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Intervista a Bruna Desidera

di Patrizia Marchesini

 

Treviso – 4 marzo 2014

 

01.Bruna Desidera Colmirano dove si reca in estate 

 

«In occasione del 60° anniversario di Nikolaevka, a Treviso fu organizzata una cerimonia e venne celebrata una Messa nella chiesa di Maria Ausiliatrice. Pur non avendo ricevuto l’invito – come il solito – andai lo stesso: una chiesa è luogo aperto a tutti... “Cosa fa lei, qui?” mi chiese il presidente della sezione A.N.A. di Treviso. “Come, cosa faccio? Sono venuta a ricordare mio padre, ufficiale alpino morto in Russia e decorato di Medaglia d’Argento.”, “Ah.”, fu la risposta.

È sempre stato così... hanno dimenticato mio padre e non ho problemi, a dirlo. Mia madre ripeteva che il bello di diventare vecchi è che puoi dire quello che ti pare e nessuno può più farti niente...»

Con queste parole Bruna Desidera esprime l’amarezza per il disinteresse mostrato dalla locale sezione A.N.A. nei confronti del padre, morto in prigionia a Krinovaja (Hrenovoe). 

Bruna è la più giovane dei quattro figli[1] del maggiore Aldo Desidera, che era assegnato allo Stato Maggiore della Divisione Cuneense in qualità di Comandante Militare e Civile.[2]

 

 

Aldo Desidera, nato a Treviso nel 1895, partì da Cuneo con il Comando di Divisione il 27 luglio 1942.

Aveva partecipato – tenente ventenne – alla Prima Guerra Mondiale insieme a Emilio Battisti, allora capitano.

Fu ferito nel 1916 e congedato nel 1919. Richiamato nel 1940, prese parte anche alle operazioni sul Fronte Greco-Albanese.

 

 

Quando si seppe che la partenza della Cuneense per la Russia era prossima, Antonietta – la moglie di Aldo Desidera – lo raggiunse a Cuneo per trascorrervi insieme alcuni giorni.

Arrivò la notizia che la tradotta sarebbe passata per Verona e per Treviso (dove la coppia risiedeva con i figli), così Antonietta fece ritorno a casa e il mattino del 28 luglio, insieme ai bambini, raggiunse Verona. In quella città si prevedeva una sosta abbastanza lunga e i bambini sarebbero potuti stare un po’ con il papà.

 

All’epoca lei non aveva ancora compiuto nove anni. Cosa ricorda dell’arrivo della tradotta a Verona?

Era un treno lunghissimo. Tutti i ragazzi di leva si sporgevano dai finestrini. Sorridevano, si sbracciavano... Nessuno – né noi, in attesa ai binari, né loro – poteva sapere a cosa sarebbero andati incontro.

C’era tanta gente, venuta a salutare chi stava partendo. Allora non c’era l’abitudine a viaggiare e per me quel trambusto era una cosa strana. Tutto era nuovo e mi incuriosiva.

Ricordo un secchio di canapa, appeso fuori dal finestrino di ogni scompartimento. Mi fu spiegato che serviva come riserva d’acqua potabile e veniva riempito durante le soste...

 

Come fu l’incontro con suo padre?

Papà aveva preparato una sua fotografia per ciascuno di noi figli, con una dedica personalizzata. Nella mia aveva scritto Alla mia ciccina. Papà – Cuneo – Ottobre 1941. Stavamo seduti al bar della stazione.

 

 

Ricordo che c’era una signora con due bambini: la moglie e i figli del capitano Alberto Penzo. Mi rimase impressa in modo particolare la figura imponente del capitano.

Papà parlava soprattutto con la mamma: dovevano dirsi parecchie cose, credo, su quella che sarebbe stata l’organizzazione familiare durante la sua assenza.

Ero abbastanza piccola e di certo non pensavo che quella sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei potuto trascorrere del tempo con mio padre. La mamma, in seguito, ci raccontò che lui le ripeteva: «Dalla Russia vengo a casa, perché non c’è il mare.»

Sul mare avrebbe avuto bisogno di un mezzo, di un qualcosa che lo trasportasse. Sulla terraferma sarebbero bastati i piedi, per ricondurlo a noi.

 

Il generale Battisti, quando il treno stava per ripartire, fece in modo che tutti voi saliste nello scompartimento di suo padre. Una concessione più che insolita.

Ricevemmo questo grande regalo solo perché la fermata successiva sarebbe stata Treviso, dove noi abitavamo. Battisti ordinò all’ufficiale responsabile della tradotta di sistemarci sul treno, facendo in modo che nessuno se ne accorgesse.

Questo fu possibile perché ogni ufficiale aveva uno scompartimento tutto per sé, disposto quasi come un ufficio, per sbrigare le proprie mansioni mentre ci si muoveva verso il fronte.

 

A Treviso foste costretti a separarvi. Emozioni e ricordi.

Ero triste, certo, all’idea di separarmi dal papà, ma avevo vissuto quel breve viaggio in modo spensierato. Non mi rendevo conto... Adesso, con la televisione, tutti sono informati di tutto, e i ragazzini sono più svegli. Allora, invece... Mia sorella, che all’epoca aveva già diciassette anni, e i miei fratelli[3] di sicuro compresero meglio la gravità del momento.

 


Tutto questo avvenne in estate. Una volta ricominciata la scuola, ebbe occasione di parlare con altri bambini che avevano il padre in Russia?

Non frequentai le scuole pubbliche, in quanto le sorelle di mia madre erano tutte maestre;[4] perciò studiai con una delle mie zie fino all’inizio della terza elementare, poi ci trasferimmo in una casupola fuori Treviso, a Colmirano.[5] Mio padre l’aveva presa perché andava a caccia e – temendo i bombardamenti aerei alleati – suggerì a mia madre che ci trasferissimo lì. Aveva ragione, perché la mia città subì in seguito un attacco aereo che causò 1.600-1.800 morti.[6]

 

 

 

Rimanemmo a Colmirano fino al ’44. Insieme a mia madre e a noi ragazzi, venne una giovane signora che aiutava in casa... Nonostante la mamma le avesse detto che non poteva più permettersi di pagarla, volle venire lo stesso: era orfana da quando aveva sei anni e ci considerava la sua famiglia.[7] Fu una manna, perché – quando le condizioni economiche con il passare del tempo si fecero sempre più dure – mia madre e lei andavano insieme a cercare cibo, in bicicletta. In seguito ci raggiunse anche mia nonna. Soffriva di cuore e si spaventava molto in occasione dei bombardamenti alleati. Ricordo che la nonna e io bevevamo il latte: ogni sera la mamma e io giravamo le case dei contadini per racimolarne un poco, che poi veniva consumato a cena e a colazione.

 

Dopo l’8 settembre 1943 la zona fu sotto il controllo germanico.[8]

Un giorno i Tedeschi ci requisirono i materassi e mia madre andò alla loro caserma per farseli restituire. In caserma c’era anche un triestino e mia madre, che aveva coraggio da vendere, si rivolse a lui: «Vergognatevi.» Poi aggiunse, pensando che mio padre fosse prigioniero: «Mio marito, che è ancora in Russia, di sicuro il materasso non ce l’ha.» I Tedeschi in genere erano terrorizzati all’idea di essere spediti al Fronte Orientale; sapevano cosa vi era successo e – forse per una forma di rispetto verso mio padre – il Tedesco presente decise di restituirci i materassi.

 

 

A Colmirano ascoltavamo Radio Londra. L’apparecchio radio era un catafalco enorme, che la mamma teneva nascosto sotto la scala, in un cassone pieno di biancheria. Rammento quel suono particolare... tu-tu-tu-tum... che segnava l’inizio della trasmissione. Mia madre cercava di non perdersi i vari comunicati, perché sperava di sentire il nome di mio padre in un qualche elenco di prigionieri.

 

A causa delle circostanze, a Colmirano non mi fu possibile andare a scuola. Lasciato il paese e rientrati a Treviso, iniziai a frequentare le scuole medie, dopo essermi preparata e avere sostenuto un esame.

Tornando alla sua domanda... fra le mie compagne – alle medie – nessuna aveva il papà in guerra.


Facciamo un passo indietro. Il suo papà scriveva spesso?

Mio padre scriveva tanto. La mamma, molti anni dopo, bruciò la sua corrispondenza più vecchia, quella della Prima Guerra Mondiale.

Non ebbe cuore, però, di distruggere le lettere dalla Russia. Era solita ripetermi: «Quando sarò morta, bruciale tu.» Ma sono ancora lì, in una scatola. Io ne ho lette soltanto una o due. Finora non mi sono sentita di proseguire, mi è mancata la forza... credo siano piene di pensieri che appartenevano solo ai miei genitori.

Ho anche parecchie lettere che noi bambini avevamo indirizzato a mio padre negli anni precedenti la partenza per il Fronte Orientale, relative soprattutto al periodo trascorso da papà al Fronte Greco-Albanese.

Ricordo che allora facevo la seconda elementare (studiando, come ho detto, con mia zia) e la mamma cercava di insegnarmi e di correggere quanto scrivevo; io però, mi ribellavo: «Al mio papà scrivo quello che voglio. Non devo fare i pensierini in bella calligrafia.»

Tornando alla corrispondenza dal Fronte Orientale, allora c’era la censura. Una volta, non ricordo quando, papà di sicuro scrisse qualcosa di inopportuno, perché a casa nostra arrivò un carabiniere che parlò con mia madre: «Dica a suo marito di stare attento, di evitare certe frasi, certe affermazioni.» Anche se lui era lontano da casa, i miei genitori riuscirono poi a ideare una sorta di codice per comunicare.

Non rammento quale data avesse la sua ultima lettera, credo risalisse a poco tempo prima del 17 gennaio.[9]

 

 

Il maggiore Desidera era un ufficiale del Comando di Divisione. Sua madre le ha mai raccontato in cosa consistevano le sue mansioni specifiche?

No. Non conosco i dettagli. Era alle dipendenze dirette del generale Battisti che avrebbe voluto destinarlo a un incarico poco pericoloso, visto che mio padre era sposato, e con quattro figli.

Ma papà non era tipo da tirarsi indietro. E, se ha avuto la Medaglia d’Argento, è proprio per il suo comportamento.[10] E dire che era partito volontario solo per mantenere la propria famiglia. Infatti, essendo anti-fascista, qui non riusciva più a lavorare...

 

Quando veniste a sapere che suo padre, il maggiore Aldo Desidera, era deceduto a Krinovaja?

Nel 1946, quando rimpatriarono gli ufficiali dalla prigionia, imparammo che alcune tradotte avrebbero fatto sosta a Treviso; quindi andammo in stazione nella speranza di avere notizie del nostro caro. Il personale della Croce Rossa era presente e con il megafono iniziò a chiamare un elenco di nomi di militari di cui non si era più saputo nulla, nell’eventualità che i reduci dai lager sovietici potessero fornire indicazioni al riguardo. Naturalmente quelli della Croce Rossa chiamarono anche il nome di mio padre. La risposta fu un coro: «Morto.»

Ricordo come fosse oggi l’espressione di mia madre. Per poco non svenne. Negli anni precedenti mia madre aveva avuto contatti con più persone... ufficiali e soldati della Divisione sopravvissuti al ripiegamento. Ma non erano emerse notizie certe, di alcun genere.

Quel giorno tutte le speranze svanirono e sembrò svanire tutta la forza che l’aveva sorretta così a lungo: rimase a letto quindici giorni. Io ero la più piccola e avevo per lei un attaccamento speciale... ricordo che passai moltissimo tempo accanto al suo letto.

In seguito, nonostante fosse indubbio che mio padre non avrebbe più fatto ritorno, la mamma mantenne i contatti con alcuni reduci della Cuneense.

 

Ma quel giorno, alla stazione di Treviso, sua madre era riuscita ad avere qualche dettaglio?

No, c’era troppa confusione... e poi il treno era ripartito abbastanza in fretta. Soltanto anni dopo arrivò una comunicazione ufficiale del Ministero della Difesa, che riferiva della morte del maggiore Aldo Desidera a Krinovaja.[11]

 

Crescere senza papà sarà stato senza dubbio tristissimo. Vi fu un momento in cui sentì la sua mancanza in modo particolare?

Ho sentito molto e in ogni istante la mancanza di mio padre, anche da adulta. Era una persona allegrissima. Gli piaceva giocare con noi ed era sempre sorridente. Nelle foto che ritraggono i miei genitori si nota questa differenza: il papà mostrava spesso un sorriso, la mamma aveva un’espressione più seria. A dire il vero, dopo la conferma che il marito non sarebbe più tornato, l’ho vista sorridere pochissimo, anche se cercava di darci coraggio in ogni occasione.

Papà era un tipo esuberante. Spesso cantava, era pieno di vita e di ottimismo. La sua partenza, e poi la certezza che non l’avremmo più avuto con noi, lasciarono un vuoto grande. Incolmabile.

A Natale – nel vedere le altre ragazzine insieme al padre o nel sentirle poi raccontare come avevano trascorso quei giorni in famiglia – mi facevo di quei pianti, quando ero da sola...

La mancanza di un padre comportò, per noi, anche difficoltà economiche notevoli. Prima della guerra stavamo molto bene, poi le cose cambiarono. Una donna sola con quattro figli... In periodo di guerra non si trovava nulla, a meno che non ci si rivolgesse al mercato nero, dove c’era di tutto o quasi... ma a prezzi esorbitanti. Solo chi aveva molti soldi poteva mangiare discretamente.

Noi andavamo all’U.N.R.R.A.,[12] che potremmo paragonare alla Caritas: trovavi vestiti usati americani, e anche cibo... scatolette e roba in polvere che proprio non mi piacevano. Ne sento ancora il sapore. Anche durante le festività, per esempio a Natale, i nostri pranzi consistevano in una minestra con pochissimo companatico e un po’ di pane. Niente dolci, di nessun genere.

Devo dire che noi ragazzi ci adattammo senza lamentele e soprattutto senza invidie nei confronti di chi aveva di più. Cercavamo di aiutare nostra madre, in modo particolare quando Rosina – la signora che per tanti anni era stata con la nostra famiglia – iniziò a venire con sempre minore frequenza, sino a interrompere il servizio, per prendersi cura del padre. Ricordo che, quando avevo sedici-diciassette anni, spesso mi capitava di dover fare il bucato... Uno dei lavori più faticosi per me, soprattutto durante l’inverno, fuori, al freddo.

 

Da ciò che racconta traspare una grande ammirazione per sua madre. Ricorda una frase ricorrente o un consiglio che per lei abbiano avuto, da allora, un significato speciale?

Nostra madre ci aveva insegnato innanzitutto il rispetto, anche nei confronti delle persone più umili: all’epoca tanti usavano – per le donne di servizio – la parola serva. La mamma non ha mai voluto sentire quel vocabolo. E pretendeva che ognuno di noi facesse la sua parte. Insisteva sull’importanza di imparare tante mansioni... «perché nella vita non si sa mai.»

Inoltre ci esortava a non fidarci di chi era troppo generoso nell’adulare, convinta che un atteggiamento del genere nascondesse sempre un secondo fine.

 

Lei è stata in Russia nell’agosto 2003.[13] Vuole raccontarci qualcosa?

Mi ha colpito l’accoglienza entusiasta riservata dalla popolazione a noi Italiani. Nel vedere i cappelli alpini – bisogna dirlo – ci abbracciavano con calore, ci portavano secchi di patate, le mele staccate dall’albero, tutto ciò che avevano. Una signora anziana, parlando con il nostro interprete, spiegò che – allora – i civili erano spaventati soprattutto dai Romeni e dagli Ungheresi. Li definì crudeli, peggio dei Tedeschi. Con gli Italiani, invece, si era instaurato un ottimo rapporto. Mio padre – nelle sue lettere – scriveva che le donne russe erano generose al punto da rischiare la vita, per i soldati italiani.

Se l’atteggiamento dei Russi nei nostri confronti mi ha quasi commosso ed è una cosa che ricordo con gioia, l’aspetto negativo è che eravamo troppi e l’organizzazione ne ha risentito, per forza. La sistemazione era quella che era. Gli alloggi previsti erano molto spartani.

Essendo la nostra comitiva così numerosa, non sarebbe stato semplice inserire modifiche al programma definito: di conseguenza non ho avuto la possibilità di andare a Krinovaja, distante solo centocinquanta chilometri da Rossoš’.

Mi rimane questo grande rimpianto e ancora adesso, a volte, penso che mi piacerebbe partire di nuovo. Ma allora avevo dieci anni di meno...

 

 

Un ringraziamento a Bruna Desidera, per la cortesia e la disponibilità; a Pierangela Marchi, senza la quale non avrei mai conosciuto Bruna; e a Carlo Bazan, nipote di Bruna, per l'invio delle scansioni fotografiche. Le due immagini relative al bombardamento alleato su Treviso del 7 aprile 1944 sono, invece, tratte dal web (marcaaperta.it e oggitreviso.it).

 

 

 


[1] Due maschi e due femmine, ancora tutti in vita. Hanno 89, 88, 85 e 81 anni.

[2] La sede del Comando di Divisione al Fronte Orientale si trovava ad Annovka.

[3] Nel luglio 1942 i due figli maschi di Aldo Desidera avevano quattordici e sedici anni.

[4] La madre di Bruna era invece  – cosa abbastanza inconsueta, per l’epoca – una ragioniera.

[5] Si trova nel Comune di Alano di Piave (BL).

[6] Il bombardamento più pesante a Treviso si verificò il 7 aprile 1944. Oltre l’80% del patrimonio edilizio fu distrutto.

[7] La giovane signora si chiamava Rosina. Iniziò a lavorare presso la famiglia Desidera all’età di diciannove anni. Bruna l’ha sempre considerata una seconda mamma.

[8] Dopo l’8 settembre ’43 i nazisti istituirono l’OZAV (Operationszone Alpenvorland) che comprendeva le province italiane di Bolzano, Trento e Belluno, sottoposte all’amministrazione militare del Terzo Reich. In Friuli Venezia Giulia fu invece creata la zona d'operazioni del litorale adriatico.

[9] Il 17 gennaio 1943 è il giorno in cui iniziò il ripiegamento del Corpo d’Armata alpino.

[10] La Medaglia d’Argento al Valor Militare venne conferita nel 1955, su proposta dello stesso generale Emilio Battisti, comandante la Divisione Cuneense. La motivazione recita: “Volontario al Fronte Orientale, durante un duro ripiegamento si distingueva per coraggio nell’assolvere vari, difficili e pericolosi incarichi. Nel corso di aspri combattimenti si batteva, con incuranza del pericolo, sino all’estremo. Catturato, decedeva in prigionia, dopo aver superato orribili sofferenze con vero stoicismo. Fronte Russo, settembre 1942 – 28 gennaio 1943.”

[11] Una testimonianza relativa alla morte del maggiore Desidera nel campo n. 81 di Krinovaja si trova nel libro di Don Guido Maurilio Turla, Sette rubli per il cappellano, edito da Longanesi. A pag. 150 si legge: “Il capitano Giuseppe Fasano, ultimo ufficiale partito da Krinovaja, asseriva: ‘Ho lasciato il campo alla fine di aprile 1943, quando venne chiuso temporaneamente per una disinfezione radicale. L’ultimo decesso al quale assistetti fu quello del maggiore Aldo Desidera di Treviso, appartenente al Comando divisionale della Cuneense.’ [...]”. Di recente Bruna Desidera ha scritto ai Memoriali Militari Russi: sembra non vi sia traccia di documentazione alcuna a nome di Aldo Desidera. Un tentativo presso l’Albo d’Oro non ha prodotto risultati esaustivi. Bruna si è rivolta anche a Onorcaduti e le è stata confermata la morte a Krinovaja in data 4 marzo 1943.

[12] La fondazione dell’ organizzazione umanitaria internazionale U.N.R.R.A. (acronimo di United Nations Relief and Rehabilitation Administration), risale al 1943 e fu il risultato dell'accordo di quarantaquattro Paesi. Iniziò a operare in Europa nel 1944, con l’intento di dare aiuto e assistenza immediati alle nazioni più colpite dalla guerra. Per quanto riguarda l’Italia, l’azione dell’U.N.R.R.A fu resa possibile dagli eventi che via via si susseguirono (gli sbarchi alleati sul nostro territorio e l’8 settembre) e si concretizzò in programmi volti non solo a sostenere le fasce più deboli della popolazione, ma anche alla ripresa delle attività agricole e industriali.

Dal sito del Ministero degli Interni.

[13] Organizzato da A.N.A. Verona, il viaggio si svolse dal 19 al 27 agosto 2003: oltre duecento persone visitarono i luoghi in cui era schierato il Corpo d’Armata alpino e alcune delle località del ripiegamento. La particolarità di quel viaggio fu che i partecipanti si divisero in due gruppi: i viaggiatori ripercorsero in pullman il tratto da Nikolaevka al Don. I marciatori, invece, camminarono dal Don fino a raggiungere Nikolaevka e, infine, Uspenka, in una sorta di pellegrinaggio carico di significato. I due gruppi si incontrarono nella località di Garbusovo, proseguendo poi i rispettivi percorsi.

 

 


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