nell'ambito dell'azione che essi avevano iniziato sul fronte della 1 Armata germanica, che avrebbe preso il nome della città di Izjum e sarebbe durata dal gennaio al maggio del 1942. Questa offensiva ebbe inizio il 21 gennaio e proseguendo per l'intero mese superò i fiumi Bereka e Samara, raggiungendo le località di Losovaja a nord-est e Krivoroshije a sud, premendo anche sul fronte del C.S.I.R., che si trovava schierato fra Chazepetovka e Rassypnaja.

Volendo dimostrare la buona volontà italiana d'essere presente nella battaglia del Samara, il generale Messe dava vita al raggruppamento di formazione «Musinu» (dal nome del colonnello Musinu, ispettore delle retrovie, che ne prese il comando), formato dal I e dal IX Btg. pontieri, da un gruppo di carristi appiedati e da una Batteria da 75/27. Un altro gruppo, formato da cavalieri del «Lancieri di Novara», era invece impiegato nella zona di Meschevaja-Slavianka.

Il Raggruppamento «Musinu» fu inizialmente impiegato in azioni di pattugliamento, poi con l'aggravarsi della situazione, quale collegamento fra i gruppi d'assalto tedeschi Nube e Kohlerman, ed infine in prima linea, nei combattimenti di Soviefka, Nikolajevka, Petrovka e Snamenovka.

Momenti estremamente duri, in cui gli uomini del Raggruppamento vennero chiamati a supplire col solo coraggio e spirito di sacrificio, alla mancanza di armi automatiche, mortai ed artiglierie; si ebbero 101 morti, 238 feriti, 28 dispersi e 7 congelati.

Il 28 gennaio il Raggruppamento tornava in riserva, sostituito da un nuovo reparto posto al comando del colonello Giusiana del «Novara», costituito dal ripristinato «Lancieri di Novara», ma appiedato, e da un gruppo di Carristi, pure loro appiedati.

Il 15 febbraio erano frattanto giunti dall'Italia il 6° Rgt. Bersaglieri ed il 120° Rgt. Artiglieria Motorizzato, mentre il giorno 21 giungeva in zona il Btg. Sciatori Alpino «Monte Cervino».

Il primo attacco diretto alle posizioni italiane si ebbe a Novaja Orlovka il 22 febbraio ed era prontamente bloccato dalle artiglierie delle Divisioni «Celere» e «Pasubio»; l'azione veniva poi ripresa dai Russi il 6 marzo, ma ancora una volta fu vanificata dall'intervento delle artiglierie italiane. L'11 marzo, la pressione si spostava sui settori della «Pasubio» e della «Torino», ed in questo caso fu l'intervento del 79° Fanteria a bloccare ogni velleità del nemico. Quindi, per alleggerire la pressione esercitata dai Russi sulla sacca di Izjum, il 22 marzo venne effettuato un attacco combinato italo-tedesco.

Sotto l'appoggio di un intenso fuoco di artiglierie, il  Battaglione «Monte Cervino» avanzava in direzione di Mogila Ostraja-OIkovatka, poi lo seguiva la Divisione «Torino». A questo punto i Russi tentavano un'azione diversiva, impegnando il XVIII Btg. Bersaglieri, il quale riusciva però ad arginarla validamente.

Vistisi incapaci di risultati concreti, i Russi davano così inizio ad un ripiegamento sulle basi di partenza, anche perché un ulteriore tentativo di sfondamento nella zona di Slavianka era a sua volta fallito. Era ormai evidente che, sia i Russi come i Tedeschi, non erano ormai più in condizioni di modificare a loro favore la situazione e così alla fine di marzo, nel disgelo, ogni azione di guerra veniva sospesa.

Fu una pausa particolarmente utile al C.S.I.R., che poté così  integrare i complementi giunti dall'Italia. La Divisione «Celere» era ora impostata su due Rgt. Bersaglieri (il 3° e il 6°) ed il 120° Artiglieria, conservando anche le altre Unità motorizzate alle sue dipendenze. Il «Savoia Cavalleria» e il «Lancieri di Novara», col Rgt. Artiglieria a cavallo, costituivano il «Raggruppamento a cavallo Barbò», dal nome del suo comandante, che con la 63a Legione «Tagliamento», passava alle dirette dipendenze del Comando del C.S.I.R., mentre una Legione Croata, arrivata in zona il 19 aprile, veniva assegnata alla Divisione «Celere".

L'11 maggio 1942, i Russi scatenarono un nuovo attacco su Charkov, che sembrava avere più che altro lo scopo di distrarre i Tedeschi da una temuta controffensiva; che aveva invece inizio il 17 maggio 1942 col movimento della 17a Armata e del III Corpo corazzato tedesco sul fronte del Samara.

Durante queste operazioni, col III Corpo corazzato collaborava anche il «Raggruppamento Barbò», mentre il «Monte Cervino» era impegnato in un'azione di alleggerimento. Altri validi contributi erano pure forniti da gruppi tattici formati con reparti appartenenti alle Divisioni «Pasubio» e «Torino».

La battaglia di Izjum poteva dirsi conclusa il 28 maggio 1942, con l'annientamento di due Armate sovietiche.

In giugno il C.S.I.R. passava alle dipendenze tattiche della 17ª Armata tedesca ed il 27 dello stesso mese il nemico scatenava un violento attacco contro i caposaldi del 6° Rgt. Bersaglieri dislocati in zona Greko Timofejevskij. I combattimenti presentarono alterne vicende, finché con l'intervento di consistenti rincalzi il nemico era costretto a ripiegare sulle basi di partenza. Era questa l'ultima attività operativa del C.S.I.R. come Grande Unità autonoma.

Alle ore zero del 9 luglio 1942, pur rimanendo alle dipendenze tattiche della 17ª Armata tedesca, venivano passate le consegne all'8ª Armata italiana, ed il C.S.I.R. assumeva la nuova denominazione di XXXV Corpo d'Armata.

Bruno Lancellotti


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