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Harrison E. Salisbury, I 900 giorni

di Patrizia Marchesini

 

I 900 giorni copertinaLa Campagna di Russia ci coinvolge al punto che siano soliti analizzarla sul vetrino di un microscopio ideale, nel tentativo di ricostruire le vicende degli uomini del C.S.I.R. e dell’Arm.I.R..

Per una volta, allontaniamo l’occhio da quel vetrino...

Salisbury, nel 1969, ci ha consegnato un’opera complessa e dettagliata sull’assedio di Leningrado, città-simbolo dell’Unione Sovietica, accerchiata dalle armate tedesche per ventotto lunghissimi mesi.

Direttore della sezione del New York Times a Mosca dal 1949 al 1954, Salisbury iniziò a raccogliere testimonianze dagli abitanti di Leningrado già durante la sua prima visita alla città, risalente ad alcuni giorni dopo la fine dell’assedio... quando, perciò, ogni memoria era ancora terribilmente vivida in chi era sopravvissuto.

Prese spunto, inoltre, dalle svariate opere letterarie pubblicate sul tema in Unione Sovietica, soprattutto dopo la morte di Stalin. Altra fonte importante furono, per l’autore, diari e cronache dell’epoca, nonché alcuni volumi di storia militare incentrati sulla Grande Guerra Patriottica (così i Sovietici si sono sempre riferiti al secondo conflitto mondiale).

Come spiega Salisbury in alcune note conclusive, nessuna delle pubblicazioni militari suddette è da considerarsi completa: “ciascuna di esse tenta di sopprimere o accentuare certi aspetti degli eventi di Leningrado.”

Ma è indubbio che un loro raffronto ha consentito una ricostruzione piuttosto fedele di quanto accadde.

 

Nei primi capitoli viene delineato l’atteggiamento di Stalin che, nonostante i molti e ripetuti segni premonitori e gli avvertimenti ricevuti dai servizi di intelligence negò fino all’ultimo l’evidenza, rifiutando di credere a un attacco imminente da parte di Hitler e non elaborando piani adeguati.

Hitler aveva approvato l’Operazione Barbarossa il 18 dicembre 1940, e il 29 dicembre successivo il controspionaggio sovietico era già a conoscenza dei dettagli fondamentali al riguardo.

L’intelligence sovietica poteva inoltre contare su una fonte abilissima, Richard Sorge, un comunista tedesco che risiedeva a Tokyo in apparenza come corrispondente per alcuni giornali germanici, ma che in realtà era una spia in grado di fornire informazioni preziose, grazie alla sua amicizia con l’ambasciatore tedesco a Tokyo.

Tra il 1939 e il 1940 Sorge trasmise innumerevoli rapporti, ma il piccolo padre non volle mai prendere consapevolezza del pericolo.

 

Altre informazioni allarmanti furono fornite da un agente cecoslovacco, dagli USA (a partire dal gennaio 1940) e, soprattutto, dai servizi britannici.

Come scrive Salisbury “con ogni probabilità nessuna nazione fu mai così bene informata di un imminente attacco nemico. [...] Nessun altro aspetto dell’esperienza bolscevica ha indicato con altrettanta evidenza i difetti fatali del monopolio di potere sovietico quando l’uomo che deteneva tale potere era guidato dalle sue personali ossessioni interiori.”[1]

Stalin sospettava, infatti, che le informazioni provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna non fossero attendibili e costituissero un mero tentativo – in funzione anti-bolscevica – di creare zizzania tra U.R.S.S. e Terzo Reich per vanificare i vantaggi del patto di non-aggressione firmato a Mosca il 23 agosto 1939 dai Ministri degli Esteri Molotov e von Ribbentrop.

Il piccolo padre, a dire il vero, riteneva che prima o poi si sarebbe giunti alla guerra con la Germania, ma solo il 6 giugno 1941 (!) approvò una tabella di marcia per convertire l’industria sovietica alla produzione bellica.

Il termine previsto per tale conversione era la fine del 1942.[2]

 

Come noto, l’Operazione Barbarossa scattò il 22 giugno 1941. Subito dopo il suo inizio alcuni allievi dell’Accademia Politica Militare di Mosca vennero spediti a Kronstadt e – di lì – al fronte di Leningrado. A ognuno fu ordinato di mettere in valigia un’uniforme bianca e tutto il necessario per una parata, nella certezza che si sarebbe giunti alla vittoria in tempi brevissimi.

Leningrado non era solo una città-simbolo, il luogo in cui Lenin – rientrato dall’esilio nel 1917 – aveva illustrato per la prima volta il suo programma rivoluzionario; i Tedeschi ne avevano fatto uno degli obiettivi principali della loro offensiva, in quanto era centro industriale in grado di fornire un contributo fondamentale allo sforzo bellico sovietico.

 

La popolazione di Leningrado si mobilitò per fronteggiare la minaccia nazista. Illusi da anni di propaganda sulla potenza e supremazia militare dell’U.R.S.S., gli abitanti della città erano persuasi che nel giro di qualche giorno l’Armata Rossa avrebbe reagito e scacciato gli invasori. Invece...

A poco a poco, e inesorabilmente, crollarono tutte le difese e i reparti tedeschi si avvicinarono sempre di più al grande centro abitato.

Salisbury mette l’accento anche sui giochi di responsabilità dell’epoca, su chi aveva colpa di cosa, sulle destituzioni improvvise e sugli altrettanto improvvisi nuovi incarichi assegnati, sulle richieste pressanti affinché la Gran Bretagna aprisse – subito – un secondo fronte, capace di distogliere dal Fronte Orientale trenta-quaranta Divisioni germaniche, e inviasse forniture di materie prime, aerei e carri armati.

Churchill ebbe addirittura la sensazione che Mosca stesse considerando l’ipotesi di una pace separata con la Germania.

 

 

Con la caduta della stazione ferroviaria di Mga il cerchio intorno a Leningrado si chiuse.

I Tedeschi erano all’inizio molto ottimisti sul fatto che sarebbero riusciti a far cadere la città in tempi brevi. Presa Leningrado, parte delle truppe germaniche impegnate su quel fronte sarebbero state dirottate su Mosca. Sebbene le truppe sovietiche riuscissero in qualche modo a resistere e a impedire la conquista di Leningrado, dopo la metà del settembre 1941, il IV e il XIL Corpo Panzer furono comunque trasferiti sul fronte di Mosca.

 

Scrive Salisbury: “Negli anni a venire si sarebbe discusso all’infinito su chi o che cosa avesse fermato i Tedeschi e su quando erano stati fermati.”[3]

Leningrado non cadde, ma i mesi che seguirono furono orribili e la realtà superò di gran lunga qualsiasi forma di immaginazione.

Con l’inizio dei novecento giorni erano cominciati i cannoneggiamenti costanti sulla città e il razionamento delle risorse alimentari... quest’ultimo si fece via via sempre più severo, causando la morte per fame di moltissime persone. Si stima che, su una popolazione iniziale di circa tre milioni di individui, i decessi attribuibili all’inedia furono poco più di un milione nel corso dell’intero assedio, sebbene i superstiti (nel gennaio ’44, quando l’assedio stesso ebbe fine) abbiano poi parlato di due milioni.[4]

 

A partire dal 1° ottobre 1941 i bambini e chi non lavorava ricevettero un terzo di pagnotta scadente al giorno; nonché mezzo chilo di carne, 750 grammi di cereali o pasta, 150 grammi di olio di girasole o burro, e un chilo e mezzo di pasticceria o dolciumi al mese.

Quella che nelle tabelle predisposte era definita pasticceria veniva confezionata con surrogati di ogni genere e aveva scarso potere nutritivo.[5]

Le conseguenze della fame terribile, nell’inverno ’41-’42, non si fecero attendere: sempre più frequenti divennero i furti e le contraffazioni di tessere annonarie. La gente escogitò, pur di sopravvivere, ricette gastronomiche quasi surreali, come la preparazione di strani budini, ottenuti raschiando la colla dal retro della carta da parati.

Diventò molto imprudente camminare soli per strada. Non è un mistero che vi fu chi ricorse al cannibalismo ed è ormai accertato che alcune persone furono assalite da altre che cercavano in qualche modo di placare i morsi della fame.

Ai mercati venivano vendute salsicce misteriose che, vista la penuria di alimenti in genere, si sussurrava fossero prodotte con carne umana.

 

Sparirono gli stimoli sessuali (il tasso di natalità sarebbe poi crollato nel 1942) e la distinzione esteriore fra uomini  donne divenne quasi impercettibile. Le donne, in particolare, smisero di curarsi del proprio aspetto. I rossetti vennero mangiati e la cipria fu utilizzata insieme a surrogati della farina.[6] 

Leningrado si trasformò in fretta in una città buia e gelida, dove i mezzi pubblici non circolavano più, dove la gente – percorsi pochi passi – cadeva stecchita per strada, e dove i cadaveri si ammucchiavano – rimanendo spesso insepolti – perché tutti erano indeboliti al punto che l’attività di inumazione era divenuta impraticabile.

Tuttavia la popolazione credeva e sperava che sarebbe giunto un attacco liberatore e che il cerchio sarebbe stato spezzato.

Nel frattempo, per fare giungere rifornimenti alla città, venne approntata la strada della vita, un percorso che – sfruttando la superficie ghiacciata del Lago Ladoga – consentì il passaggio di viveri e altri prodotti (per esempio, combustibile).

 

 

La prima colonna di autocarri arrivò sulla sponda occidentale del lago la sera del 22 novembre 1941; ma nonostante questi sforzi le quantità di cibo e materiali che giungevano a Leningrado rimasero a lungo insufficienti, rispetto alle necessità effettive. Questo sebbene, causa l’altissima mortalità, il numero di bocche da sfamare stesse diminuendo a poco a poco, vuoi per i decessi, vuoi per quanti – grazie alla strada della vita sul Ladoga – vennero evacuati.

Naturalmente quest’ultima attirò molti speculatori e borsari neri. Di solito erano gli autisti dei convogli a farsi corrompere, chiedendo viveri in cambio della certezza di un passaggio.

Tali traffici avvenivano nonostante le pene, in merito, prevedessero anche la fucilazione.

 

Trascorso quel primo inverno spaventoso, con il disgelo divenne imperativo ripulire la città da sudiciume, macerie e cadaveri. Il rischio di epidemie, altrimenti, sarebbe stato davvero elevato.

L’8 marzo 1942 furono distribuiti i primi telegrammi e le prime lettere, dopo che da mesi il servizio postale era sospeso. Fu comunque necessario un anno per smaltire tutta la corrispondenza accumulatasi.

Con il ritorno della primavera e lo scioglimento dei ghiacci anche la strada della vita non poté più essere utilizzata.

Nonostante il perdurare dell’assedio tornò una parvenza minima di normalità.

Passò l’estate e – con l’avvicinarsi di un altro inverno – fu pianificata con ogni cura possibile l’ennesima azione militare sovietica, volta a spezzare la morsa intorno alla città.

 

Il 18 gennaio 1943 le truppe dei fronti di Leningrado e Volchov si congiunsero, spezzando – anche se solo parzialmente – il blocco intorno alla città.

Dopo 506 giorni.

Molti fra gli abitanti di Leningrado si illusero che l’assedio stesse finalmente per concludersi, ma i Tedeschi ancora premevano in modo pericoloso e i loro cannoni continuavano a provocare devastazioni.

Ben presto ci si rese conto che il debole collegamento con l’entroterra poteva essere interrotto con fin troppa facilità. Quel collegamento, detto corridoio della morte, era una striscia sottile di territorio, da cui le artiglierie germaniche distavano circa cinquecento metri. Solo settantasei treni riuscirono a percorrere, nel febbraio 1943, il corridoio della morte... e pochi di più in marzo.

Nel giro di undici mesi la linea ferroviaria fu interrotta e danneggiata milleduecento volte dai cannoni tedeschi, posizionati su alture che dominavano completamente tale linea.[7]

 

L’interruzione del blocco totale intorno alla città influenzò in modo positivo – ed è comprensibile – il morale degli abitanti, ma ebbe poche ripercussioni sul loro fisico e sul loro benessere: nessuno, nonostante le razioni di pane fossero state aumentate, rischiava certo di ingrassare in quanto la carenza di viveri continuava.

Alla fine di luglio e durante il mese di agosto 1943 si verificarono i cannoneggiamenti più brutali e molte persone ne furono vittime.

 

Fu nel settembre 1943 che ebbero inizio i preparativi per la liberazione definitiva della città. L’offensiva avrebbe preso il via solo in inverno, quando il consolidarsi del ghiaccio avrebbe consentito alle truppe sovietiche di spostarsi con minori difficoltà.

Durante le fasi organizzative si svilupparono i soliti contrasti tra Leningrado e Mosca, che in alcuni casi raggiunsero toni piuttosto aspri, soprattutto a fronte della richiesta di un numero maggiore di pezzi di artiglieria.

Le operazioni cominciarono il 14 gennaio 1943, 867 giorni dopo che Leningrado “era stata tagliata fuori dalle normali comunicazioni con l’entroterra.”[8]

La sera del 27 gennaio, alle otto, trecentoventiquattro cannoni spararono a salve: razzi rossi, bianchi e blu solcarono il cielo per celebrare la fine dell’assedio, durato 880 giorni... il più lungo subito da una città nell’era moderna.

 

Ol’ga Berggol'c, famosa poetessa che aveva lavorato alla radio di Leningrado durante l’assedio, scrisse poi:

 

E sul lato illuminato dal sole della Nevskij, il lato più pericoloso,[9] passeggiano bambini. Ora nella nostra città i bambini posso passeggiare in pace al sole...

E possono vivere tranquillamente nelle stanze che danno sul lato al sole. E persino possono dormire tranquillamente la notte, sapendo che nessuno li ucciderà, e svegliarsi vivi e vegeti alla tranquilla, tranquilla aurora...

 

 

Harrison E. Salisbury, I 900 giorniIl Saggiatore, Milano, 2014

 


 

Leggi anche un brano del libro.

 

 

L'immagine con lo schema dell'assedio è presa da storiestoria.wordpress.com/tag/lassedio-di-leningrado/
Il disegno relativo alla strada della vita è preso, invece, da www.myshared.ru/slide/771109/

 



[1] I 900 giorni, Harrison E. Salisbury, pagina 85.

[2] Ibidem, pagina 89.

[3] Ibidem, pagina 407.

[4] Ibidem, pagina 608.

[5] Ibidem, pagine 431-432.

[6] Ibidem, pagina 444.

[7] Ibidem, pagina 647.

[8] Ibidem, pagina 660.

[9] Era ritenuto il lato più pericoloso in quanto obiettivo frequente di tiri di artiglieria da parte tedesca.


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