Recensione di Patrizia Marchesini

 

 

Mani sante copertinaOspitaliero. Colà. Blusette. Balocchi. Lumeggiare. Piè.

Sono alcuni dei vocaboli che si incontrano sfogliando questo libro.

Parole che, da subito, sanno di un’altra epoca... e, appunto, il racconto di Ina Moretti è dell’ottobre 1945, due anni e mezzo dopo il suo rientro dal Fronte Orientale.

Lasciata l’Italia nell’estate 1942, presta servizio come crocerossina presso il Centro Chirurgico dell’8ª Armata di Vorošilovgrad, diretto dal colonnello medico professor Federico Bocchetti.

Ina ha lo stupore curioso e quasi infantile di chi viaggia in luoghi sconosciuti e descrive paesaggi, volti e cieli così diversi da quelli nostrani.

La vita ospedaliera viene tratteggiata con rigore professionale e lo stile è spesso... infermieristico.

Tuttavia a volte la scrittura si distende, si fa davvero partecipe: nel parlare, per esempio, di alcuni pazienti con cui si è instaurato un legame più stretto, o nel soffermarsi sulle tribolazioni dei nostri soldati.

Non si può negare che la narrazione risulti – in certi passaggi – imprecisa dal punto di vista storico. Tuttavia Ina stessa è chiara, al riguardo.

Il libro non è stato scritto “per scopo letterario, né storico militare, ma unicamente per non lasciar perdere la memoria di eroismi, di sofferenze, di valori, di sacrifici compiuti dagli sfortunati attori di questa tragedia.”

Ed è lettura di interesse. Innanzitutto rende l’idea di quanto si facesse per curare i nostri feriti, lontano dalla linea del fronte, e illustra quella che era l’organizzazione del Centro Chirurgico.

Offre, poi, uno sguardo sulle retrovie e sulla percezione che – da lì – si aveva dell’evolversi degli eventi.

Grazie a Ina vediamo il cimitero di Vorošilovgrad prendere forma a tempo di record.

Ma assorbiamo anche i momenti più terribili, quando è giocoforza transigere sull’ordine e sulla pulizia consueti delle corsie, divenute una successione di pagliericci e coperte nel tentativo di dare assistenza ai tanti che, a poco a poco, giungono dopo avere lasciato il Don e avere vissuto giorni difficili a raccontarsi.

Di grande intensità le pagine che raccontano l’attesa drammatica dell’aereo su cui viaggiavano il generale Enrico Pezzi e il colonnello Federico Bocchetti. Quest’ultimo, come si è detto, dirigeva il Centro Chirurgico di Vorošilovgrad, mentre il primo era il comandante del C.A.F.O. (Comando Aeronautico Fronte Orientale). Insieme ad altri, i due ufficiali erano partiti per Čertkovo – sotto assedio – il 29 dicembre 1942...

La speranza di Ina e degli altri si fa via via sempre più fievole, finché diviene evidente che l’aereo è scomparso.

 

Causa il peggiorare della situazione bellica, i ricoverati vengono trasferiti sempre più indietro, e poi in Italia.

Gli ospedali di Vorošilovgrad si spostano e Ina, in gennaio, è a Stalino.

Giunge, infine, ordine di rimpatrio per le infermiere crocerossine.

Alcune viaggiano sui treni-ospedale. Altre seguono infermi meno gravi sulle normali tradotte.

Ina Moretti rientra con il treno-ospedale n. 17.

Il racconto si fa struggente nel parlare di alcuni militari che, a causa delle ferite, hanno perso la vista.

Di interesse è, in questa fase, l’incontro con il colonnello Biagio Santini (comandante l’81° Reggimento Fanteria della Divisione Torino), che ripercorre in dettaglio alcuni episodi relativi ad Arbuzovka e precisa le circostanze in cui morì il colonnello Ulisse Rosati, del 52° Reggimento Artiglieria.

 

Per concludere la recensione niente è più efficace delle parole della stessa Ina...

 

“Quando giunsi alla stazione di Roma, staccata ormai dai miei compagni di lavoro, mi sentii sola. Mi guardai intorno... Mi parve di provenire da un altro pianeta.

Dolce era la temperatura benché fosse febbraio e tutti gli aspetti di questo primo contatto col  mio mondo mi sembravano nuovi e troppo belli per essere veri.

Sentivo una strana impressione perfino nella mia stessa figura.

Ero l’unica, fra le disinvolte ed eleganti donne che si vedevano nella stazione, a portare un cappotto militare e scarponi [...].

Ero un soldato, non una donna.”

 

 

Ina Moretti, Mani sante – Vita ospedaliera di guerra al Fronte Russo (1942-1943)

Edizioni Camilliane, Torino, 2008

 

 


 

 

Leggi anche un brano del libro.

 

 

Per saperne di più sulla scomparsa del l'aereo che trasportava il generale Enrico Pezzi e il colonnello Federico Bocchetti, si veda qui. Tutti gli uomini dell'equipaggio del  trimotore S.M. 81 risultano dispersi in data 29 dicembre 1942, giorno della missione a Čertkovo, eccetto il 1° aviere Salvatore Caruso che il Ministero della Difesa indica come deceduto in prigionia, a Tambov, il 31 marzo 1943.