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Gino Beraudi, Vainà kaputt - Guerra e prigionia in Russia (1942-1945)

Recensione di Patrizia Marchesini

 

 

vaina kaputtHo terminato di leggere questo libro in un pomeriggio uggioso di febbraio, seduta sul divano. All’ultima parola dell’ultima pagina sono rimasta immobile per alcuni minuti, lo sguardo fisso alla finestra, senza in realtà vedere nulla.

Gino Beraudi, aiutante maggiore del Battaglione Dronero, ci ha consegnato una testimonianza davvero significativa.

Racconta eventi ben noti – il ripiegamento, la cattura, i primi mesi terribili a Valuiki e Tambov, le epidemie di tifo e dissenteria, il trasferimento a Suzdal’ degli ufficiali, la propaganda politica all’interno dei campi – ma la sua voce li tratteggia in un modo talmente umano da fare, in alcuni casi, male al cuore. O perfino esasperante, per la descrizione di certe illusioni un po’ ingenue, e dei successivi disincanti.

Beraudi, che nella vita civile era uno stimato avvocato riminese, racconta di avere incontrato – nelle retrovie, e talvolta anche in prigionia – qualche vecchio contadino; comprendendo di potersi fidare, essi ripetevano più o meno la medesima frase: “Mussolini kaputt, Hitler kaputt, Stalin kaputt: vainà kaputt.”

Vainà (война) significa guerra. Le persone più semplici avevano ben compreso che, scomparsi i tre dittatori, anche la guerra sarebbe scomparsa.

L’autore, iscritto alla gioventù repubblicana (finché tutti i partiti non vengono sciolti), non prende mai la tessera del Partito Nazionale Fascista. Eppure parte volontario. “Quando la Patria, a torto o a ragione, è in guerra, ogni discussione cessa ed ogni Italiano deve dare tutto se stesso al proprio Paese.”[1]

In prigionia, dopo il 25 luglio 1943 e la caduta di Mussolini, e dopo l’8 settembre, il suo antifascismo spontaneo e un po’ sventato gli costa caro. Assiste al tormentoso svilupparsi dell’antagonismo politico nel campo di Suzdal’: “Qui siamo trecento ufficiali italiani, trecento storie, cento posizioni sociali, cento diverse sfumature politiche. E la fratellanza d’armi viene obliata.”[2]

Attira, per le sue idee antifasciste, l’attenzione dell’NKVD, che vorrebbe farne uno strumento malleabile, soprattutto in previsione del rientro in Patria. Ma Beraudi, profondamente disilluso e pur molto spaventato dopo un soggiorno nientemeno che a Mosca, malleabile non è, e pagherà per questo.

Un libro di uomini, per gli uomini. Perché “non ci sono eroi, né vigliacchi. Né ci sono i carnefici. [...] Mi sarebbe stato facile presentare tutti, almeno i nostri, nel vestito della festa. Ma li avrei traditi. Perché ciascuno fece quello che poteva. [...] Ed è turpe delitto mostrare i guerrieri in veste di eroi. Sono poveri bambini che soffrono.”[3]

La sofferenza, quando è eccessiva, può generare una sorta di insensibilità stupita. Per Beraudi tutto – il distacco e anche un certo cinismo – si scioglierà sulle scale di casa.

 


Gino Beraudi, Vainà kaputt – Guerra e prigionia in Russia (1942-1945), 
 La Grafica – Mori (TN) – Museo Storico Italiano della Guerra, Rovereto, 1996

 

Leggi anche un brano del libro.



[1] Pagina 107

[2] Pagina 120

[3] Pagine 187-188


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