di Agnese Palma

 

Ritorno al fiume del davai

Viaggio della memoria sul Don e dintorni, dedicato a mio padre

 

01.Umberto PalmaUmberto Palma, papà di Agnese.
Era assegnato all'81° Reggimento Fanteria (Div. Torino).

 

Fine ottobre 1942. Un giovane militare già reduce da due fronti di guerra raggiunge la Divisione Torino schierata sul Don, con gli ultimissimi rinforzi inviati in Russia prima dell’inverno. Che fortuna, giusto in tempo per essere travolti ed annientati dalle armate sovietiche!

Quel giovane era mio padre, che fortunato in verità lo fu davvero perché fece parte della ridotta schiera di quelli che ritornarono dalla prigionia, consentendomi di nascere e seccare i familiari con le mie allegre malinconie, le mie smanie di vedere luoghi simbolici solo per un ricordo, un affetto, un ideale.

Terzo anno consecutivo in Russia in camper... in cuor mio i due precedenti viaggi erano propedeutici a questo, rimuginato per anni.

Dopo aver visto splendide città monumentali, colorati monasteri e paesaggi estremi oltre il circolo polare artico, ci aspettano luoghi di minore bellezza, poco turistici ma simbolici, almeno per le famiglie di quei circa novantamila italiani dell’Arm.I.R. che non fecero ritorno.

Ivano mi supporta (e mi sopporta) in queste strane destinazioni, i figli sono da tempo rassegnati e non capiscono, ma forse anche per loro verrà il giorno in cui l’età li porterà a cercare le proprie radici.

 

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L’aver percorso molte volte le strade della Mitteleuropa ci induce ad andare per tre giorni a tavoletta tra i verdi paesaggi montani dell’Austria e gli ondulati campi di mais e girasoli della Repubblica Ceca e della Polonia.

Si dorme in Lettonia al posto di frontiera di Terehova, pronti per passare il confine con la Russia di buon mattino il giorno dopo, evitando il più possibile le file. Dalle lungaggini burocratiche non c’è scampo, però.

Due ore di timbri, attese, correzione di moduli che non vanno mai bene, passaggi ai vari box; ci sottoponiamo rassegnati al rito.

Molte donne, fra le doganiere russe. Molte ragazze fra i militari, dall’approccio duro e freddo più degli uomini, che nasconde però una ruvida disponibilità verso lo straniero. Alla fine si aprono persino in un sorriso di saluto per questa famiglia ambulante.

Ora ci aspettano i seicento chilometri fino a Mosca, finalmente su una strada ampia e ben asfaltata, tra boschi di betulle, pini e fioriture estive di sottobosco.

Lungo la strada ci si imbatte in qualche venditore di animali impagliati, pellicce, liquori casalinghi, frutti di bosco, funghi e pesci essiccati. Il banchetto spesso è una cassetta di legno o direttamente l’automobile, le indistruttibili vecchie Lada berlina.

Seicento chilometri sono quasi mezza Italia con centinaia di paesi e milioni di abitanti; qui si incrocia appena qualche sparuto villaggio.

In compenso l’attraversamento di Mosca non ha niente da invidiare alle peggiori giornate di traffico romano. Vogliamo sostare nella zona di Izmajlovo perché stavolta non voglio perdere un giro al mercato omonimo.

 

Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo.

La «smerciano» per dollari, alla meglio.

Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag.

Non sono un «kommunjak». Ma guardo la bandiera e piango.

(Arrivederci bandiera rossa, Evgenji Evtušenko)

 

L’entrata al Cremlino di Izmajlovo è spettacolare, con guglie e cupole colorate tanto da sembrare quella di un parco divertimenti. Disneyland non ha inventato nulla. Anche questo complesso apparteneva agli zar, con l'annesso parco di quasi 1500 ettari. Un pezzo di bosco naturale, non allestito a giardino, all’interno di Mosca. Gli edifici in legno sono orientaleggianti; ospitano musei, uffici del turismo, una chiesa in legno scuro, punti ristoro e soprattutto il famoso mercato. Gli stalli per le botteghe sono in legno, la struttura è molto bella, in parte restaurata.

È certamente un mercato turistico, e vi abbondano le botteghe di souvenir: un tripudio di matrioske, tradizionali scialli a motivi floreali, artigianato in legno, magliette con la faccia di Putin, tutto a prezzi accessibili.

È mercoledì ed è in versione ridotta; pare che molti venditori arrivino solo il fine settimana. Ciò che mi interessa di più, i cimeli di epoca soviet, scarseggia: quelli in vendita sono nuovi, riproduzioni. Gli originali ormai si trovano solo presso qualche antiquario di campagna.

 

Con l’efficientissima metropolitana ci portiamo a Kolomenskoe, sito Unesco, che si affaccia sopra la Moscova, già residenza di campagna di Ivan il Terribile, nel XVI secolo. La Chiesa di Nostra Signora di Kazan avrebbe necessità di una tinteggiatura alle cupole azzurre dipinte a stelle, mentre la Chiesa dell’Assunzione è bianca di restauro ed in bella posizione rialzata davanti al fiume; ma ciò che colpisce è il grande parco tenuto mirabilmente in ordine nel giardino, nei giochi dei bambini, nei viali, nelle aiuole di belle ed effimere fioriture stagionali, curate con la dedizione di chi sa cogliere l’attimo tra i lunghi inverni nevosi. Mosca è detta la terza Roma; non posso che sospirare al paragone con il crescente degrado della prima Roma, la mia città.

Sebbene si sia di passaggio, non può mancare una visita alla Piazza Rossa, Krasnaja Plosciad, che regala sempre un bel colpo d’occhio: un lato rosso per le mura del Cremlino ed il Mausoleo di Lenin, un lato chiaro per i Magazzini Gum. In fondo, la colorata e fantasiosa Cattedrale di San Basilio. Sull’altro lato delle mura, le pietre rosse del monumento al milite ignoto ed alle città eroiche della resistenza all’esercito nazifascista. Abeti argentati, bellissimi d’inverno con la neve, spezzano il rosso delle mura e sono sempre perfetti; mi chiedo se li sostituiscano nottetempo per un ramo spezzato e qualche foglia gialla... sarebbero capacissimi.

 

02.Piazza Rossa Milite IgnotoIl monumento al Milite Ignoto, nella Piazza Rossa di Mosca.

 

La folla che riempie il cuore della capitale mi conferma l’impressione di Mosca quale Londra dell’Est, una capitale dell’impero che accoglie ogni sorta di volto orientale, dal biondo nordico al mongolo, dal turcomanno al cinese, tutti parlanti russo.

Considerando che questo è un viaggio della memoria, chiudiamo la parentesi moscovita con la ricerca del memoriale che segna la massima avanzata della Wehrmacht verso Mosca.

Con ostinazione si va alla ricerca di questo monumento, che si trova a Khimki, località a nord-ovest di Mosca ormai inglobata nella capitale. Sappiamo che si vede dalla superstrada per l’Aereoporto Šeremet'evo ed alla fine lo troviamo così, a vista, prendendo la superstrada suddetta.

Tre giganteschi cavalli di frisia in un largo piazzale, un elmetto originale arrugginito ed un mosaico che riproduce la linea dell’avanzata tedesca del 1941-'42.

Oggi l’avanzata si arresterebbe per il traffico della superstrada e del raccordo anulare moscovita perennemente intasato.

 

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    Mercato di Izmajlovo

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    Un bollitore molto particolare esposto al mercato

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    Matrioske al mercato di Izmajlovo

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    Tetti variopinti al mercato di Izmajlovo

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    Chiesa

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    Khimki - Cavalli di Frisia

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    Khimki - Elmetto d'epoca

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    Khimki - Mosaico


 

È ora di scendere verso il fiume Don, facendo tappa a Kazan, nella Repubblica Tatara.

Le centinaia di chilometri da macinare per spostarsi in questo grande paese si sviluppano in un paesaggio verde, boscoso e rilassante, ma monotono se ci si sta per ore. Molte delle isbe in legno lungo la strada meriterebbero una foto per le finestre intagliate e dipinte a colori pastello.

La tappa per Kazan è lunga per rallentamenti dovuti a lavori stradali: stanno allargando e riasfaltando strade dappertutto. La nota divertente è stata vedere il posizionamento a bordo strada di pannelli che riproducono finte macchine della polizia per intimorire da lontano gli automobilisti indisciplinati. È proprio il caso di dirlo: che sagome!

Ci fermiamo a dormire a Svijažsk, sessanta chilometri prima di arrivare a Kazan.

Svijažsk è un’isola nel Volga, da poco inserita tra le perle dell’Unesco.

Qui il più grande fiume d’Europa (se quest’ultima termina agli Urali come ci insegnarono alle scuole elementari), si allarga nella pianura e fa emergere isolette di varie dimensioni create dai suoi stessi sedimenti, che si coprono di vegetazione e boschetti di betulle.

Il paesaggio è quello di un grande lago, troppo grande per il nostro concetto di fiume. Si accede all’isola con una strada poggiata su una lunga striscia di terra, simile all’accesso a Mont St. Michel.

Le automobili non sono ammesse tranne che per i pochissimi residenti, quindi si presta al giro in bicicletta; il tempo è soleggiato e fin troppo caldo-umido per essere a 55 gradi di latitudine nord.

Nel Museo Storico qualche scritta in inglese aiuta a capire che l’isola non fu sempre luogo di piacevoli passeggiate.

 

Ha una storia antica ma, volendo focalizzarsi solo sugli ultimi due secoli, essa fu usata come luogo di confino già ai tempi degli zar, perché l’idea del gulag come luogo in cui rinchiudere dissidenti e persone scomode nacque durante lo zarismo. Fu sede di un orfanotrofio, di una casa per bambini ciechi, di un ospedale pschiatrico e, appunto, di un gulag in cui nel passaggio del potere dallo zar ai soviet furono confinati i Tatari che si erano schierati con i Bianchi durante i due anni di guerra civile. A Kazan le truppe della rivoluzione entrarono nel settembre 1918, quasi un anno dopo.

 

Kazan, capitale della Repubblica Tatara, è grande quanto Roma per numero di abitanti. Meriterebbe più tempo, da quel che vediamo, ma noi abbiamo altre priorità.

Sembra una città sul mare, tanto è grande il Volga, qui. La sabbia chiara che ha depositato il fiume forma spiagge in cui i kazanki o kazankiani (come si chiamano gli abitanti di Kazan?) prendono il sole estivo, fanno il bagno e giocano a beach volley.

Ha un grande Cremlino sulla collina, restaurato e cinto di mura tinteggiate di fresco, mentre dall’altra parte del Volga si staglia uno skyline di grattacieli. Metà Cremlino, metà Manhattan.

Tutto è pulito, ordinato, con le aiuole fiorite in mezzo al prato verde, perfetto. Numerosi giardinieri stendono rotoli del costoso (almeno per noi) prato pronto. Questo avviene anche in zone non centrali, tra i vecchi condomini soviet. Quando si dice il decoro urbano...

Dentro le mura del Cremlino di Kazan si trova anche il palazzo del Presidente della Repubblica del Tatarstan, repubblica con un notevole grado di autonomia all’interno della federazione Russa. La Russia ha al suo interno ventidue Repubbliche (compresa la turbolenta Cecenia) che potremmo definire, dal punto di vista amministrativo e politico, come le nostre regioni a statuto speciale ma con un maggiore grado di autonomia. I cittadini di queste repubbliche interne sono detti Russianki, hanno passaporto russo, su cui però viene riportata la nazionalità (tatara, cecena...). Altra cosa sono le Repubbliche ex URSS, come ad esempio il Kazakhstan, che fanno ora parte della CSI (Comunità Stati Indipendenti), che comprende la Russia stessa.

Ivano si fa del male da solo suggerendomi di fermarci a Ul’janovsk, città natale di Lenin, ex Simbirsk. Fu intitolata alla famiglia Ul’janov nel 1924, dopo la morte di Lenin, e si affaccia sul Volga pur essendo già all’esterno dei confini del Tatarstan.

L’attrazione principale se non unica è il Lenin Memorial, un museo che ingloba la casa natale di Lenin. Esso funge anche da museo storico della città Simbirsk-Ul’janovsk, ma la parte del leone la fa, com’è ovvio, la celebrazione di vita, morte e miracoli del rivoluzionario padre della Russia moderna.

Non può mancare tuttavia una sezione sulla Grande Guerra Patriottica, come i Russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale. Nella penombra, davanti ad una vetrina con la ricostruzione del fronte innevato, dico alla ragazza che mio padre era sul quel fronte nel 1942 e fu fatto prigioniero dai Russi.

 

03.Foto di gruppo

Umberto Palma insieme ad alcuni commilitoni

 

Ha un sussulto improvviso e si commuove, dice che le dispiace e mi chiede scusa. La sua improvvisa reazione è una botta emotiva anche per me: mi commuovo anch’io, e le dico che siamo noi Italiani che dovremmo chiedere scusa. Mio padre aveva capito, giovane contadino mandato al fronte da Mussolini, che eravamo noi Italiani ad essere andati in casa d’altri, in casa di altri contadini come lui ad uccidere e rubare i loro raccolti. Le dico che non ebbe mai una parola di odio verso i Russi, nonostante la crudeltà della battaglia e le privazioni della prigionia. Parliamo sottovoce, nella penombra, e ci scambiamo un sorriso di comprensione.

Lasciando il museo la nostra giovane accompagnatrice rifiuta con garbata fermezza una mancia che timidamente cerchiamo di offrirle, dicendoci che quel che fa è il suo lavoro.

 

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    Svijažsk - Il Cremlino.

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    Svijažsk - La chiesa.

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    Il Volga a Svijažsk.

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    Kazan - La Cattedrale dell'Annunciazione.

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    Kazan- Moschea Qol Sharif.

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    Panorama di Kazan.

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    Ul'janovsk, città natale di Lenin.

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    Ul'janovsk - Lenin Memorial.


 

Proseguendo sulla strada per Volgograd, come pure per altre migliaia di chilometri quadrati, si incrociano campi di grano e cereali a perdita d’occhio. Per non parlare degli immensi campi di girasoli, dalle teste allineate come soldatini.

 

Fame e macerie sotto i mortai

Come l'acciaio resiste la città

Strade di Stalingrado di sangue siete lastricate

Ride una donna di granito su mille barricate

Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa

D'ora in poi troverà Stalingrado in ogni città

L'orchestra fa ballare gli ufficiali nei caffè

L'inverno mette il gelo nelle ossa

Ma dentro le prigioni l'aria brucia come se

cantasse il coro dell'Armata Rossa

La radio al buio e sette operai

sette bicchieri che brindano a Lenin

e Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile

vola un berretto un uomo ride e prepara il suo fucile

Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa

D'ora in poi troverà Stalingrado in ogni città

(Stalingrado, canzone, Stormy Six 1974)

 

La Volgograd moderna non è bella, non ha niente di notevole se non la sua storia durante la Seconda Guerra Mondiale, quando si chiamava Stalingrado. La battaglia, la distruzione e la riscossa durante l’invasione nazista sono divenute leggenda.

Nell’estate 1942 iniziò l’offensiva tedesca per la conquista della città, importante per le industrie, per la centralità delle comunicazioni con il sud del paese e, non ultimo, per la simbologia legata al suo nome. La sua conquista avrebbe spianato la strada ad Hitler verso il petrolio del Caucaso.

Invasa quasi totalmente dalla Wehrmacht, bombardata fino allo stremo dalla Luftwaffe, la leggenda sta tutta in quel “quasi”, che Hitler si era già venduto al mondo intero. La battaglia di Stalingrado fu combattuta palazzo per palazzo, strada per strada, anche dai civili, tra duelli di cecchini, tanto che i Tedeschi la chiamarono rattenkrieg, guerra di topi. Sembrava caduta nell’ottobre del 1942, ma l’Armata Rossa, riorganizzandosi nelle retrovie dopo le sconfitte, riuscì a chiudere la 6ª Armata tedesca in una sacca, trasformando gli assedianti in assediati... fino alla riconquista definitiva (il 2 febbraio 1943).

Fu la prima, la più grande e decisiva sconfitta di Hitler, e segnò la svolta della Seconda Guerra Mondiale. Gli Alleati non avevano aperto il secondo fronte in Europa nel 1942, lasciando la Russia da sola a svenarsi e a logorare l’esercito nazifascista. Da Stalingrado sarebbe poi ripartita l’offensiva dell’Armata Rossa, che giungerà, come noto, fino a Berlino (nel 1945).

 

Sulla cima della verde collina di Mamaev Kurgan, uno dei luoghi più contesi per la posizione sopraelevata sul Volga, si trova il monumento più imponente che abbia mai visto, la statua Rodinia Matr (Родина Мать), la Madrepatria che chiama: qui sono stati sepolti migliaia di difensori di Stalingrado. L’architettura sovietica aveva un grande amore per la prospettiva: grazie a un lungo viale di accesso con scalinate e statue si sale gradualmente fino ad una grande piscina ornamentale che precede la collina e aumenta l’impatto visivo di fronte alla statua della Madre Russia che solleva la spada al cielo mentre chiama i suoi figli a combattere contro l’invasore. È alta 52 metri (85 considerando anche la spada alzata), 8 metri più della Statua della Libertà; realizzata in calcestruzzo armato, il suo peso supera la Torre Eiffel di 600 tonnellate. L’autore si ispirò alla Nike di Samotracia: la veste incollata al corpo robusto, i drappi del mantello svolazzante ricordano le ali della Nike. A metà del percorso viene diffuso un audio con canzoni marziali e brani di discorsi radiofonici che immagino risalgano dell’epoca dell’assedio, intervallati dall’universale linguaggio delle raffiche di mitra. Il fuoco perpetuo si trova in una sala circolare sulle cui pareti spicca un mosaico con migliaia di nomi di caduti.

Si stima che nell’assedio di Stalingrado morirono circa due milioni di persone: militari tedeschi e rumeni (nonché alcuni autieri italiani, come racconta il libro di Alfio Caruso, Noi moriamo a Stalingrado), militari e partigiani russi e, purtroppo, molti civili. Un continuo e silenzioso via vai di gente percorre il viale; molti portano un garofano rosso e lo depositano sul sacrario o ai piedi di una statua.

In tutto il grande complesso non si vede nemmeno un baffo di Stalin, ma indipendentemente dal giudizio che si può avere sul Piccolo Padre ed i suoi trent’anni di governo, la storia non si può cancellare e, che piaccia o meno, la realtà dei fatti andrebbe rispettata: Stalin era al timone dell’Unione Sovietica, durante la vittoria di Stalingrado e la Seconda Guerra Mondiale.

L’Armata Rossa portò un contributo decisivo nell’annientamento della Wehrmacht, dall’Europa orientale fino in Germania, pagando il prezzo di sangue più alto in tutta Europa, con venticinque milioni di morti.

Il resto della città non ha niente di rilevante: condomini soviet, larghi viali, Piazza Lenin, tutto ricostruito dopo il 1945. Nel luogo dove è stato collocato il museo storico, costituito da un’ampia zona pedonale sul Volga, si trova conservato a perenne memoria un palazzo in mattoni rossi diroccato per i bombardamenti, circondato da pezzi di artiglieria e altri residuati bellici: tutta la città era in quelle condizioni.

 

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    Volgograd - Mamaev Kurgan.

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    Mamaev Kurgan - Piscina ornamentale.

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    La statua Rodinia Matr.

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    Volgograd, museo a cielo aperto.


 

È ora di dirigersi verso la zona del Don, meta del mio pellegrinaggio personale.

Dal Foglio Matricolare e dalla consultazione dei diari storici dell’esercito ho ricostruito con buona precisione la zona nella quale mio padre si trovava alla fine del 1942.

Da bambina sono cresciuta con i suoi racconti della guerra in Russia. Sdrammatizzava e scherzava, com’era nel suo carattere. Solo dalle letture successive, molti anni dopo, ho realizzato quanto tragico fosse stato quel fronte.

Ho imparato la parola russa davai, davai (avanti, avanti!), esortazione imperativa al prigioniero che doveva marciare nella colonna. Nuto Revelli l’ha resa famosa nel libro La strada del davai.

“Quando diventi grande facciamo un viaggio, ci torniamo insieme”, diceva mio padre ogni tanto, se lo tempestavo di domande. Mi persi poi nelle distrazioni dell’adolescenza, e quando arrivai ad un’età in cui quel proposito si sarebbe potuto realizzare, lui non c’era già più.

L’idea di iniziare una ricerca storica mi venne oltre vent'anni fa e non è stato facile.

Ho dovuto spendere mattinate nella consultazione dei faldoni giusti presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (AUSSME). Trascino questo lavoro, con lunghissime interruzioni, da allora ed ha preso la forma di un libro personale, di un’eredità di famiglia.

È ora di chiuderlo, e questo viaggio è il capitolo finale.

 

Mamma, quanto freddo e quanta neve

se c'è un buon Dio, lui forse non ci vede

Io non so che cosa faccio qua, lontano dalla terra mia

Mamma, la guerra è una malattia

Lo sai mamma mia che freddo fa stasera

E quanti occhi senza niente accanto a me

Chissà se mai la finirà,chissà se tu mi rivedrai

Son sulla strada, la strada del davai

(La strada del davai, canzone,

Massimo Priviero, Premio Tenco 2007)

 

Monastyrščina è un paesello di case modeste... alcune isbe in legno, altre in muratura, molte abbandonate ed in rovina.

Arriviamo nel tardo pomeriggio. Un camper qui si fa notare, ed i pochi adulti seduti fuori casa ci seguono con lo sguardo, massima manifestazione di interesse di questo popolo riservato. Solo i bambini in bicicletta girano intorno e si accodano festosi per la novità.

Mi addolora vedere che tutte le case più vecchie hanno il tetto di eternit, e quelle nuove in lamiera vivacemente colorata. Suppongo che i residenti in questi villaggi vivano dell’agricoltura di questi immensi campi. Sembrano zone più povere rispetto agli oblast della parte nordeuropea della Russia. Le isbe sono molto più dimesse ed i veicoli – vecchie Lada, Tir, trattori e autobus del trasporto pubblico – avranno almeno trent’anni.

La zona del fronte dell’81° Reggimento Fanteria della Divisione Torino, lo specifico settore dove era mio padre, si trovava tra Monastyrščina e Belaya Gorka 1-Я, e la esploriamo la mattina successiva in parte in bicicletta in parte in camper.

Posso affermarlo con ragionevole certezza perché il 4 dicembre 1942, giorno del suo ventiseiesimo compleanno, fu insignito della medaglia di bronzo per un’azione a Paseka, località vicina a Belaya Gorka oggi nemmeno riportata sulle mappe. Le cartine disegnate dai militari nel 1942 mi sono state di molto aiuto.

Qui le rive del Don sono ad alte balze, con qualche collinetta sulla quale si attestavano i capisaldi.

Splende un bel sole caldo e si fa fatica ad immaginare il paesaggio imbiancato e il fiume gelato ad una temperatura di meno 30-40 gradi. In mezzo al verde si snoda il placido Don, placido nel paesaggio e tormentato di sangue e passioni come nel romanzo di Michail Šolokhov (Premio Nobel per la letteratura nel 1965).

Questo non era il settore degli alpini, su cui sono state prodotte ampia letteratura e numerose testimonianze. Questo è un fronte dimenticato ma altrettanto tragico, quello delle Divisioni di Fanteria Pasubio e Torino, che il 16 dicembre furono travolte dall’Armata Rossa che quel giorno diede inizio all’operazione “Piccolo Saturno”.

 

Belaya Gorka 1-Я è una strada con due file di case, un monastero ed un sanatorio. Un signore ci indica la strada per il sanatorio, senza che glielo avessimo chiesto; non vede altro motivo plausibile per cui dei forestieri vengano qui. Percorrendo la strada tra i due paesi abbiamo incontrato in tutto una ventina di persone.

Scambio due parole elementari con una signora che mi guarda incuriosita e facciamo insieme una foto.

Italianski siudà, gli Italiani erano qui, mi dice. Lo so, lo so. Provo a dirle che fra quei soldati c’era anche mio padre, ma non sembra capirmi.

Mentre ci rimettiamo in viaggio, penso una cosa e mio figlio, telepaticamente, la dice a voce alta: “A mà, ma a questi che gli cambia. Stalin, Kruščëv, Gorbaciov o Putin... Stessi campi, stessi trattori, stesso fiume. Solo quando gli abbiamo portato la guerra a casa loro, gli è cambiato.” Eccome.

 

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    Il Don a Monastyrščina.

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    Ancora il Don.

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    La chiesa di Monastyrščina.

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    Monastyrščina - Ragazzi in bicicletta.


 

Rossoš è una cittadina di rispetto, non è un villaggio e non lo era nemmeno negli anni Quaranta. Siamo venuti qui a cercare un museo creato da un professore di storia che ha raccolto materiali e testimonianze per molti anni. Ho trovato notizie sui siti dell’U.N.I.R.R. (Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia) e dell’A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini); ogni tanto hanno organizzato anche dei viaggi ma si son ben guardati dal riportare uno straccio di indirizzo del museo. Nei viaggi organizzati qualcuno ti ci porta, se vai per fatti tuoi arrangiati.

 

In un edificio ormai diroccato che era stato sede del Comando di Corpo d’Armata alpino durante l’occupazione, è stata realizzata e donata alla città una bellissima scuola materna, aperta nel 1993.

I fondi furono raccolti dall’Associazione Nazionale Alpini e ai lavori necessari parteciparono squadre di volontari venuti dall’Italia, con la collaborazione dell’amministrazione locale. Annesso alla scuola c’è il museo del professor Alim Morozov, che vorrei incontrare ma non so nemmeno se sia ancora vivo.

Impossibile trovare il posto a caso, girovagando. L’unica è provare a chiedere, ma ormai da tempo non troviamo nessuno che conosca due parole di inglese. Provo a chiedere ad una venditrice di kvas ed a due ragazze, mostrando la foto dell’edificio con lo smartphone; alla fine, con quattro parole di russo, due risate e molta disponibilità, sembrano capire di cosa sto parlando. Salgono con noi sul camper e incredibilmente ci portano a destinazione! Senza di loro non lo avremmo mai trovato. Lo segnalo a Google a beneficio di futuri viaggiatori solitari.

 

Il museo è molto più vario e ricco di quel che mi aspettavo ed il professor Alim Morozov c’è, vivo e vegeto. Parla qualche parola d’italiano e riusciamo a capirci. Si mette a nostra disposizione, poiché in questo momento siamo gli unici visitatori del museo. Ha 85 anni, è stato professore di storia a Rossoš’, e negli anni ha raccolto molti reperti, fotografie, lettere, testimonianze.

Aveva dieci anni, nel 1942, e ricorda con affetto gli alpini prima che la tragedia travolgesse la città. Dice che in passato venivano molti Italiani a visitare il museo, negli ultimi anni quasi nessuno.

I reduci sono morti ormai quasi tutti e la memoria si perde.

Sono esposti molti cimeli, non solo militari, perché questo è anche museo storico della città. Tutto è abbastanza stipato, avrebbe bisogno di maggior spazio, ed aggiungo anche di maggior considerazione per la varietà e la qualità dei pezzi.

Nel museo si possono ammirare molti quadri, in gran parte opera di un pittore del luogo, Gončalov. Li trovo bellissimi, di grande forza espressiva. Sono rappresentate soprattutto donne, contadine.

In un olio su tela una contadina di spalle guarda scorrere il placido Don in un paesaggio estivo: immagine perfetta per la copertina del libro di Šolokhov. Lo stile è realista ed il pittore si è dilettato anche di ritratti. Mi colpiscono una scena di cura dei feriti nella battaglia del 1943, ed il suo autoritratto che trovo coerente con il suo stile: un baffone scapigliato dallo sguardo profondo ed il cipiglio energico.

Entriamo nelle sale in cui sono conservati reperti bellici: quadri, tante foto, scarpe rotte in una teca, le nostre scarpe militari che si disfacevano alla prima marcia. In un cartellone, le foto della costruzione dell’asilo, Morozov con Mario Rigoni Stern, che venne in visita nel 1989.

Il professore richiama la mia attenzione su un paio di foto di colonne di prigionieri italiani nel dicembre 1942 (non sono alpini). Mi dice: “Potrebbe esserci tuo padre.” Chissà.

Scattiamo molte foto, osserviamo ogni cosa, ma alla fine non ce la faccio: un’emozione improvvisa mi sale fino alla gola e non riesco a trattenerla, mi commuovo.

No lacrime...”, mi dice il professore sorridendo. “Noi amici, tuo padre tornato.”

Già, è vero, mio padre tornò e questo conta.

Congedandoci vorremmo dare un contributo, ma il museo è gratuito ed il professore non accetta denaro. Ci invita a comprare l’unico libro in italiano/russo, un catalogo che racconta la storia della costruzione dell’asilo. Mi intristisce pensare a cosa succederà del museo dopo la sua morte.

 

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    Rossoš’ - L'asilo costruito dall'A.N.A. (Operazione Sorriso).

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    Il professor Alim Morozov e Agnese Palma.

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    L'interno del museo del professor Morozov.

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    Rossoš’ - Mercatino.

 

La prossima destinazione è Nikolajevka, che oggi si chiama Livenka, dove gli alpini in ritirata riuscirono a rompere l’accerchiamento in una sanguinosa battaglia. Si tratta di un modesto villaggio ed il cippo posto da Onorcaduti chissà dov’è. Per la precisione ce ne sono due, uno italiano ed uno russo. Nel catalogo degli alpini appena acquistato c’è una foto, ma nessuna indicazione.

Chiedo, mostrando le foto, ad una donna che gestisce uno dei tanti magazin (emporio), ed ai pochi clienti, che sembrano camionisti di passaggio. Questi ultimi fanno spallucce, lei mi guarda fredda, quasi arrabbiata, però mi fa cenno con la mano di aspettare. Dopo aver servito i camionisti (gli affari prima di tutto, è ovvio) inizia a parlare a raffica in russo. Non capisco niente, per cui prende un pezzo di carta ed una penna e mi fa il disegnino del percorso per andare al primo monumento, quello russo, il più facile da raggiungere. Il percorso per quello italiano è molto più complicato, e la donna, giustamente, non si fida dei miei finti cenni di comprensione.

Si spazientisce e poi… le viene l’idea! Impone ad un contadino appena entrato di accompagnarci... sembra sapere che l’uomo va da quelle parti. Il malcapitato sembra incerto e seccato e mi vergogno; provo a defilarmi in silenzio ma... niente! La droghiera intima ad entrambi, con un gesto che non ammette repliche, di avviarci insieme. Spasibo...

Toste le donne russe, soprattutto le mie coetanee e anche quelle con qualche anno in più. Lavorano dappertutto e le ho viste sempre rivolgersi agli uomini con fermezza, guardandoli dritto per dritto. La parità di genere come pratica quotidiana.

Il contadino è anziano, si avvia su una Lada anziana quasi quanto lui che ha sul vetro posteriore un adesivo gigante dell’onoreficenza di San Giorgio, simbolo della vittoria dell’ultima guerra: il nastro nero arancio con al centro la falce e martello. Forse era bambino ai tempi della nostra occupazione e forse era quello il motivo della sua ritrosia, ma ora ci sorride. Dopo un buon tratto di strada dobbiamo scendere dal camper e avviarci per i campi a piedi. Per fortuna il tratto è breve. Questo luogo sarebbe stato impossibile da trovare senza guida.

In un campo appena trebbiato si trova una pietra semplice con su scritto Ai caduti italiani in terra di Russia. È stata posta sopra una fossa comune di alpini, che dormono sepolti sotto un campo di grano come nella canzone di De Andrè.

 

Il pellegrinaggio al fronte si conclude tornando verso sud, dove erano schierate le Divisioni di Fanteria, andando a cercare la valle di Arbuzovka, cui riusciamo ad accedere con una certa difficoltà a causa di ampi tratti di strada sterrata. Il giro lo facciamo in parte in camper ed in parte in bici. In questa valle si trovarono imbottigliate per alcuni giorni le Divisioni italiane Pasubio e Torino (più altri reparti), in fuga dopo avere iniziato il ripiegamento, il 19 dicembre 1942.

Nella ricostruzione che ho fatto grazie ai documenti dell’Archivio USSME, la vigilia di Natale del ‘42 mio padre, ferito, fu preso prigioniero dai Russi. Morirono in molti qui, tanto che la conca di Arbuzovka meritò l’appellativo di valle della morte. Anche questa zona è rurale: trattori, campi di grano, qualche casa. In questo luogo sperduto troviamo alcuni memoriali con liste di caduti russi. I memoriali mostrano qualche segno di trascuratezza, cosa insolita in questo paese dove i monumenti di guerra sono sempre curati e rispettati. È la valle dei morti dimenticati, russi e italiani, ormai riposano tutti sotto il grano.

 

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    Campo di fiori.

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    Girasoli.

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    Ancora girasoli, in dettaglio.

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    Nikolaevka - Monumento in ricordo dei caduti sovietici.

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    Nikolaevka - Il cippo in memoria dei caduti italiani, posto da Onorcaduti.

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    Arbuzovka.

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    Arbuzovka - In ricordo dei caduti sovietici.

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    Un ulteriore monumento commemorativo russo ad Arbuzovka.


 

Il mio pellegrinaggio laico è finito, ora le mete saranno più turistiche, si fa per dire. Scendiamo a sud: ci attendono il Caucaso, la Cecenia, l’Ossezia del Nord, la Georgia... e infine la Turchia.

 

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    Novorossijsk - Monumento alla vittoria.

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    Monte Elbrus - Monumento commemorativo.

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    Laghetto sul Monte Elbrus.

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    Ossezia - Dargavs, la città dei morti.


 

Molti altri chilometri ci separano ancora da casa, dalla Turchia alla Grecia, qualche bagno a Lefkada, il traghetto per l’Italia, un ritorno tormentato da inconvenienti, ma poco importa.

Il cuore di questo viaggio, rimuginato per anni, è lungo le rive del fiume del davai.

 

 

 

Grazie di cuore ad Agnese Palma per questo resoconto interessante.
Le foto stupende che corredano l'articolo sono opera del signor Ivano Dei Giudici, marito di Agnese. Anche a lui va la nostra gratitudine.

 


Nota
In merito a quanto la signora Agnese Palma ha scritto a proposito delle difficoltà nel raggiungere il museo del professor Alim Morozov, si sottolinea che i viaggi non sono mai organizzati dall’U.N.I.R.R., bensì da tour operator specializzati, che curano ogni dettaglio... a questi viaggi – se ne viene a conoscenza in anticipo – l’U.N.I.R.R. dà visibilità nel proprio sito.
In ogni caso, nei limiti del possibile, siamo sempre disponibili ad aiutare chi si rivolge a noi...