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La nostalgia - Tesina di Barbara Mancini

 

Sappiamo tutti quanto sia importante coinvolgere le nuove generazioni nella conoscenza degli eventi relativi alla Campagna di Russia. Non può che farci piacere, quindi, pubblicare la tesina che Barbara Mancini ha presentato nel 2014, in occasione dell'esame di maturità presso l'Istituto d'Istruzione Superiore Giacomo Antonietti di Iseo (BS). In essa, e nel bel testo introduttivo che la precede, troverete ciò che l'ha spinta a raccontare del prozio Michele Brescianini, al Fronte Orientale con la 415ª Sezione Carabinieri Reali della Divisione alpina Julia. Grazie di cuore a Barbara, e alla sua mamma Daniela, per avere desiderato condividerne con noi la storia.

 

L'uomo rappresenta, in qualsiasi epoca, innanzi tutto un individuo.

È infatti proprio l'individualità a renderci unici: ciascuno di noi è un differente universo a sé, in continuo mutamento e carico di aspettative, desideri e sogni, paure, incertezze.

Come un fiume in piena, l'individuo conosce nella durata della propria esistenza la necessità di lasciar defluire il corso delle proprie emozioni, esprimendo se stesso e percependosi, allo stesso tempo, estremamente simile e completamente diverso da ogni altro essere umano, ma riuscendo a sentirsi, solo in questi termini, veramente libero.

Il problema si pone, chiaramente, nel momento in cui tale diritto viene negato.

L'atrocità della Seconda Guerra Mondiale – ma, in generale, di qualsiasi conflitto nel corso della storia – si identifica proprio con il tentativo di distruggere completamente l'individuo e tutto il suo bagaglio emotivo che lo rende appunto tale, in vista di una vittoria garantita esclusivamente dalla massificazione totale dei soldati.

L'uomo non è più un individuo, ma per necessità viene trasformato in macchina da guerra, impassibile di fronte alla paura e alla vista stessa della morte, apatico e impietoso, capace di uccidere e pronto a sacrificarsi; una volta partito per il fronte, il soldato è in un certo senso costretto a dimenticare la propria vita abbandonata lontano, incorniciata da tutti quegli affetti che sono in realtà i soli a conferirgli la forza di un animo che viene distrutto giorno per giorno.

 

“Un’infinita nostalgia di cose perdute piangeva fra gli alpini immobili e gravi.” 

 

Di fronte alla strage inarrestabile e alla potenza micidiale delle armi, gli uomini si affidano alla scrittura per ritrovare se stessi: essa rappresenta insomma al contempo e un qualche modo di opporsi alla massificazione, e una speranza di non precipitare in un oblio di memorie dimenticate.

Il soldato si sente minacciato appunto da questa uniformità dell'esercito, teme di perdersi nella massa e reagisce, tentando la ribellione, gettandosi nel proprio passato. Il traguardo è quello di mettere ordine nel caos della guerra scrivendo milioni di lettere e pagine di diari; tutti sentono il bisogno di scrivere, creando un fiume di carta che unisce il fronte al Paese.

Fondamentale per la mia ricerca è stato il parallelismo tra due testimonianze storiche: il romanzo di Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, e le lettere spedite ai familiari dal fronte sul Don durante la spedizione in Russia del 1942, scritte per mano dell'alpino Michele Brescianini, mio prozio, all'epoca quasi venticinquenne e disperso nel 1943.

 

Due testimonianze, quelle analizzate, che in modo agghiacciante ricostruiscono il terrore di una guerra che tutti conoscono in modo particolare per l'impressionante numero di vittime, ma che risulta ancor più emotivamente devastante se analizzata provando ad inserirsi tra quelle righe che, compiendo migliaia di chilometri, arrivavano sotto gli occhi di persone care.

Righe scritte da giovani ragazzi, lettere piene di sogni, piene spesso di desideri e di proponimenti per il futuro, righe che rappresentano fughe dall'inferno della guerra ma che purtroppo, in molti casi – come in quello del soldato Brescianini – sono ormai il triste e inconcepibile ricordo di tanti uomini ai quali il secondo conflitto mondiale ha rubato quel famoso, prezioso, individuale universo che dentro ciascuno di noi scorre implacabile.

Leggo, in queste lettere, il dolore di un ragazzo attanagliato dalla pungente nostalgia della propria famiglia, un ragazzo innamorato della vita ma tanto odiato dalla sorte. Leggo queste lettere per mantenere vivo il ricordo come tutti dovrebbero fare, affinché qualsiasi cosa lui abbia visto, provato, affrontato, non rimanga incastrato tra la sua calligrafia spesso incerta ed illeggibile o sepolto chissà dove in Russia, ma rappresenti un tassello delle infinite memorie di un evento troppo d’impatto per essere dimenticato.

 

- Barbara Mancini -

 

Nota: la citazione in grassetto è tratta dal libro di Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio (1963)

 


 

 LA NOSTALGIA

– EMOZIONI TRA LE RIGHE DI LETTERE DAL FRONTE –
 

 

 

Il soldato Michele Brescianini nasce a Rovato il 18 marzo dell'anno 1918. Figlio di Francesco Brescianini e Maria Grazia Izzo, purtroppo poco istruito e primo di cinque fratelli, viene ricordato come un ragazzo dal carattere deciso e spigliato, molto generoso e soprattutto astuto. 

Nel 1940 la sua vita comincia a prendere una piega analoga a quella di molti ragazzi a lui coetanei: viene costretto a sperimentare sulla propria pelle le vicende belliche dell'epoca, in un’età durante la quale rappresentano proprio quanto di più distante possa esistere dalla mentalità e vitalità di un ragazzo poco più che ventenne. 

 

“Erano portatori di armi, perciò soffrivano.”[1]

 

La prima parte del romanzo autobiografico di Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, ben ripercorre gli avvenimenti che si susseguono a partire dal 1940 e che vedono il soldato Brescianini come partecipe. Il sottotenente medico, nascosto sotto lo pseudonimo di Italo Serri, con precisa verità storica fornisce una delle più importanti testimonianze delle campagne in Grecia ed in Russia. 

La guerra rimane ancora lontana dal bacino del Mediterraneo, sebbene questo effimero sollievo non possa rappresentare motivo di totale tranquillità: i rapporti italo-greci si dimostrano instabili e tesi già dalle trattative successive alla Prima Guerra Mondiale per questioni riguardanti i confini, principalmente il territorio dell'Albania, sebbene vi siano dei propositi di non belligeranza da parte dell’Italia. Quella che può essere considerata la miccia che innesca il conflitto vero e proprio è l'ordine impartito alle truppe dell'Albania di iniziare le ostilità il ventotto ottobre. Mobilitatasi anche l’Italia, all'alba di quel giorno sul fronte greco-albanese sono schierate quattro divisioni di fanteria, una corazzata, il Raggruppamento del litorale e una divisione alpina. 

Proprio a quest’ultima prende parte il soldato Brescianini. La partenza stessa è improvvisa e la meta non è precisa: comincia così la prima esperienza, un viaggio verso l’ignoto, con una grande voglia di poter ritornare in Patria, vittorioso e orgoglioso di averla servita. Di fatto l’Italia vive però il peso di una sostanziale sproporzione di schieramenti, poggiando la propria forza e il proprio slancio bellico su fragili basi che trovano stabilità solo ai primi di marzo del 1941. Nonostante ciò, dopo il crollo del fronte albanese e l’avanzata verso il cuore della Grecia, la resistenza ellenica si dimostra sempre tenace e determinata, ma non impedendo all’Italia di acquisire un sufficiente stato di solidità. 

A Patrasso giunge l’ordine di ricongiungersi con gli altri reparti rimasti a Missolungi: i soldati sono convinti di prepararsi per la ritirata e la divisione Julia, dopo aver marciato a lungo intorno al golfo Argolico, rimpatria finalmente il 28 marzo del 1942. 

 

L’alpino Brescianini può riabbracciare i suoi cari; durante questa prima vicenda, che il soldato affronta con vitalità e speranza, non manca mai di tranquillizzare l'animo di coloro che con angoscia lo attendono. L'unica traccia di malessere che debolmente traspare da una lettera è “Quante cose vorrei dirvi, ma non posso, il Bubà lo sa perché, l'ha fatta anche lui la guerra, dunque mi comprenderà! No?”, che lascia intendere come solo chi ha vissuto sulla propria pelle le atrocità che è stato costretto a vedere potesse davvero capirlo. 

 

“Erano soldati al pari di ogni altro, gli alpini della Julia; solamente, come tutti gli alpini, portavano uno strano cappello di feltro a tesa larga, all’indietro sollevata e in avanti ricadente, ornato da una penna nera appiccicata a punta in su sul lato sinistro del cocuzzolo. […] In pratica, la penna sul cappello resisteva rigida e lustra per poco tempo, ben presto si riduceva a un mozzicone malconcio; e qui cominciavano tutti i guai degli alpini che facevano la guerra: perché, a osservarli da vicino, si capiva subito che in pace e in guerra gli alpini potevano distaccarsi da tutto meno che dal loro cappello per sbilenco e stravolto che fosse.”[2] 

 

Il 10 agosto 1942 un’ignara penna del 9° reggimento di alpini della divisione Julia comincia da Udine il viaggio di abbandono della propria vita. E, proprio come la penna descritta da Bedeschi, Brescianini definisce il lunedì della propria partenza come “memorabile”, fiducioso e carico di un vigore che solo a ventiquattro anni si può sperare di mantenere in una simile situazione. 

Il motto che da questo momento in poi lo accompagnerà sempre sarà “Fortuna a chi tocca!”, che spesso riporta in conclusione delle sue missive, per tranquillizzare forse, oltre che “Tone, Berto, Luca, Iole, Bubà e Mamma”, soprattutto se stesso. 

Benché Hitler avesse stipulato nel 1939 il trattato di non aggressione con l'URSS, il cosiddetto patto Ribbentrop-Molotov, è noto come già alla fine del 1940 i piani del Führer fossero quelli di attaccare l’Unione Sovietica. Il 18 dicembre dello stesso anno infatti viene diffuso il comunicato numero 21, conosciuto come Operazione Barbarossa, promulgato dal quartier generale e classificato come segretissimo, che comincia con “Le forze armate tedesche debbono prepararsi a schiacciare la Russia sovietica in una rapida campagna? A tal fine l’esercito impiegherà tutte le unità a disposizione? I preparativi dovranno essere condotti a termine entro il quindici maggio 1941. Occorre usare la massima prudenza per evitare che trapeli la nostra intenzione di attaccare.” 

Centosessanta divisioni di armate naziste,[3] che contano più di tre milioni di uomini, penetrano così il territorio sovietico, fulminee e feroci, varcando la frontiera il 22 giugno 1941. L’attacco tedesco si articola lungo tre direttrici: a nord nel territorio di Leningrado, al centro verso Mosca e a sud presso Ucraina e Caucaso. 

 

“Erano ragazzi lontani da casa, in fondo. 

Rimembranze e nostalgie intercalavano silenziosi pensieri tra le parole.”[4] 

 

Brescianini, schiacciato sotto il peso di ordini impartiti dalla propria Nazione, diventa la penna del suo stesso cappello, una penna tra le tante che appartengono alle dieci divisioni italiane che contano circa duecentotrentamila anime. In balia degli eventi, duecentotrentamila penne dell’Armir – l’Armata italiana in Russia – cominciano un viaggio[5] che spinge loro a lottare, più che contro un nemico e per la propria Patria, per la loro sopravvivenza stessa. 

Penne che dal 1942 vengono inviate in Russia accanto alle truppe tedesche, nonostante i mezzi militari e l’equipaggiamento siano inadeguati rispetto alle difficoltà dello scontro e al rigore delle steppe russe. 

 

“Quello che vi raccomando è di non stare tanto in pensiero, che io sto benissimo.” 

Villach Westluhof, 12.08.42 XX [6] 

 

Come Bedeschi può confermare, Brescianini attraversa per valli e vaste pianure la Germania, senza però smettere mai di lanciare il suo cuore a Rovato: “Non pensate male, che va tutto bene, presto finirà vedrete.” 

Con la stessa fiducia arriva a Varsavia alle ore 17.00 del 14 agosto 1942: “Allegri, contenti come lo sono io.” 

 

“Cominciava la loro vicenda in terra russa; con volto assorto intraprendevano un cammino che terminava chissà dove.”[7] 

 

L’alpino sfiora per la prima volta i confini della Russia il giorno dopo, il 19 agosto 1942: “Non temete per me.”, procedendo poi nei pressi di Har’kov: “Carissimi miei non potete immaginare la miseria che regna qua in Russia, vedremo avanti come andrà!” e sostenendo che mancano ancora quattro giorni per giungere a destinazione. 

 

“Finalmente dopo tanto cammino sono arrivato. Vi assicuro che ho fatto un ottimo viaggio; non vi so spiegare tutto quello che ho visto durante il percorso.” 

Russia, 21.08.42 XX [8] 

 

 

 

Bedeschi informa che gli alpini ricevono l’ordine improvviso di stabilirsi momentaneamente a Izjum, luogo dal quale Brescianini invierà infatti un paio di lettere. La realtà russa spaventa l’alpino e lo spinge a sentire sempre più forte e opprimente il legame che dentro il suo cuore è ancora ben saldo ma all’atto pratico risulta sfilacciato: “Ma quelle della Russia sono tutte capanne, non c'’è una casa che abbia i tetti sopra, tutte impagliate.” 

Pur di risanare quel legame, getta i pensieri nella penna, trascinandoli all’estremo e arrivando persino ad affermare che “Se non fossimo in guerra, sarebbe un viaggio mai pagato.”

 

“Se potessi scrivere tutto quello che vedo, sarebbe un vero romanzo.” 

Russia, 26.08.1942 XX [9] 

 

Da questo momento in poi, compie però questo viaggio mai pagato[10] senza poter comunicare apertamente le proprie coordinate. 

Durante il conflitto infatti nel corso dei dialoghi tra i vari fronti di guerra e l'Italia, la censura interviene con violenza, cancellando con inchiostro indelebile alcune informazioni che i soldati si premurano di comunicare.[11] Le parti incriminate sono la dislocazione dei reparti, il parere sui superiori e lamentele esplicite di ogni genere. Nessuna lettera di Brescianini presenta cancellatura alcuna: l’alpino preferisce probabilmente rimanere nel vago, e per non far preoccupare i suoi cari, e per evitare che eventuali censure possano appesantire ulteriormente il dolore dei destinatari, andando di fatto a sottolineare la grave condizione nella quale ormai non c’è più neppure il libero uso della penna. 

Nemmeno tra i soldati stessi corre consapevolezza di quello che sarà il loro destino: come spiega Bedeschi, ci si aggrappa alle voci che s’insinuano e viaggiano veloci tra i vari reparti, secondo le quali c’è sentore che vengano inviati nel Caucaso, dove già è sistemata un’altra divisione, la Tridentina.[12] 

Brescianini stesso dichiara di sperare di poterla raggiungere per incontrare Ugo, un cugino, dopo aver fatto il bagno nel fiume Donez, sostenendo però di non essere più convinto di recarsi effettivamente nel Caucaso, ma accennando appena al Fronte di Voronež. 

Sopraggiunge a questo punto un sostanziale problema: i soldati devono addentrarsi nella pianura, ma essendo alpini non sono ovviamente sufficientemente addestrati. “Nel Caucaso non si va più, perché è finito ed ora andremo certo a combattere alla pianura anche noi alpini. Vedremo come la gira...”

 

“Era vita dura. […] Qualche ora di sonno a terra tra le formiche e i topi di campo, e prima dell’alba in marcia fino al tramonto. […] La pista non era una strada, ma un sentiero nella steppa, largo qualche metro, lungo all’infinito, sempre uguale, cosparso d'impalpabile polvere spessa su due palmi, maledizione per chi ci cammina dentro.”[13] 

 

“La vita è sempre la solita, vivere spensierati, vedendo l'orizzonte della pianura immensa, pare di vedere l'infinito. Come essere in un altro mondo.” 

Russia, 26.08.42 XX [14]

 

Il 31 agosto la sua divisione comincia infatti la marcia, di cui Brescianini tace la meta, comunicando però di attraversare le città di Rovenki e Rossoš’. 

Sappiamo grazie alle righe di Centomila gavette di ghiaccio che gli alpini viaggiano per giorni, in condizioni invivibili, in preda alle intemperie del clima insostenibile e alla paura della morte e dell'ignoto, con la sola compagnia di muli e cavalli. Nonostante ciò, Brescianini dal 26 agosto al 24 settembre riempie lettere di parole traboccanti di malinconia ma senza mai lasciarsi sfuggire l'orrore di quell’avanzata verso l’inferno. “Qua io mangio benissimo”,“Lascia fare a me che mi arrangio!” 

Dopo aver attraversato a piedi cinquecento chilometri, i soldati [della Julia] possono stabilirsi sul Don, schierandosi lungo il suo corso, precedentemente già occupato dai Tedeschi. 

 

“E bisogna svincolarsi e proseguire senza posa: ignorando il patimento e l'uragano, poiché è stato detto che il Don, là all’est, ha bisogno di alpini. Per farli morire, infine; ma la zampata finale ha da essere preceduta dalla sapiente tortura.”[15] 

 

L’alpino può a questo punto scrivere con più comodità, senza però sbilanciarsi eccessivamente, “Posso solo farti sapere che mi trovo sul Don.” 

Tuttavia, sebbene tenti di sotterrare in quella terra russa la paura e il forte senso di smarrimento, si lascia sfuggire qualche frase che nasconde terrore e rivela quanto in realtà egli stia vivendo in bilico tra il tentativo di farsi coraggio e fortissimi slanci di tremenda solitudine. “Senti qua va molto bene, ma non si trova niente... niente, per trovare un paese bisogna fare cento chilometri.” 

Puntualmente, come se si accorgesse di essere malamente sprofondato nella disperazione delle sue stesse affermazioni, ogni volta tenta quasi di correggersi, confermando il buono stato della propria salute e invitando a non preoccuparsi inutilmente.

 

Il 29 settembre si trova sul fronte e cominciano a scatenarsi “piccoli” attacchi di pattuglioni sia italiani che russi che attraversano il Don e che Brescianini definisce “roba da poco!”[16] 

Dopo aver espressamente dichiarato di aver bisogno di scrivere per potersi sentire sempre vicino ai propri familiari, aumentano nelle lettere inviate loro quegli sprazzi di incertezze, benché l’alpino tenti sempre di mantenerle celate, come grida di aiuto però appena sussurrate. 

Quella penna ritta sul cappello a tesa larga comincia lentamente a smorzarsi, la consapevolezza e il terrore della guerra s’insinuano sempre più in profondità. “Dunque vedi non mi manca proprio niente, è solo che sono lontano e basta se no io sto bene, certo fortuna a chi tocca.” 

L’Armata italiana, nel frattempo, è completamente allineata lungo il fiume: si contano [circa] duecentotrentamila uomini complessivamente, ormai convinti di passare tutto l’inverno in posizione, un inverno freddissimo che raggiunge i -45° in una terra che in una missiva l’alpino definisce espressamente come “maledetta”. 

 

“Questa è una Russia barbara! Barbara sul vero senso della parola, ma noi la vinceremo?...” 

Russia, 06.10.42 XX [17] 

 

E in questa barbara situazione Brescianini si nasconde nei propri affetti, preoccupandosi dell’istruzione del fratello Antonio o chiedendo informazioni sulla produzione del vino e gli affari a Rovato. È impressionante pensare che in quelle condizioni l'alpino tentasse di dimenticare i propri impegni bellici e perseverando, con il cuore e con la mente, nel disperato tentativo di rimanere accanto alla famiglia.

 

“Se lo sapevo prima che era così qua... E se potrei parlare... Allegri, allegri, fortuna a chi tocca. Speriamo che finisca presto, così potrò essere libero, tornare a casa sano e salvo.” 

Russia, 23.10.42 XX [18] 

 

Immerso in due metri di neve, racconta delle sue serate. Ne è un esempio quella del 26 ottobre, che comincia inghiottita dalle tenebre già dalle ore diciotto e trascorsa in compagnia del Brigadiere che gli tiene compagnia suonando la fisarmonica e scambiando con lui pensieri e memorie sull’Italia tanto amata e abbandonata lontano. Nonostante tutto, non perde mai la speranza, vi si aggrappa con tutto se stesso, “Speriamo che sia vero, c’è la circolare che quando abbiamo fatto un anno di Russia ripartiamo, speriamo in bene.”, “Presto finirà, non può durare a lungo che i Russi dovranno cedere.” 

L’inverno, nel frattempo, sta divorando con la sua gelida morsa ciò che rimane del calore del cuore dei soldati. Brescianini tenta, ancora una volta, di darne una lettura in chiave ironica: “Io qua la passo molto bene, ma il freddo è insopportabile, non si può fare un passo che non con la slitta! Se vuoi è anche divertente!” 

Con i primi di dicembre, però, la situazione precipita. La neve è talmente alta da impedire qualsiasi tipo di movimento. Il sedici del mese la Ventisei citata in Centomila gavette di ghiaccio viene chiamata a partire per ignota destinazione, mentre Brescianini rimane posizionato sul fronte: la sua storia e quella di Bedeschi prendono a questo punto due risvolti differenti.[19] 

 

“[...] Il diciotto dicembre in una grande Battaglia sono ancora riuscito a scappare tra i migliaia di colpi e ò abbandonato lo zaino perché dovevo portare via le munizioni e l'arma e a portare tutto non potevo correre, non ti posso spiegare cara moglie che brutto giorno (in parole povere un Macello).” 

Nuto Revelli, L’ultimo fronte (1971) 

 

La lettera datata 19 dicembre sarà una delle ultime che i cari potranno leggere. Si tratta probabilmente delle righe più toccanti e impressionanti del lungo corso di corrispondenza tra il fronte sul Don e Rovato. 

 

“Da molte barbe, sotto la bocca, scendevano lunghi pendagli di ghiaccio, le stalattiti degli alpini in terra di Russia. Sospiri congelati, le chiamavano. […] Erano il marchio dell’inverno russo sul volto degli uomini.”[20] 

 

L’alpino rivela di essersi abbandonato all’effetto dell'alcool e, privo di quei freni inibitori e di quella censura che egli stesso ha sempre tentato di imporsi, dichiara di essere rintanato da due giorni a causa del freddo impressionante che arriva a congelare occhi, orecchie e naso. Proprio mentre scrive assiste alla morte di due giovani compagni, e dichiara che alcuni arrivano a piangere per il troppo freddo; le lacrime, però, non sono solo quelle degli altri alpini. 

Brescianini sicuramente si sarà abbandonato al pianto durante ovvi momenti di sconforto, nostalgia, paura, ma senza mai rivelarlo o comunicare la propria situazione. 

Questa lettera, invece, riporta chiari e distinti i segni dell'inchiostro sbavato a causa delle lacrime che, lasciate sgorgare probabilmente in un momento di disperazione assoluta, contribuiscono a far crollare definitivamente tutta la forza e la fiducia di un ragazzo che già comincia ad essere consapevole del proprio triste destino. 

 

“Allegri guardare le macchie, né? […] W la fortuna delle tenebre!” 

Lì... 19.12.42 XX [21] 

 

 

Una delle ultime frasi di Brescianini sarà “I Russi sono duri, ma noi più duri.” 

Successivamente, dà le ultime notizie di sé in una breve lettera dell’uno gennaio 1943 e in una cartolina del dieci dello stesso mese. Il 21 gennaio 1943 muore disperso in combattimento. Mai si saprà se la causa sia stata il freddo o un colpo fatale, mai si saprà in che luogo preciso sia spirato, né quale sia stato il suo ultimo pensiero o se in tasca tenesse una lettera pronta per essere spedita. 

In risposta alle sue ultime notizie, la madre Mariagrazia compone uno scritto in data 8 febbraio, incoraggiando il figlio a non perdere la speranza e ad avere sempre fede in Dio affinché egli lo possa proteggere. 

 

“Siamo tanto felici quando ci scrivi caro Michele, ma le tue frasi ci commuovono... capisci, purtroppo noi si legge sempre il giornale sappiamo sì (quello che le divisioni Julia Tridentina Cuneense) combattono valorosamente. 

[…] Non so più scrivere Michele, c'è il disco che fa “quanto è bella e cara” e ci sembra di essere uniti a te, invece tu chissà dove sei: sii forte e tornerai ancora con noi, fede, fede...” 

Rovato, 08.02.43 

 

Dopo mesi di angoscioso silenzio, il 26 agosto 1943 la lettera, che l'alpino non ha mai avuto possibilità di leggere, viene rispedita alla famiglia recante il timbro “AL MITTENTE NON POTUTA RECAPITARE PER EVENTI BELLICI.” 

Brescianini era quasi arrivato al traguardo: il primo mese del 1943 cade il fronte del Don sotto l’urto delle forze sovietiche, che costringono l’esercito italiano a ripiegare. 

Inizia così la terribile ritirata,[22] una marcia alla sopravvivenza lunga migliaia di chilometri, senza mezzi di trasporto, dalle rive del Don alla Polonia,[23] dove i superstiti vengono raccolti e rimpatriati.[24] Sarebbe forse bastato ancora un mese, ancora un mese di buona sorte e probabilmente Brescianini sarebbe tornato in Patria. 

Quella fortissima speranza che lo tiene in vita fino al 21 gennaio 1943 non basta, ma, accompagnata da una grande voglia di vivere e di ritornare da chi veramente ama, è tutto ciò che rimane di un venticinquenne divorato dalla guerra.

 

A Brescianini, come ad altri ottantacinquemila, la fortuna non è toccata. 

Ma tocca, sicuramente, l’indelebile ricordo che, ancora incatenato alle buste ormai ingiallite, io stessa mi sono impegnata a tener vivo con questa mia tesina, che più e più volte mi ha spinto alle lacrime durante la composizione e che a lui dedico; sebbene non abbia mai potuto conoscerlo, nutro per lui, come per tutti gli altri che in terra russa sono rimasti, un grandissimo senso di rispetto e ammirazione.

 

 

 

 

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Sitografia

www.lasecondaguerramondiale.com/

www.anpi.it  

www.digilander.libero.it

 

 

Le annotazioni in colore bordeaux sono a cura di Patrizia Marchesini.

 

[1] Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio (1963).

[2] Ibidem.

[3] Il volume Le operazioni delle Unità italiane al Fronte Russo (1941-1943), a cura USSME, menziona 145 divisioni tedesche. Pag. 22.

[4] Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio (1963)

[5] È un pochino impreciso dire che con la partenza di Michele “duecentotrentamila penne dell'Armir – l'Armata italiana in Russia – cominciano un viaggio [...].” Questo perché circa 62.000 di quei quasi 230.000 erano già in loco da un anno (erano gli uomini del C.S.I.R, Corpo di Spedizione Italiano in Russia). Nell’estate 1942 partirono sette Divisioni. Sulle dieci Divisioni che, insieme ad altri reparti, costituirono l’Armata italiana (incluse le tre del C.S.I.R.) tre erano Divisioni alpine... le altre erano, invece, Divisioni di fanteria.

[6] Corrispondenza di Michele Brescianini.

[7] Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio (1963)

[8] Corrispondenza di Michele Brescianini.

[9] Corrispondenza di Michele Brescianini.

[10] In realtà i nostri soldati percepivano una paga (la cosiddetta decade), come risulta da moltissime testimonianze. Forse Michele intendeva scrivere che di trattava di un viaggio mal pagato.

[11] La censura era – credo – prassi per tutti gli eserciti, al fine di non rendere potenzialmente noti all’avversario certi dettagli, come la dislocazione dei reparti e i nomi degli ufficiali a capo dei reparti, date specifiche inerenti azioni previste... Tuttavia, come Barbara sottolinea, anche frasi dal tema delicato – come opinioni contrarie alla guerra o lamentele – potevano essere oggetto di censura.

[12] Nessuna Divisione alpina – neppure la Tridentina – raggiunse mai tale meta: il contrordine che avrebbe destinato gli alpini al fiume Don fu emanato ben prima che la Tridentina vi arrivasse. Quest’ultima Divisione era di certo quella che si era spinta più avanti, verso il Caucaso, ma venne dirottata per prima sul Don, nel settore del XXXV Corpo d'Armata, per dare supporto durante la Prima Battaglia Difensiva del Don (20 agosto - 1° settembre 1942).

[13] Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio (1963)

[14] Corrispondenza di Michele Brescianini.

[15] Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio (1963)

[16] Le azioni di pattuglia che, dall'autunno 1942, furono condotte sempre più spesso da entrambi gli schieramenti erano, in effetti, azioni limitate, che avevano lo scopo di venire a conoscenza di informazioni sui rispettivi avversari. Di frequente sia i nostri sia i Sovietici miravano alla cattura di prigionieri che – interrogati – avrebbero potuto fornire dettagli di rilievo non solo sulla consistenza dei reparti, ma anche su eventuali operazioni future di una certa entità. Michele le definisce “roba da poco” e – nell’ambito dell’intera Campagna di guerra – non ebbero una rilevanza enorme. Spesso nei libri non vengono neppure menzionate, ma è indubbio che per i diretti interessati (per coloro, cioè, che a tali azioni di pattuglia dovevano prendere parte) si trattava in ogni caso di momenti di pericolo, vissuti con angoscia o – al contrario – con una certa spavalderia, per darsi coraggio.

[17] Corrispondenza di Michele Brescianini.

[18] Corrispondenza di Michele Brescianini.

[19] Ricordiamo che, nella realtà dei fatti, la Ventisei corrispondeva alla 13ª Batteria del Gruppo Conegliano, quella cui Bedeschi era assegnato come ufficiale medico. Inoltre non è proprio vero che, da questo momento in poi, le storie di Giulio Bedeschi e Michele Brescianini presero due strade diverse: a partire dall’11 dicembre 1942 il II Corpo d'Armata (Divisioni Cosseria e Ravenna), situato a destra del Corpo d’Armata alpino, venne investito dall’attacco sovietico: si trattava di ciò che l’Ufficio Storico SME avrebbe definito fase di logoramento, precedente l’offensiva vera e propria – Operazione Piccolo Saturno – che avrebbe portato le nostre Divisioni di fanteria a ripiegare (un mese prima rispetto al Corpo d’Armata alpino, non coinvolto sulla propria fronte).

Per tamponare il fianco destro delle Divisioni alpine, la Julia fu trasferita a sud del fiume Kalitva, nel settore in precedenza occupato dalla Divisione Cosseria. Il movimento ebbe inizio il 16 dicembre e il 18 dicembre una prima avanguardia della Julia aveva raggiunto il nuovo settore assegnato. Di tale avanguardia – denominata gruppo d'intervento – faceva parte anche la 13ª Batteria di Bedeschi. L’ordine di trasferimento, però, era rivolto all’intera Divisione Julia, che a poco a poco raggiunse il gruppo d'intervento e si schierò sulle nuove posizioni.

Quindi ritengo che anche la 415ª Sezione Carabinieri Reali che – secondo il mittente indicato nella corrispondenza indirizzata alla famiglia – era il reparto di Michele, seguì il grosso della Julia, andando a dislocarsi da qualche parte a sud del Kalitva.

[20] Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, (1963)

[21] Corrispondenza di Michele Brescianini.

[22] Ricordiamo che solo il Corpo d’Armata alpino iniziò ad arretrare il 17 gennaio 1943: gli altri Corpi d’Armata (II, XXXV e XXIX) avevano cominciato a ripiegare circa un mese prima, con itinerari diversi rispetto a quelli che avrebbero poi seguito le Divisioni alpine e la Vicenza, unica Divisione di Fanteria assegnata al Corpo d’Armata alpino.

[23] I superstiti dell’8ª Armata italiana si radunarono a Gomel’ e dintorni (nell’attuale Bielorussia). Non tutti camminarono per l’intero percorso: alcuni reparti giunsero a Gomel’ dopo avere compiuto parte del tragitto in camion o in treno.

[24] I feriti e i congelati più gravi del Corpo d’Armata alpino partirono in treno da Har’kov, a inizio febbraio 1943. Il resto di tale Corpo d’Armata – unitamente a quanti, delle Divisioni di Fanteria, erano sopravvissuti al ripiegamento – si raccolsero (come detto in nota precedente) a Gomel’, da dove vennero rimpatriati, sempre tramite convogli ferroviari (fra marzo e maggio 1943).

 

 

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