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Intervista a Giuseppe Pippa

 di Patrizia Marchesini

 

 

Sono nato nel 1922, a S. Zeno di Montagna, in provincia di Verona. A scuola ho fatto fino alla quarta elementare e poi ho studiato per la quinta con un avvocato, ma quando potevo, perché avevo cominciato ad andare in montagna seguendo il bestiame. L’estate la trascorrevo in malga, l’autunno portavo le bestie su alcuni pascoli... poi, durante l’inverno, si scendeva al paese.

La cartolina precetto arrivò il 19 gennaio 1942, pochi mesi prima che compissi vent’anni.

Mi presentai al Distretto di Verona e mi assegnarono al 6° Reggimento Alpini, Battaglione Verona, che si trovava a Gargnano, un Comune dell’Alto Garda in provincia di Brescia.

  Giuseppe Pippa

 

Goito, 6 ottobre 2015

 

Quali mansioni svolgeva nel Battaglione?

Facevo vari servizi... in infermeria, per esempio. Oppure venivo incaricato di accompagnare chi non stava bene agli Ospedali Militari di Milano o Brescia.

In seguito ci spostammo ad Asti, dove rimanemmo fino al 28 luglio 1942.[1]

 

 

Un ricordo della partenza verso il Fronte Orientale: il distacco dai familiari... emozioni, timori, aspettative...

I miei familiari vennero a salutarmi al treno, quando questo si fermò a Verona.

Noi eravamo giovani e un po’ scanzonati. I più anziani avevano già conosciuto la guerra su altri fronti – in Albania e in Grecia – e alcuni erano pensierosi, ma a noi bastava un fiasco di vino per allontanare i brutti pensieri e la malinconia.

 

Durante il viaggio in treno cosa la colpì maggiormente?

Rivedo ancora Varsavia, distrutta dalle bombe... E poi, sempre a Varsavia, una lunga fila di ebrei. Erano riconoscibili per la stella che avevano sulla schiena. Procedevano come le pecore, e di tanto in tanto si chinavano, strappando l’erba o altre piante per mangiarle.

I Tedeschi sparavano a chi, fra quei poveretti, rallentava e non era più in grado di proseguire. Andavano giù e rimanevano là...

Una pena... In quel momento capimmo cosa fosse la guerra.

 

La Russia... prime impressioni.

Una volta scesi dal treno, la nostra destinazione sarebbe dovuta essere il Caucaso. Iniziarono le marce per raggiungerlo. Fino ai trenta chilometri al giorno riuscivamo a resistere ma – quando si camminava per quaranta chilometri – molti cedevano. Quei dieci chilometri in più erano terribili.

A ogni sosta, prima di rimetterci in movimento, bisognava aspettare i ritardatari, perché chi era molto affaticato arrivava anche un giorno o due dopo.

Poi... niente Caucaso: ci caricarono sui camion per portarci vicino al Don. Lì stavano combattendo i bersaglieri, le Camicie Nere, la Sforzesca... e anche reparti alpini:[2] il Vestone subì molte perdite, il 1° settembre.[3]

In quei giorni faticammo duramente per creare postazioni, camminamenti, ricoveri. Un mio compagno, Gino Marassi, doveva svolgere un certo lavoro di scavo: scomparve nel nulla. Furono recuperati lo zaino, la divisa, e tutte le sue cose, ma di lui... nessuna traccia.[4]

 

Eravamo incaricati, inoltre, di raccogliere i feriti e i morti.

Una volta, insieme ad altri quattro commilitoni, ebbi il compito di seppellire cinque alpini deceduti. Furono alcuni ufficiali a darci questo ordine. La regola prevedeva, invece, che fossero trasportati nelle nostre linee per essere sepolti nel cimitero di guerra.

I mortai sovietici cercarono di colpirci. I miei compagni e io fummo costretti a scappare, senza avere recuperato nemmeno i piastrini di quei cinque caduti... che così ora risultano – con ogni probabilità – fra i tanti scomparsi della Campagna di Russia.

 

La mia Compagnia, la 56ª, fu coinvolta in uno scontro. Fu un momento brutto, il primo contatto diretto con l’avversario.

La notte andavamo di pattuglia nella terra di nessuno tra le due linee, la nostra e quella dei Russi.

Una sera partimmo in ventinove, dividendoci in due formazioni, una composta da quindici alpini e l’altra da quattordici.

Mi trovavo nella formazione più piccola e mi spostai in quella da quindici.

Il tenente mi rimproverò, ordinando di tornare al mio posto. Obbedii. Entrammo in un villaggio e la formazione da quindici si scontrò con una pattuglia sovietica. Tre alpini morirono, fra essi due miei amici:[5] proprio perché nell’altra formazione c’erano i miei amici avevo cercato di spostarmi.

Gli altri rimasero feriti più o meno gravemente, compreso l’ufficiale che mi aveva sgridato poco prima.

Noi quattordici andammo in loro aiuto e alcuni, quelli con le ferite più serie, tornarono in Italia.

 

Mi accadde anche – isolandomi per un bisogno – di incontrare un soldato russo in un boschetto. Intimato l’alt, lo perquisii, trovando un rasoio. Portai il prigioniero alle nostre linee. Mi spiaceva per lui: aveva moglie e tre figli che vivevano lì vicino, e mi sembrava una brava persona. In seguito lo presero in consegna al Comando e io chiesi che lo lasciassero andare.

Per la cattura mi sarebbe spettato un mese di licenza ma – poiché secondo gli ufficiali non era un prigioniero vero e proprio bensì un disertore – la licenza non mi fu data.

 

 

Un commento sugli alleati tedeschi.

In quei giorni di inizio settembre passarono i loro caccia per mitragliare le linee russe, ma siccome non si azzardarono ad avvicinarsi troppo per paura di essere colpiti – questa fu la mia impressione – mitragliarono noi. Il mio elmetto venne forato dalle pallottole in due punti!

 

La sistemazione definitiva in linea. Cosa rammenta del percorso compiuto per raggiungere le nuove posizioni?

Rimanemmo in quel settore fino a ottobre. Poi, avuto il cambio da una Divisione rumena, ci spostammo verso nord.

Con la pioggia tutte le piste si riempivano di fango e non si riusciva a camminare. Una volta, per mezzo di una corda, ci siamo attaccati ai muli (una decina di alpini per ogni mulo) e in questo modo andammo avanti.

Tutte le notti si ripartiva.

 

Il Verona fu poi dislocato all’estremo nord dello schieramento dell’Armata italiana. A sinistra del Battaglione vi erano gli Ungheresi. Aveste qualche contatto con loro? Se sì, ebbe modo di notare differenze tra il vostro e il loro equipaggiamento in generale e per quanto riguarda l’armamento?

Noi subentrammo in un settore del fronte che in precedenza era occupato proprio dagli Ungheresi, ma in quella fase non avemmo contatti con loro.

Prima, però, ho accennato ai Rumeni: devo dire che erano dei signori, rispetto a noi. Avevano abbondanza di tutto e generi di conforto.

 

Cosa, a suo parere, non deve mai mancare a un soldato al fronte? E quali erano, invece, le carenze più significative dei reparti italiani in Russia?

I soldati, al fronte, dovrebbero avere la pancia piena. Altrimenti come fanno a lavorare e a combattere?

Invece noi avevamo sempre fame. La mattina ci distribuivano il caffè e, a volte, ci consegnavano il pane che doveva bastare per l’intera giornata. Erano due pagnottine non tanto grandi, meno di un etto l’una.

A mezzogiorno: pastasciutta con un po’ di carne, oppure con un pezzetto di formaggio. La sera, minestrone. Basta.

I famosi viveri di conforto non li vedevamo mai, così come frutta o verdura fresca.

Il cognac lo distribuivano a cucchiai.

 

Giunti sulle nuove posizioni, quelle definitive, ricominciammo a scavare per le postazioni, i camminamenti, i ricoveri. Lavoravamo a turno, di notte, mentre altri stavano di guardia.

I ricoveri ottenuti erano abbastanza spaziosi e non vi si stava male: nel mio eravamo in sette.


Scavare postazioni, camminamenti e preparare i ricoveri era un lavoro molto faticoso e vi fu un periodo in cui ci davano così poco – in relazione al nostro fabbisogno, e considerato che stava diventando sempre più freddo – che la maggior parte degli alpini della Compagnia si ammalò. Rimasero abili e in forze solo sei, fra cui il sottoscritto.

Decisi di protestare con l’ufficiale medico, portandogli la gavetta con il cibo che ci veniva distribuito, per fargli vedere cosa mangiava la truppa.

Lui in effetti cercò di interessarsi alla faccenda perché il rancio migliorasse.

 

I rapporti con gli ufficiali. Ne ricorda qualcuno in modo particolare?

C’erano cinque ufficiali, nella mia Compagnia, che non mi piacevano molto.

Una volta, quando eravamo ancora nella zona del primo fronte, in estate, uscii di pattuglia con altri alpini e fummo attaccati dai Russi, che mitragliavano a tutto spiano. Impossibile procedere.

Tornammo a riferire agli ufficiali che si trovavano indietro, al sicuro.

Ci diedero dei vigliacchi e ordinarono di andare avanti di nuovo. Io osai rispondere che – se volevano che l’ordine fosse eseguito – avrebbero dovuto guidarci loro stessi in azione. Ma con noi venne solo l’ufficiale delle salmerie.

 

Poco fa ho accennato all’assenza dei viveri di conforto e alla distribuzione scarsissima del cognac: i soliti ufficiali avevano detto che il cognac sarebbe servito per festeggiare l’avanzamento di grado di uno di loro. Per questo ce ne davano in quantità limitata.

Ricordo che una volta un alpino della Compagnia – mentre stava portando il gavettino con il cognac da distribuire a noi – venne urtato da uno dei cinque, e il liquore si rovesciò.

L’ufficiale iniziò a gridare, dando la colpa all’alpino, che era un caporale: venne degradato e fu trasferito in un altro Battaglione della Tridentina.

Accadde poi che, quando eravamo già nelle postazioni definitive, l’isba dove dormivano quei cinque ufficiali andò a fuoco e morirono tutti. Un incidente di cui non abbiamo mai scoperto la causa.

Fra i deceduti vi era anche il comandante della 56ª Compagnia che venne sostituito dal tenente Ennio Donà... una persona a modo. C’era anche un altro ufficiale, il sottotenente Magrini (o Magnini), bravo e volenteroso. Al punto che – una volta in linea sul Don – tutte le sere veniva scelto per andare di pattuglia, poveretto. Per evitare questo compito che comportava senza dubbio dei pericoli, di tanto in tanto era costretto a darsi malato.

 

Quando, con l’avanzare dell’inverno, il Don ghiacciò, lo attraversavamo per controllare cosa stessero facendo i nostri avversari sulla riva opposta.

Legavamo una fune a un albero dalla nostra parte... poi era necessario andare all’altra sponda per fissare la corda a un albero sulla riva tenuta dai Sovietici.

Un brutto momento: nonostante avessimo in dotazione una tuta bianca per mimetizzarci, chi doveva legare la fune correva il rischio di incontrare un Russo di guardia, e le conseguenze non sarebbero certo state positive.

A proposito delle tute... con l’arrivo del freddo la tentazione era di vestirsi a più strati, ma a dire il vero il tessuto delle tute ci faceva persino sudare.

Troppi strati, inoltre, rischiavano di ostacolare i nostri movimenti.

 

Le pattuglie erano composte da quindici-venti alpini, guidati sempre da un ufficiale e da almeno due sottufficiali.

Io ho partecipato a due di queste pattuglie sulla riva russa... senza conseguenze, per fortuna.

Naturalmente anche i nostri avversari facevano lo stesso, nella speranza di catturare qualcuno dei nostri che era di guardia, per avere informazioni. A volte ci riuscivano.

 

Per il resto... quando arrivò l’inverno vero, stavamo per lo più nel ricovero, provvisto di stufa. La legna la prendevamo dalle isbe abbandonate.

Dopo una bufera di neve e vento, la neve era così tanta che dovevamo spalare giorno e notte per tenere sgombro il camminamento e consentire il passaggio a quelli che venivano a portarci i viveri con i muli.

 

Scrivevo spesso al mio papà, che aveva combattuto nel ’15-’18 e sapeva cosa fosse la guerra. Lui mi mandava dei pacchi di pan biscotto perché avessi qualcosa in più da mangiare. Ma a volte il pacco veniva aperto da chi era addetto alle spedizioni al fronte e il pan biscotto veniva sottratto.

 

Prima del ripiegamento. Ci fu qualcosa che le fece pensare a un necessario arretramento verso ovest? L’atteggiamento della popolazione era mutato? Gli ufficiali mostravano preoccupazione? Vi erano giunte notizie di quanto stava accadendo nel settore degli altri Corpi d’Armata italiani e del fatto che le Divisioni di Fanteria si stavano ritirando?

Verso la metà del dicembre ’42 notammo che non arrivava più la parola d’ordine. La consuetudine era che venisse trasmessa ogni giorno.

Questo ci fece pensare che – a livello di comunicazioni – qualcosa non stava funzionando a dovere. Erano allarmati soprattutto i più anziani, quelli che avevano vissuto l’esperienza di altri fronti di guerra. Sulla nostra destra a volte si vedevano lampi, come se ci fosse un gran temporale.[6] Ma noi soldati non sapevamo nulla di quanto stesse accadendo alle altre Divisioni.

 

17 gennaio 1943. Un ricordo di quel momento.[7]

L’ordine era di portarsi dietro il meno possibile e di distruggere tutto quanto non potevamo trasportare. Ricordo che la preoccupazione maggiore – per me e due miei amici – era quella di procurarci del cibo. Una volta giunti a Podgornoe, la mattina del 18 gennaio, trovammo tanta confusione. Chi aveva scovato del cognac da bere e si era ubriacato, gente che entrava e usciva dai magazzini...

Noi prendemmo qualcosa da mangiare.

 

Non si può parlare del Battaglione Verona senza parlare del combattimento di Postojalyj. Vorrebbe raccontarci qualcosa?

A Podgornoe ci caricarono sui camion e all’alba del 19 gennaio giungemmo a Postojalyj. I Russi ci aspettavano e quel giorno non riuscimmo a passare.

Io e un altro sparammo fino a che le munizioni non furono esaurite. L’altro alpino, quello che azionava il fucile mitragliatore, venne colpito e morì. I superstiti del Battaglione furono costretti a ripiegare, ma siccome i Russi venivano avanti molto in fretta, io non ero riuscito a muovermi. Rimasi lì fermo, sdraiato a pancia in giù accanto al mio compagno morto. Ero insanguinato e i Sovietici credettero fossi morto anch’io. Passarono con gli sci lì vicino, passarono addirittura sulle mie gambe. E io immobile. Continuavano a sparare, incalzando i nostri. Fecero molti prigionieri.

Restai lì non so quanto tempo e penso fu in quell’occasione che mi congelai i piedi.

Sembrò tornare la calma. In giro non si vedeva più nessuno e mi diressi verso il punto in cui avevo visto andare i miei commilitoni che si erano allontanati da Postojalyj. Sprofondai nella neve. Ci annegai, quasi. Anche altri erano rimasti intrappolati allo stesso modo.

Poco distante, in quel mare di neve, riconobbi uno della mia Compagnia, che ho rivisto dopo trentacinque anni.[8]

Comunque, a furia di annaspare e dopo molti sforzi, riuscii a liberarmi.

Da quel momento si può dire che feci il ripiegamento da solo, senza – cioè – contatti con il mio Battaglione.

 

Vidi molte cose, nei giorni seguenti. Cose brutte. Ricordo dei reparti inquadrati, fermi, in attesa di non si sa bene cosa... forse erano Ungheresi, ma non saprei dire bene dove e quando accadde. Ricordo soldati e muli morti. E tanti feriti.

Più avanti incontrai qualcuno della mia Compagnia.

I piedi mi preoccupavano, perché non li sentivo più.

Vidi passare un mio compaesano, Cipriano Castellani, con un mulo, e mi attaccai alla braga[9] dell’animale: continuando a camminare, mi appisolai. Il mio amico ogni tanto mi chiamava:

“Ci sei?”

“Ci sono.”

Rammento che a un certo punto trovai la colonna principale degli Italiani.[10]

Si andava avanti.

In un giorno di sole un aereo russo – sorvolando quella fila di uomini – sganciò delle bombe. Per lo spostamento d’aria, a molti – anche a me – fu strappato il pastrano e ad altri l’elmetto.

Si andava.

Il cibo era un problema perché non avevamo rifornimenti. Si mangiava quello che capitava. Un giorno, poco prima di arrivare a Nicolaiesca,[11] trovai due gambe di oca. Erano ghiacciate e fui costretto a usare la baionetta per spezzarle. Misi i pezzi nella tasca del pastrano e li mangiucchiai a poco a poco.

 

26 gennaio 1943.

Tanto si è scritto, tanto si è detto. Un suo ricordo personale di quella giornata.

Quando fui vicino a Nicolaiesca, riuscii a procurarmi un mulo. Ci caricai sopra un ufficiale – ricordo che era del ’20, veronese – con braccia e gambe congelate.

Ero insieme ad altri alpini. Anch’essi conducevano muli che trasportavano feriti o congelati.

In vista della città, fu chiaro che non si poteva andare avanti. Spari ed esplosioni dappertutto. Arretrammo un poco per tenere muli e feriti al riparo.

Di tanto in tanto arrivava un ufficiale a prendere qualcuno di noi, per andare a combattere. Due volte fui chiamato per prendere parte alla battaglia e due volte sopravvissi e riuscii a tornare vicino ai muli... ma molti di quei conducenti morirono o furono feriti in modo grave, andando all’attacco.

Gli ufficiali dicevano che era necessario occupare Nicolaiesca, e continuavano a incitarci: “Avanti, avanti!”, mentre io avrei voluto gridare: “Indietro, indietro!”.

Era impossibile proseguire: da una posizione elevata – forse un campanile – i Russi continuavano a mitragliare, facendo strage di alpini.

 

Ricordo che al passaggio di un’auto-blindata tedesca mi aggrappai alla sil.[12]

Lì c’era un po’ di tepore. Ed ero così sfinito – dopo giorni in cui non avevo potuto riposare – che mi misi a dormire, sebbene la battaglia infuriasse intorno.

Stava diventando buio, quando mi svegliai e raggiunsi di nuovo i muli: ritrovai il mio, con l’ufficiale congelato sopra. Era sempre cosciente.

Quando un aereo sovietico passò sopra di noi mitragliando, animali e conducenti si sparpagliarono spaventati. Il mio mulo – a dire il vero – mi seguì, docile; ma a un certo punto sprofondò nella neve e l’ufficiale cadde.

Dopo qualche sforzo riuscii a caricarlo di nuovo e ci muovemmo. Il mulo, me ne resi conto, a causa del mitragliamento aereo era rimasto ferito alla coda e a un fianco, ma camminava.

 

La battaglia andava esaurendosi. L’attacco dei battaglioni alpini, favorito da qualche colpo ben assestato dell’artiglieria della Tridentina, aveva avuto successo.

Anch’io arrivai al famoso sottopassaggio della ferrovia: l’ufficiale congelato perse di nuovo l’equilibrio e scivolò a terra... ma a quel punto non avevo più la forza per caricarlo.

Non sapevo come fare, ma non volevo abbandonarlo. In quelle ore trascorse insieme eravamo diventati amici.

Notai una cordicella attaccata al basto del mulo, così gliela passai sotto le ascelle e lo trainai in paese, sempre conducendo il mulo. Trovai un’infermeria... gente che gemeva, e si lamentava, alcuni urlavano e chiamavano la mamma... Uno strazio che non dimenticherò mai.

Affidai a qualcuno il giovane ufficiale e il mulo. Vidi che lo prendevano e lo sistemavano un po’ sgarbatamente in mezzo agli altri, come se fosse un pezzo di legno... Non ho più saputo nulla di lui. Non ne ricordo il nome.

Nelle ore precedenti aveva voluto che prendessi dalle sue tasche dei biglietti da consegnare alla famiglia, nella certezza che non sarebbe tornato a casa.

Quelle annotazioni le persi non so dove e non sono più stato in grado di rintracciare i suoi parenti.

 

Intanto, a Nicolaiesca c’erano incendi e confusione.

Scoprii un colbacco e, all’interno, dei crauti gelati. Con gli scarponi riuscii a staccare dei frammenti e li sistemai in un fazzoletto mica tanto pulito, e poi li scongelai un po’ vicino a una fiammella. Fui attento a tenere il fazzoletto chiuso, altrimenti – per come eravamo messi – qualcuno me li avrebbe presi per mangiarli al mio posto.

Sentii grida di allarme: “I Russi... via, via!”

Mi trovai in una piccola colonna di alpini e muli. La notte sembrava non finire mai. Ci sparavano dietro e mi rifugiai in una buca.

Non so bene come, mi trovai fra le mani un pezzo di carne con il pelo... probabilmente di un mulo morto o ferito. Avrei voluto mangiarlo, ma per il freddo il respiro mi si era congelato e avevo il ghiaccio sulla bocca.

 

Venne il mattino. E il sole. Ripresi a muovermi, da solo. Camminai, fra soldati e muli morti. Camminai finché mi sentii svenire. Mi misi seduto in parte, su un mucchio di neve. Pensavo di finire lì la mia vita.

Alpini continuavano a passare, da soli o in piccoli gruppi.

Mi guardavano e andavano avanti. Uno di loro, dopo avermi superato, tornò sui propri passi:

“Cosa fai, lì? Non sei il fratello di Maria?”

“Sì, e tu chi sei?”

“Sono il Giò da Capra.”

Si chiamava Giuseppe Lenotti, era del ’14. Non l’avevo riconosciuto. Spiegai che non riuscivo più a proseguire.

“Sei ferito? Sei pieno di sangue...”

“Non lo so. Ma non riesco a camminare...”

Mi rimise in piedi: “Dai, che presto saremo fuori.”

Più avanti ci perdemmo di vista.

Ogni tanto un apparecchio tedesco lanciava qualche scatoletta e delle gallette.

Dopo uno di quei lanci stavo per agguantare una scatoletta, ma arrivò un altro alpino che – con lo scarpone – la allontanò da me, probabilmente per prendersela.

Ci guardammo. Era di nuovo il Giò.

Dividemmo la scatoletta, poi ci perdemmo di nuovo. Ognuno avanti per conto suo.

 

Fuori della sacca. Quando capì che, forse, ce l’avrebbe fatta davvero a tornare in Italia?

Mi sentivo un po’ meglio. Continuai a camminare per due-tre giorni, sempre in una piccola colonna... finché ci vennero incontro i camion.

Caricarono chi era ferito o congelato in modo grave e non riusciva a proseguire.

Mi avvicinai a uno di questi mezzi. Era pieno.

A quel punto accadde un mezzo miracolo. Sul camion c’era un mio conoscente, Savino Perotti, da Albisano.

“Come stai?”, chiese.

“Non ce la faccio più.”

“Ti do il mio posto.”

Mi aiutò a salire, proseguendo a piedi.

In seguito, rientrati in Italia, non ho mai smesso di ringraziarlo. Se sono qui lo devo anche a lui.

 

Arrivai all’ospedale di Carcov [13] il 2 febbraio 1943.

Mi tolsero gli scarponi. I piedi erano neri.

Dopo qualche giorno il generale Reverberi[14] passò a visitare i ricoverati accompagnato da alcuni ufficiali e, notando il mio cognome, osservò:

“Pippa. Ma... in fondo alla sala c’è un altro che si chiama così. È tuo fratello?”

“No... sarà mio cugino. Siamo in tre cugini, qui, in Russia.”

“Te la senti di assisterlo? È molto grave.”

“Sì, basta che mi sistemiate vicino a lui.”

Così il generale Reverberi e gli ufficiali in sua compagnia presero la mia branda e la portarono accanto a quella di... Luigino. Era del ’22, come me. Aveva una ferita al gomito e la febbre altissima.

Nonostante questo, mi riconobbe e chiese come stavo. Poi mi disse di guardare nel comodino: c’erano due pagnotte enormi, quasi un chilo l’una. Erano vecchie e dure, ma – con la fame che mi ritrovavo – a poco a poco le mangiai entrambe.

Passò un cappellano. Aveva intenzione di somministrare a Luigino i sacramenti e l’estrema unzione. Poi, aggiunse:

“Ma... ve la sentireste di partire?”

“Per dove?”

“Per essere curati in Italia.”

“Hai sentito, Luigino?”

Se fossimo rimasti, con ogni probabilità sarebbero arrivati i Russi e ci avrebbero fatti prigionieri.

Dopo un po’, il cappellano si rifece vivo,[15] esortandoci a scendere nel cortile dell’ospedale, dove c’era un autolettiga diretta in stazione.

Non so come, riuscimmo ad arrivarvi e salimmo. In tutto eravamo tre feriti, più il conducente.

Causa un bombardamento aereo, la stazione era inagibile, per cui proseguimmo verso un’altra stazione.

Lì vi erano carri bestiame, tutti aperti. Un freddo terribile, ma tutti e tre resistemmo per circa un giorno su quei vagoni fermi... senza vedere nessuno.

Poi cominciarono ad arrivare altri feriti e congelati. Quando i vagoni furono pieni, il treno si mosse, finalmente.

 

Il viaggio di ritorno. Dopo l’esperienza vissuta al Fronte Russo, c’era qualcosa che – paradossalmente – temeva, del rientro in Patria e del ricongiungimento con i familiari?

No. Ero solo contento, contentissimo di tornare a casa. Per fortuna – dopo due o tre giorni, passato il confine con la Polonia – ci trasferirono su un treno-ospedale tedesco, riscaldato e più confortevole.

Sistemai Luigino dove era più caldo: la ferita era molto brutta... spuntavano schegge di osso e usciva il pus.

Distribuirono anche un po’ di cibo. Luigino aveva perso le forze del tutto ed era necessario imboccarlo.

In Polonia, circa a metà febbraio, ci fecero la disinfestazione per eliminare lo sporco accumulato in quel periodo e, soprattutto, i pidocchi.

Luigino fu trasportato in un ospedale tedesco, mentre io proseguii verso l’Italia.

Temevo non ce l’avrebbe fatta.

Ai suoi genitori non ebbi il coraggio di riferire la gravità delle sue condizioni.

Il padre – per ventidue giorni – continuò ad andare in stazione, per aspettarlo.

Il ventitreesimo giorno mi giunse notizia che anche Luigino era tornato.

Quasi non ci credevo.

Nel frattempo io ero stato ricoverato a Brescia e, in seguito, all’ospedale militare di Cremona, dove mi furono amputate due dita dei piedi, quelle messe peggio.

Sono guarito, sì, ma mi sono sempre rimasti dei disturbi circolatori a una gamba... quella – penso – che rimase più a contatto con la neve a Postojalyj, quando feci finta di essere morto mentre i Russi mi giravano intorno e mi passavano sopra con gli sci.

Lo stress del ripiegamento mi rendeva anche impossibile dormire. I medici non credevano che io non dormissi mai e mi diedero un cartoncino e una matita per segnare tutte le volte che – da una torre-orologio vicina – sentivo battere le ore.

Dopo dieci giorni, avevo segnato non solo le ore, ma anche le mezze ore.

I dottori mi dissero di avere pazienza. Piano piano le cose sarebbero migliorate.

In aprile avrei compiuto ventuno anni e la mia giovane età – secondo loro – mi avrebbe aiutato.

 

Cosa accadde dopo?

Dopo novanta giorni di convalescenza stavo senza dubbio meglio, ma il sonno ancora si faceva desiderare e riuscivo solo ad appisolarmi per un po’.

Rientrai al reparto, destinato alla Compagnia Comando del Battaglione Verona.

In un primo tempo eravamo dislocati a Caprino Veronese, poi ci spostammo a Grado e, dopo ancora, a Terme del Brennero.

Causa il mio stato di salute ero esentato da ogni servizio.

Un giorno arrivai tardi alla distribuzione del rancio e un sergente nuovo – appena giunto al reparto, e che non conosceva i miei precedenti in Russia – per punizione mi disse che mi avrebbe dato il rancio solo se avessi fatto due giri intorno alla caserma.

Andai in fureria per domandare un permesso, e recarmi a una trattoria vicina... non trovavo giusto fare i giri intorno alla caserma, né rimanere senza cibo.

In fureria c’era un maggiore – a sua volta reduce di Russia – che volle sapere cosa era accaduto. Riferii tutto e – dopo avere visto il mio piede, con le dita amputate – ordinò a quel sergente di portarmi la gavetta piena.

Dopo quell’episodio, fui visitato da un tenente medico e mi concessero altri novanta giorni che avrei dovuto trascorrere all’ospedale militare di Bolzano.

Eravamo, ormai, agli inizi del settembre 1943 e quando arrivò l’8 di quel mese molti militari italiani furono fatti prigionieri dai Tedeschi.

Io, invece, fui lasciato in pace. La convalescenza mi venne rinnovata di novanta giorni in novanta giorni, per circa un anno.

Poi, licenza illimitata... in attesa della visita per la pensione, che mi hanno poi concesso a vita.

 

Nel frattempo, le cose nella nostra zona si erano fatte difficili. Nel ’44 sul Monte Baldo – nel veronese – si erano formate bande di persone in borghese, armate e sbandate. E anche i Tedeschi e quelli della Repubblica di Salò divennero attivi, facendo rastrellamenti. L’autunno del ’44 fu terribile.

A un certo punto venni arrestato anch’io, insieme ad altri: volevano sapere se ci fosse capitato di incontrare i cosiddetti partigiani sul Monte Baldo e ci interrogavano ogni mattina.

Io ripetevo le stesse cose, e cioè che nei pressi delle malghe mi era capitato di vedere delle persone armate, in borghese, che chiedevano cibo. Tuttavia non avrei saputo dire chi fossero.

Ci liberarono ma, dopo un po’, ci misero ancora in prigione. Deridevano quelli che, come me, erano tornati dalla Russia. Per loro eravamo scarti di guerra.

Ci rimandarono a casa, da Verona... a piedi e senza documenti.

Arrivato a S. Zeno, poiché senza documenti non potevo essere identificato, i Tedeschi mi catturarono. Ma a quel punto vennero i miei genitori che firmarono per confermare la mia identità e fui liberato.

Sono successe tante cose, in quei mesi, e molto brutte, ma il racconto si farebbe lungo e io, in fondo, ho avuto fortuna. Tra quelli deportati dai Tedeschi, non tutti tornarono alle proprie famiglie.

Il paese di S. Zeno era pieno di dolore.

 

Tornando alla Campagna di Russia, c’è un luogo comune, una cosa ripetuta più e più volte che la infastidisce e su cui le piacerebbe esprimersi?

Mi è capitato, parlando con alcune persone, di sentire un discorso che mi ha sempre amareggiato, e cioè che gli alpini avevano messo incinte tante ragazze russe. La cosa è impossibile, perché i Tedeschi – secondo le loro politiche di occupazione – deportavano in Germania tutte le persone abili al lavoro... nei villaggi che noi abbiamo attraversato di solito si trovavano soltanto donne di una certa età, vecchi, oppure ragazzini e ragazzine.

 


 

 

Per anni ho rifiutato l’invito a unirmi a gruppi che andavano in Russia per visitare i luoghi del nostro ripiegamento.

Ma nel 2003, l’estate dopo il 60° anniversario di Nicolaiesca, decisi di aggregarmi – insieme a mia moglie Lina – a un viaggio organizzato dall’A.N.A. di Verona.

All’aeroporto di Verona – al momento della partenza – alcuni giornalisti mi domandarono cosa andavo a fare, in Russia.

“A chiedere scusa.”, risposi io.

Fu un’esperienza particolare, perché eravamo in tanti – circa duecento – suddivisi in due gruppi: una parte di noi seguì l’itinerario della ritirata a piedi, mentre gli altri viaggiarono in pullman. Ognuno dei due gruppi partì da quello che, per l’altro gruppo, sarebbe stato il punto di arrivo... questa era la cosa caratteristica. I due gruppi si incontrarono solo in una località ben precisa del percorso.[16]

 

Durante quel viaggio ho avuto la possibilità di incontrare donne che avevano conservato buona memoria dei soldati italiani, ho rivisto Nicolaiesca, e non pensavo che avrei provato emozioni così forti al punto da mettermi a piangere.

I ricordi di quel passato, dei miei compagni morti e feriti erano ancora ben vivi dentro di me...

 

A Valujki una signora russa, avendo sentito dell’arrivo del gruppo di Italiani, ci raggiunse pregandoci di andare a casa sua. L’abitazione distava circa un chilometro, ma la seguimmo.

Ci raccontò che – all’epoca – il suo papà aveva trovato i cadaveri di tre nostri soldati. Due furono poi portati via[17] mentre lui stesso aveva provveduto a seppellire il terzo. Per ricordare il luogo preciso, il padre della signora aveva tagliato un albero che si trovava accanto alla fossa. “Se un giorno arriveranno qui degli Italiani, devi raccontare questa cosa.”, aveva detto il papà alla figlia. E in quel momento la donna stava mostrando a noi il tronco reciso.

Uno del nostro gruppo mise insieme con due legni una croce rudimentale.

Una croce per uno dei tanti nostri soldati rimasti , una croce che molti non avranno mai...

 

 
 

Grazie di cuore a tutta la famiglia Pippa. A Bepi, innanzitutto, per avermi raccontato la sua storia... ma anche a sua moglie – la signora Lina – che mi ha assistita con pazienza nella fase di correzione dell'intervista.
Un ringraziamento doveroso anche a Sergio Gugolati (e ai suoi familiari, per il supporto e l'affetto) nonché ad Alberto Becchi, presidente Gruppo A.N.A. Marmirolo-Soave.
Segnaliamo che le immagini inserite sono prese da La mantellina engiassà – Dalla ritirata di Russia ai giorni nostri nei racconti di Giuseppe Pippa. Il volume, basato sul manoscritto originale calligrafo della signora Lina (moglie di Bepi), è a cura di Alessandro Martinelli ed è stato stampato per conto della Piccola Biblioteca di Ca' Montagna, Verona.

 
 


[1] Quel giorno il Battaglione Verona lasciò Asti, diretto in Russia.

[2] Giuseppe fa riferimento alla Prima Battaglia Difensiva del Don (20 agosto – 1° settembre 1942); nelle sue ultime fasi vi furono coinvolti anche alcuni Battaglioni della Divisione Tridentina.

[3] I Battaglioni Vestone e Val Chiese quel giorno furono impegnati nella zona di Kotovskij. Come riporta il volume Le operazioni delle Unità italiane al Fronte Russo (1941-1943), a cura USSME, “Le perdite accertate sul campo risultarono di 443 alpini (4 ufficiali) tra morti e feriti del Vestone, 44 caduti (4 ufficiali) e 146 feriti (3 ufficiali) del Val Chiese, 21 feriti (1 ufficiale) del 54° [Reggimento] Fanteria. […] In tutta l’azione era venuta a mancare la cooperazione tattica del XVII Corpo tedesco.” Pag. 285.

[4] Da una verifica nella banca-dati del Ministero della Difesa non emergono caduti accertati (o scomparsi in azione) con quel cognome e per quel periodo, relativamente al Fronte Orientale.

[5] Si trattava del caporal maggiore Albino Castagna e di Aldo Zamboni.

[6] L’Operazione Piccolo Saturno che investì le Divisioni di Fanteria italiane ebbe inizio il 16 dicembre 1942 ma, come noto, fu preceduta da una fase di logoramento (a partire dall’11 dicembre). Nel settore del II Corpo d’Armata italiano i Sovietici riuscirono poi a sfondare il 16-17 dicembre grazie all’intervento di forze corazzate e le Divisioni Cosseria e Ravenna – dopo avere subito molte perdite nei giorni precedenti – cominciarono ad arretrare. Nella zona subentrarono il Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino e un gruppo di intervento della Julia (quest’ultimo fu seguito pochi giorni dopo dall’intera Divisione alpina). In quel periodo essi erano alle dipendenze del XXIV Corpo Corazzato Germanico. I bagliori che Giuseppe Pippa e i commilitoni scorgevano sono da riferirsi a tali eventi.

[7] Il 17 gennaio 1943 il Corpo d’Armata alpino iniziò il ripiegamento.

[8] Era Silvio Roncolato, classe 1918.

[9] Basto.

[10] Giuseppe Pippa si riferisce alla colonna della Divisione Tridentina.

[11] Nikolaevka.

[12] Semiasse.

[13] Har’kov.

[14] Luigi Reverberi, il comandante la Divisione Tridentina.

[15] Soltanto qualche anno dopo, guardando alcune foto in certe pubblicazioni, Giuseppe Pippa si rese conto che il cappellano che aveva aiutato lui e Luigino a partire era Don Carlo Gnocchi!

[16] È lo stesso viaggio cui prese parte la signora Bruna Desidera (cliccare qui se si desidera leggere l'articolo relativo).

[17] A Giuseppe sembra di ricordare che furono alcuni Russi a rimuovere due dei caduti.
 
 

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