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Il lanciere Italo Treccani

 

Il testo che segue è tratto – con qualche lieve modifica e l'aggiunta di alcune note – da un libro pubblicato nel novembre 2014. Il volume narra delle esercitazioni che il Reggimento Novara Cavalleria tenne a Lonato (in provincia di Brescia) tra il 1927 e il 1943 e si intitola Lancieri di Novara a Lonato. 1927-1943. A cura del signor Morando Perini e stampato in proprio dalla Sezione lonatese dell'Associazione Nazionale del Fante, può essere richiesto via mail a: assofantilonato@libero.it.

 

 

Italo Treccani nacque a Lonato il 23 aprile 1921. Suo padre Luigi, classe 1888 e reduce della Prima Guerra Mondiale, era un fabbro con fucina a S. Tomaso; sua madre si chiamava Maria Tomasi. Italo era il terzogenito: prima di lui erano nati Aldo – il 31 ottobre 1913 – e Brunilde, il 6 novembre 1918.

Prima che la guerra scoppiasse Italo perse la mamma; il padre Luigi formò una nuova famiglia insieme a Palmira Moretti, anch’essa vedova e con due figlie. Quando iniziò il secondo conflitto mondiale Aldo e Italo già lavoravano con il padre, ma presto  indossarono la divisa: Aldo fu richiamato in fanteria e Italo fu arruolato in Cavalleria, nei Lancieri di Novara.

Dopo l’addestramento iniziale fu assegnato al 4° Squadrone (II Gruppo), con il quale partì alla volta delle steppe russe nel 1941.[1] Al comando dello Squadrone vi era il capitano Girolamo Cadelo, mentre il II Gruppo era agli ordini dell’allora maggiore Dante Mingione.[2] Il capitano Cadelo fu presente  a Lonato per esercitazioni [...] nel 1932 e nel 1939. Piace pensare che, pur nella dura disciplina militare, Italo e Girolamo abbiano avuto modo di parlare di Lonato.

 

 

 

Dopo tanti mesi trascorsi al Fronte Orientale, a ottobre 1942 le truppe  a cavallo sul Fronte Russo ricevettero cavalli e uomini di rimpiazzo e l’annuncio che i veterani al fronte dal 1941 sarebbero stati rimpatriati per avvicendamento.[3]

Il 29 ottobre 1942 Novara Cavalleria arrivò a Nikolajevka, un’anonima località che sarebbe assurta alla storia di sempre con la battaglia di sfondamento del 26 gennaio 1943.[4]

Nikolajevka era la destinazione del Reggimento per l’inverno: lì si sarebbe dovuto riorganizzare con nuovi uomini e cavalli.

Il 30 ottobre iniziò il rimpatrio dei veterani partiti con il C.S.I.R.. Italo Treccani sarebbe dovuto essere fra costoro, ma le partenze furono sospese quando, il 19 novembre, i Russi iniziarono un attacco in forze.[5]

[...] Il 30 novembre 1942, quindi, Italo tornò verso il Don a Podgornoe, invece che in Italia, come gli sarebbe spettato dopo circa un anno e mezzo trascorso al Fronte Orientale.[6]

Il 17 gennaio 1943 iniziò il ripiegamento per il Corpo d’Armata alpino. Seguirono – come noto – giorni durissimi e drammatici. I lancieri superstiti di Nikolajevka e della ritirata si riunirono al resto del Reggimento a Gomel',[7] nell'attuale Bielorussia. Era ormai il 16 marzo 1943 e qui si fece la conta dei mancanti: Italo Treccani non era giunto a Gomel'. 

Fu dato disperso in data 19 marzo 1943, ma evidentemente la sua sorte si era decisa tra il 16 ed il 26 gennaio.

La comunicazione tramite telegramma arrivò al Podestà di Lonato il 13 luglio 1943. In data 30 luglio il Podestà Morandi informava il Ministero della Guerra dell’avvenuta comunicazione alla famiglia.

Nel frattempo il padre di Italo aveva avuto altri due figli, da Palmira Moretti: Mario – nato nel 1940 – e Silvana, nata nel 1943.

Nel 1947 Luigi Treccani presentò domanda di pensione “privilegiata di guerra” per il figlio Italo ormai dichiarato irreperibile. Oggi, scomparso anche il padre, la memoria di Italo è conservata dal fratello Mario, anche se lui non lo ha mai conosciuto. Mario Treccani ha però il ricordo trasmessogli dal padre e custodisce alcune memorie.

 

 

Le ultime notizie di Italo sono contenute in ciò che resta di una cartolina che egli scrisse al cognato Cesare il 17 dicembre 1942. Cesare era il marito della sorella Brunilde ed era arruolato con gli alpini in Russia; dopo averla ricevuta, la tenne con sé durante la ritirata, portandola a casa. Purtroppo non tutta si è conservata, ma la calligrafia e le parole di Italo sono ancora ben leggibili.

 

 

È moltissimo tempo che non ho tue notizie forse sarà perché ò fatto molti spostamenti, o pure sara perché ti avevo detto
che partivo per L'Italia e tu non ai più scrito. Cesare, ti faccio sapere che...
e ò guardato molto se potevo venire a trovarti ma non mi lasciano.
Cesare, guarda tu se puoi venire in giù ma certo che sarà più...

 

Cesare Gaffurini, tornato dalla Russia, non seppe dare che poche altre informazioni ai parenti; anche lui – oggi – non è più tra noi.

Proprio nella cartolina qui riprodotta probabilmente Italo si lamentava delle sue calzature, oppure fu Cesare a preoccuparsi di trovare degli scarponi invernali per il cognato. Cesare,  infatti, ha sempre raccontato che – nell’imminenza della ritirata – convinse il suo ufficiale a lasciarlo libero una notte: voleva raggiungere Italo, che aveva saputo essere oltre una vicina collina,[8] con una slitta e un mulo e lasciargli degli scarponi nuovi.

Cesare, però, arrivò troppo tardi: i lancieri si erano già mossi. Provò a seguirli ma una bufera di neve lo colse e finì per restare bloccato. Non riuscì più a raggiungere il suo reparto e si fece la ritirata pressoché da solo. 

Mario Treccani ricorda che il padre rimase sempre con il pensiero a quel figlio disperso lontano e coltivò fino alla fine dei suoi giorni – nel 1970 – la speranza che si fosse rifatto una vita o addirittura che stesse ritornando.

 

Talvolta mio padre – riferisce Mario – mentre era intento a qualche lavoro, si fermava e restava assorto. Se gli chiedevo cosa avesse, la sua risposta era quasi sempre la medesima. Voltandosi verso di me o verso la porta di casa rispondeva: “Mi sembrava che stesse tornando”.

 

Francesco Belloni, compagno d'armi di Italo Treccani, nel suo libro scrive: "È un dovere ricordare il silenzioso sacrificio di questi nostri morti, in gran parte rimasti insepolti e caduti senza croce, come in una citazione di Gabriele d'Annunzio, Bianco Lanciere al Vittoriale: «e chi è senza sepoltura è coperto dal cielo.»"[9]

Dedichiamo tale citazione al bianco lanciere lonatese Italo Treccani, disperso all'età di 21 anni.

 

Il padre di Italo ricordava anche il nome del cavallo che il figlio montava: si chiamava Terra.

Francesco Belloni non conobbe il lanciere lonatese, ma rammenta di avere cavalcato a sua volta Terra, quando era recluta nel marzo-aprile 1938: era  una cavalla docile, dal manto baio-oscuro e con un grande ventre che non la rendeva facilmente cavalcabile dalle reclute: anche lui era caduto mentre la montava.

 

Il sottotenente Adalberto Zocca – come risulta dalle note inserite – partecipò alla ritirata con il II Gruppo Squadroni. Potrebbe essere dunque l'ultimo a potere raccontare delle sorti di Italo in quel gennaio 1943. Purtroppo il tempo passato e le sue condizioni di salute non permettono di porgli questa domanda. Siamo arrivati a lui troppo tardi.

 

Le immagini nel testo compaiono per gentile concessione di Mario Treccani. Un ringraziamento al signor Morando Perini per questo contributo, utile ad arricchire ulteriormente il presente sito.

 



[1] Nel luglio 1941 il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) partì per il Fronte Orientale. Comprendeva le Divisioni Celere, Pasubio e Torino, oltre a reparti – anche della Regia Aeronautica – e servizi vari. In questa prima fase il Reggimento Novara Cavalleria era assegnato alla Divisione Celere. Si vedano, al riguardo, i Quadri di Battaglia del C.S.I.R. e dell’8ª Armata italiana.

[2] Il Reggimento Novara Cavalleria era costituito da Comando e Squadrone Comando, I Gruppo e II Gruppo Squadroni (ognuno formato da Comando e due Squadroni Lancieri), e 5° Squadrone Mitraglieri.

[3] È doveroso ricordare quanto meno il fondamentale contributo fornito da Novara Cavalleria durante le operazioni per la rescissione del saliente di Izjum (fine gennaio-fine maggio 1942), nonché le azioni compiute da Novara nel corso della Prima Battaglia Difensiva del Don (20 agosto-1° settembre 1942), all'interno della quale si colloca la carica di Jagodnyj del 22 agosto 1942.

[4] La famosa battaglia di Nikolajevka fu l’ultimo epico combattimento sostenuto dalla colonna della Divisione Tridentina (con il concorso di elementi di altre Divisioni del Corpo d’Armata alpino in essa confluiti, dei resti del XXIV Corpo Corazzato germanico, e dei tanti sbandati che marciavano al seguito).

[5] Si veda, in proposito, Memorie di un “Bianco Lanciere", Francesco Belloni, 2ª Edizione, patrocinato dal Comune di Codroipo (UD), pag. 83. L’attacco sovietico cui fa riferimento il testo è l’Operazione Urano che, con movimento avvolgente contro la 3ª Armata romena – schierata subito a destra dell’8ª Armata italiana – e contro la 4ª Armata Romena e la 4ª Armata Corazzata tedesca dislocate più a sud, porterà all’accerchiamento della 6ª Armata tedesca a Stalingrado.

[6] A fine novembre, su disposizione del Comando dell’8ª Armata italiana, il Colonnello Pagliano – comandante interinale del Raggruppamento a Cavallo – costituì un reparto di formazione appiedato che comprendeva il II Gruppo Squadroni di Novara (3° e 4° Squadrone) e il Plotone Mortai del 5° Squadrone Mitraglieri. In seguito tale reparto di formazione fu completato da un Plotone Mitraglieri di Novara Cavalleria e dall’intero 5° Squadrone Mitraglieri di Savoia Cavalleria. Agli ordini del tenente colonnello Guido Bagnacci, il reparto si trasferì nella zona di Rossoš’ – passando alle dipendenze del Corpo d’Armata alpino – e poi a Podgornoe, per supportare la Divisione Tridentina. Si veda, al riguardo, Memorie di un “Bianco Lanciere”, opera citata, pag. 84. Secondo la testimonianza dell’allora sottotenente Adalberto Zocca, che aveva raggiunto Novara Cavalleria con i complementi il 7 novembre 1942, a metà dicembre il reparto si spostò nella zona di Morozovka (vicino a Rossoš’), “nei cui pressi era stata approntata con immensi sacrifici una linea di resistenza di seconda schiera.” Non è del tutto chiaro se a Morozovka venne dislocato l’intero reparto di formazione... Quel che è certo è che parte del 4° Squadrone di Italo Treccani il 18 gennaio costituì un posto di sbarramento nei pressi della strada per Rossoš’, favorendo le primissime fasi del ripiegamento del Corpo d’Armata alpino, e ricongiungendosi con il resto del reparto di formazione solo la mattina del 19 gennaio. Tale testimonianza è contenuta in Trotto, galoppo... Caricat!, di Giorgio Vitali, Ugo Mursia Editore, Milano, 1985, pagine 154-155.

[7] I lancieri del reparto di formazione erano ripiegati insieme alla colonna della Divisione Tridentina, seguendo il medesimo itinerario e costituendo – a seconda degli ordini e delle esigenze del momento – il fianco o la retroguardia della colonna stessa; gli elementi di Novara e Savoia Cavalleria rimasti invece con i cavalli, rispettivamente a Nikolajevka e Nikitovka, si erano spostati nella zona di Valuiki il 15 gennaio e da quella città avevano iniziato ad arretrare nella notte del 16 gennaio 1943, giungendo a Har’kov tra il 4 e il 5 febbraio, dopo avere percorso tappe giornaliere persino di sessanta chilometri. Gli uomini furono costretti a portare due o tre cavalli sottomano per salvare anche i quadrupedi dei reparti appiedati, trasferitisi in linea con il Corpo d’Armata alpino. Lasciati a Har’kov i malati (che partirono subito per l’Italia con un treno ospedale), gli altri proseguirono ancora, giungendo a Gomel’ con i loro cavalli il 9 marzo 1943. Si veda Trotto, galoppo... Caricat!, opera citata, pag. 160.

[8] Questo conferma che Italo Treccani fu assegnato al reparto di formazione appiedato, di cui si parla nelle note precedenti.

[9] Da Memorie di un “Bianco Lanciere”, opera citata, pag. 90.


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