di Patrizia Marchesini

 

 

Napoli, 6 settembre 2013

 

Napul'è mille culure, cantava Pino Daniele qualche anno fa. Oggi, però, la città sembra immersa in una luce tutta azzurra. Vittorio De Astis siede sulla poltrona preferita e inizia a raccontare. Fuori dalla finestra Mergellina si allunga sino al golfo.

 

07.Vittorio De Astis terrazzo

 

Ero assegnato, con mansioni di radiotelegrafista, al I Gruppo[1] del 52º Reggimento Artiglieria, Divisione Torino. Il mio reggimento era di stanza a Civitavecchia. Partimmo per il Fronte Orientale il 19 luglio 1941.

L’intera Divisione, una volta scesa dal treno, si concentrò nei pressi di Falticeni, che all’epoca si trovava in Romania.

C’era – bisogna ammetterlo – un certo ottimismo: i nostri Comandi, siccome i Tedeschi distavano 120 chilometri da Mosca, pensavano che in tre mesi la guerra sarebbe finita. Credevano sarebbe stata una faccenda veloce. Invece... successe quel che successe. 

La Divisione Torino percorse molti chilometri a piedi per raggiungere la linea del fronte. La fanteria, in particolar modo, sopportò parecchi disagi. Ricordo che agli incroci – in presenza di reparti tedeschi – questi ultimi volevano sempre passare per primi, costringendoci a cedere loro il passo e ad aspettare finché la loro colonna non fosse sfilata. Una volta un sottufficiale della Feldgendarmerie[2] ebbe la meglio su un ufficiale italiano mentre stavano discutendo per un motivo simile. Comandavano loro... i nostri gradi non contavano molto. 

Vittorio De Astis a Civitavecchia, prima della partenza per il Fronte RussoNelle marce di avvicinamento al fronte la stazione radio era trasportata a spalla, mediante alcune cinghie. Io – ero caporale e capo stazione-radio – portavo l’apparecchio radio vero e proprio, denominato cofano trasmissione, mentre un soldato aveva in carico il cofano batterie, molto pesante. Quando ci si fermava, la stazione-radio veniva allestita. Era provvista di una grande antenna circolare, che si innestava sulle batterie...

La nostra sezione radiotelegrafisti era comandata, naturalmente, da un ufficiale. Insieme a lui stavamo avanti, con la fanteria della Divisione, precedendo il 52º Reggimento. Il nostro compito, infatti, era fornire via radio i dati di tiro ai pezzi di artiglieria, qualora questi ultimi dovessero sparare.

La stazione-radio, però, venne usata soprattutto nei mesi estivi. Durante l’inverno vennero stesi chilometri e chilometri di filo, per il funzionamento del telefono. Era un apparecchio a manovella [mima il gesto, n.d.r.], per cui lo chiamavamo macinino.

 

Mentre ci avvicinavamo al fronte, di solito dormivamo sotto le tende. Ci organizzavamo in due: mettevamo la coperta di uno sul terreno, e con la coperta dell’altro ci coprivamo.

Ricordo un episodio, di quel periodo.

Una sera predisponemmo la tenda e ci mettemmo a dormire, io e altri commilitoni. Ero molto stanco e mi addormentai. Nel sonno, però, avevo l’impressione di toccare qualcosa con il piede. Un ramo, pensai, assonnato e anche un po’ infastidito. Ma la stanchezza fece sì che continuai a dormire. Il mattino successivo mi svegliai e mi venne in mente la faccenda del ramo. Volli controllare e scoprii che quel ramo, in realtà, era un piede, probabilmente di un soldato russo caduto in combattimento e seppellito in modo molto superficiale dai suoi compagni.

Più avanti, sistemati in linea, lavorammo duramente... tutti, a eccezione delle sentinelle di turno, ci impegnammo per scavare dei rifugi interrati. Erano delle stanzette, cui si accedeva per mezzo di una brevissima discesa. Il soffitto di tali piccoli bunker era costituito da tronchi d’albero, ben allineati. A seconda di dove dovevamo posizionarci, fu necessario scavare tali rifugi più volte. Non ricordo di avere mai dormito in un’isba... stavamo sotto le tende, durante l’estate, oppure nei ricoveri sotterranei. 

Il battesimo del fuoco fu a Dnepropetrovsk,[3] all’incirca a inizio settembre [1941, n.d.r.]. Come ho detto, io stavo sempre avanti con la fanteria, in quel periodo con l’81º Reggimento della mia Divisione, perché l’ufficiale doveva comunicare i dati di tiro. Ricordo che a Dnepropetrovsk ci sistemammo, per questo scopo, nei locali dell’università. 

In seguito la Divisione Torino prese parte alla manovra di Petrikovka,[4] ma essendo radiotelegrafista non partecipai effettivamente ai combattimenti. In noi non c’era ancora troppa preoccupazione, non ci sentivamo in pericolo: l’avanzata tedesca era rapida e ai nostri familiari che aspettavano notizie scrivevamo: “Per Natale saremo a casa.”

Andavamo avanti. A volte eravamo assegnati a supporto di altri reggimenti o di reparti tedeschi. Si giunse a Stalino. I rifornimenti – carburante, cibo, munizioni – spesso arrivavano con ritardo. Ma arrivavano. Anche la posta fu sempre abbastanza regolare. Non vidi mai giornali, invece. Certe notizie, per assurdo che possa sembrare, le appresi solo molto tempo dopo, quando ero in prigionia.

Con le piogge e il fango tutto si complicò. Si affondava anche a mezza gamba e procedere era una fatica grandissima. Una volta, con zaino e tutto sulle spalle, caddi in avanti con il viso nel fango e dovettero liberarmi... mi misero anche su una barella, per farmi riprendere.

 

Ancora eravamo ottimisti e fiduciosi sulla base di quanto i nostri ufficiali continuavano a ripeterci. La Divisione Torino portò il proprio Comando a Rikovo[5] e arrivò il freddo. Iniziarono i congelamenti, alle mani, ai piedi... congelamenti a non finire... molti furono rimpatriati in Italia per questo motivo.

D’altro canto è risaputo che il nostro equipaggiamento era inadeguato per quel clima. Noi – tanto si torna a casa entro Natale – avevamo un semplice pastrano. I cappotti con l’interno in pelliccia li vedemmo soltanto l’anno successivo, ma li distribuirono con il contagocce, a noi veterani del C.S.I.R.: in pratica lo utilizzava solo chi era di sentinella, che poi lo passava al compagno che montava di guardia nel turno successivo.

Per il resto, i guanti erano di cotone – tanto si torna a casa entro Natale – e l’unico altro copricapo era la bustina. Sotto l’elmetto nei mesi più freddi indossavamo un passamontagna, ma era di cotone anche quello. Roba autarchica... Il passamontagna aveva un inconveniente: si bagnava con l’alito e – con il freddo – questo bagnato gelava e dovevamo liberarci la bocca dal ghiaccio.

Non ho mai visto un paio di calzettoni. Allora c’erano le pezze da piedi e le fasce mollettiere, davvero scomode... se non le fissavi bene si srotolavano tutte e bisognava ricominciare da capo, avvolgendole di nuovo intorno alla gamba.

Mia sorella, che era una suora e viveva a L’Aquila, mi mandò dei pacchi con alcune maglie di lana bianche, bellissime. Ma non le usai: per il gran freddo non osai mai spogliarmi nudo, durante i mesi invernali. L’igiene personale era quella che era. Infatti ci riempimmo di pidocchi. Mia sorella – lo ricordo bene – mi mandò anche il MOM, una specie di polvere contro i parassiti.[6]

 

Poi ci furono la Battaglia di Chazepetovka,[7] durante la quale morì il generale De Carolis,[8] e la Battaglia di Natale. A quest’ultima non presi parte, a dire il vero, perché – insieme a un altro artigliere – fui comandato di guardia a un deposito di munizioni per gli obici del mio I Gruppo. Sentivamo il rumore della battaglia, il rombo delle artiglierie...

 Continuavo a scrivere ai miei familiari, a questo punto cercando di minimizzare per non preoccuparli, e anche perché temevo che la censura avrebbe coperto con l’inchiostro di china eventuali riferimenti scomodi.

In Italia la propaganda era molto efficace, presentava una versione eroico-edulcorata degli eventi, facendo sì che la gente non fosse consapevole delle difficoltà, dei disagi, e di quanto accadeva davvero al Fronte Russo.

A proposito di corrispondenza... quando, durante il viaggio in treno verso il fronte, sostammo a Budapest conobbi una bella figliuola. Ci intendevamo un po’ a segni, e con qualche parola. Promise di scrivermi e io le lasciai il mio indirizzo di Posta Militare, che per la Divisione Torino era il 152. Mi arrivarono, infatti, alcune lettere, pagine fitte fitte... in ungherese, però! Non sapevo come tradurle e speravo sempre di incontrare qualcuno che mi avrebbe aiutato... Poi, l’anno successivo, andarono perdute durante la ritirata. Rammento che mi aveva spedito anche una sua foto, di fronte a uno specchio...

 

Dopo l’inverno, arrivarono la primavera e l’estate. Giunsero le altre Divisioni, e anche gli alpini. Il C.S.I.R. divenne un’Armata... Ancora avanti, verso il Don.

Per quelli che erano in Russia dall’anno precedente si cominciò a parlare di avvicendamento. Ma, per quanto ho visto io, la maggior parte del I Gruppo rimase al fronte. Forse qualche raccomandato riuscì a rimpatriare, ma si trattò di poche persone.[9]

Poi i Sovietici attaccarono[10] e anche noi della Divisione Torino fummo costretti a ripiegare; ricordo che – fino a quando rimanemmo schierati – dalla riva opposta del Don i nostri avversari ci dicevano: “Arrendetevi, arrendetevi”, usando dei megafoni. Sin dall’inizio del ripiegamento i reparti non riuscirono a mantenere le formazioni originarie. Persi di vista i miei commilitoni.[11] C’era un gran caos. Freddo e congelamenti. Nello zaino che ci eravamo portati appresso – a parte la coperta – c’erano le gallette, le scatolette di carne e pochi altri oggetti personali. Ma dovemmo lasciare tutto o quasi. Ricordo poco dei giorni prima della cattura. So solo che era il 22 o il 23 dicembre 1942, e mi trovavo in una baracca diroccata.[12]

Essendo radiotelegrafista non ero dotato di fucile, ma di una pistola calibro 9, con due caricatori da sette colpi ciascuno. Quando fu chiaro che i Russi stavano per catturarmi, mi liberai dell’arma. Temevo che – trovandomela addosso – decidessero di uccidermi senza pensarci due volte.

 

Ero prigioniero, insieme a tanti altri. Per prima cosa i Russi ci perquisirono: sfilammo davanti a uno di loro che reggeva un sacco e lasciammo cadere all’interno orologi, penne stilografiche, fotografie, lettere... Poi cominciarono le marce, in fila per sei.

Durante il cammino, altri prigionieri vennero uniti alla nostra colonna. Camminammo fino al 3 o al 4 gennaio, accompagnati da una scorta di soldati anziani, provvisti di fucili lunghi e antiquati. Di giorno si marciava, di notte ci fermavamo dove capitava, di solito ci sistemavano in un capannone gelido.

Cercavo sempre di sistemarmi lungo le pareti, per non venire calpestato, e anche per evitare la sporcizia, in quanto durante la notte molti facevano i loro bisogni lì dentro.

Non tutti quelli della colonna trovavano posto all’interno del fabbricato e alcuni – per resistere in qualche modo al freddo – si arrangiavano, quando possibile, dentro i pagliai. Il mattino successivo parecchi di questi soldati erano comunque morti assiderati. La scorta provava a inserire la punta del fucile all’interno del pagliaio, per spingerli a venire fuori, ma spesso era inutile perché dentro il pagliaio non si muoveva più nessuno.

Furono giorni durissimi, anche perché quasi mai ci distribuirono cibo. Nell’attraversare i villaggi le donne, impietosite dal nostro stato, ci tiravano delle patate bollite, ma i soldati di scorta si arrabbiavano e cercavano di impedirlo.

Una volta, questo lo ricordo bene, passammo accanto a un camion russo, carico di pane. Noi eravamo sempre inquadrati per sei e un soldato distribuì una pagnotta al primo prigioniero di ogni fila.

Sorse poi il problema di come suddividere quella pagnotta tra i sei prigionieri di ogni fila. Il pane era gelato e noi non avevamo nulla che potesse servire allo scopo, in quanto le perquisizioni ci avevano privato di ogni cosa. Presi dallo sconforto, decidemmo di pestare la pagnotta sotto gli scarponi chiodati e ottenemmo dei bocconi irregolari.

Una notte sostammo in una specie di stalla. C’era un cavallo. Un soldato di origini sarde – che era riuscito a nascondere non so bene come un temperino – si avvicinò all’animale e, a furia di calci, lo costrinse a terra. Poi, mentre quella povera bestia era ancora viva, con il temperino iniziò ad aprirle la pancia e a prendere dei pezzi di carne cruda, che passò in giro. Ne diede un pezzo anche a me. Era calda, per il contrasto con il freddo dell’ambiente quasi fumava. Cercai di masticarla ma, nonostante la fame, per il disgusto la buttai.

La fame e la stanchezza tolsero il senno a molte persone. Vidi molti casi di pazzia. Lungo la strada a volte c’erano gli escrementi dei cavallini russi. E alcuni di noi, resi folli dalla fame, scambiavano quei bisogni – che gelavano subito – per brioche, e li mangiavano.

Forse mi ha salvato l’essere sempre rimasto presente a me stesso. Mi ha salvato questo, e l’avere avuto un compagno come Francesco Speranza. Si trovò nella mia stessa colonna e, come me, apparteneva al 52° Reggimento; era furiere. Negli ultimi giorni di marcia ero sfinito. Sapevo bene quale sorte toccasse a chi non teneva il passo, si lasciasse cadere a terra o si allontanasse per un qualsiasi motivo dalla colonna in marcia. Veniva ucciso dalla scorta. Però la mia stanchezza era tale che barcollavo. Speranza in quei momenti mi prese sotto braccio, esortandomi: “Coraggio, Vittorio.” Riuscì a rianimarmi.

 

Poi, dopo avere lasciato tanti in mezzo alla neve, ci caricarono sui treni. Di sicuro altri avranno parlato di questi viaggi terribili, avranno detto della sete... ci davano, ogni tanto, del pesce essiccato, e salatissimo... avranno detto di quelli che – per dissetarsi – leccavano l’umidità condensata sui bulloni del vagone, avranno detto dei morti scaricati di tanto in tanto.

Chi – della nostra colonna di prigionieri – sopravvisse alle marce e al trasporto ferroviario, giunse infine al campo 58/6, a Saransk, in Mordovia.[13]

 

Plastico del campo 58/6 - Dal libro di Egidio Franzini "C.S.I.R.-Arm.I.R. - Reduci dalla Russia - Libro ricordo"

 

Non ricordo un numero elevatissimo di morti, né un’epidemia di tifo particolarmente violenta, ma i morti c’erano, eccome. Rimasi lì fino al rimpatrio. Il mio amico e compagno Francesco Speranza, invece, dopo un po’ venne trasferito e non lo vidi più. Non è tornato.[14]

Il 58/6 comprendeva alcune baracche per i prigionieri, più una baracca adibita a lazzaretto, dove anch’io fui ricoverato una volta, per pochi giorni. Nelle baracche vi erano castelli a due piani... due posti letto per ogni piano, in tutto una cinquantina di prigionieri per ciascuna baracca.

Io dormivo di sopra, per il solito motivo: spesso, se uno non stava bene o era troppo debole, durante la notte non si alzava per fare i propri bisogni, e la conseguenza era che chi stava sotto aveva più probabilità di sporcarsi.

Ricordo che distribuirono una latta da cinque litri per ogni prigioniero. Serviva da orinatoio durante la notte e veniva svuotata il mattino. Tralascio, per pudore, di descrivere alcuni dettagli relativi all’uso di quelle latte.

Poco dopo l’arrivo ci fecero il primo bagno. Il bagno divenne un momento temuto, poiché usavano delle pompe, degli idranti. Io riuscii quasi sempre a sistemarmi tenendo la parete alle mie spalle, per attutire la violenza del getto. Molti non sopravvissero a quell’esperienza. Dopo il primo bagno, ci diedero una specie di camice bianco, senza che potessimo asciugarci.

Requisirono i nostri scarponi di cuoio e distribuirono degli zoccoli di legno.

 

Il campo 58/6 era il campo dei lavoratori. Una dottoressa, piuttosto antipatica, aveva il compito di assegnare i prigionieri alle varie categorie di lavoro. Il suo metodo era semplice: ci pizzicava il sedere per controllare quanta ciccia avessimo: chi era più in carne poteva svolgere lavori più pesanti.[15]

Ricordo tre categorie: la prima era per quelli più o meno sani, alla seconda venni assegnato anche io, la terza categoria era riservata agli slab,[16] cioè ai deboli.

Nei miei anni al 58/6 svolsi parecchi lavori. Per esempio fui adibito al trasporto delle botti di acqua; mansione molto faticosa, se svolta durante l’inverno. Il trasporto avveniva su slitte. I pattini ghiacciavano, incollandosi al terreno innevato e costringendo noi a uno sforzo maggiore. Siccome le botti erano sprovviste di coperchio, andava a finire che gli strattoni causavano la fuoriuscita di parecchia acqua che spesso si rovesciava sulle nostre spalle, inzuppandoci prima e gelando subito dopo.

Indebolito, venni inserito nella terza categoria. In quel periodo lavorai all’interno del campo, per produrre gli zoccoli di legno per i prigionieri.

Un altro lavoro, mentre ero fra gli slab, fu quello di produrre cucchiai di legno. La norma – cioè la quantità minima prevista in una giornata di lavoro – era di sei cucchiai. Io riuscivo a farne quattro o cinque, per giunta mal rifiniti. Il sovrintendente me li spaccava perché non erano fatti bene, così sembrava che non avessi fatto nulla. Chi non raggiungeva la norma veniva punito: gli veniva data solo la zuppa – molto acquosa, con qualche foglia di cavolo – senza il pane. La razione di cibo fu sempre scarsa...

Passai di nuovo alla seconda categoria, questa volta addetto al trasporto – a spalle – di tronchi di legno... per ogni tronco, due prigionieri. Era davvero una fatica, soprattutto quando si trattava di tronchi freschi, molto più pesanti.

In estate, nei mesi di giugno e luglio, si andava nei campi, prima per zappare e poi per raccogliere le patate. Non avevo mai lavorato in campagna, quindi – zappando – spesso rovinavo le piantine. Il sovrintendente sovietico mi rimproverava di frequente.

Talvolta c’erano momenti di svago. In un primo tempo avevo visto solo prigionieri italiani, nel campo 58/6, ma poi conobbi dei Francesi arruolati a forza dai Tedeschi,[17] che mi insegnarono a giocare a scacchi. I pezzi li avevano intagliati loro stessi.

 

Fui rimpatriato nella primavera del 1946. Arrivai in Italia il 23 aprile. Da prigioniero non ebbi mai la possibilità di scrivere ai miei familiari, né di ricevere notizie da loro. I miei genitori avevano scritto alla Croce Rossa, ma la risposta non aveva fornito certezze sulla mia sorte. Al ritorno scoprii che mio padre era morto durante un bombardamento aereo. Mi iscrissi alla Polizia e – per migliorarmi – frequentai le scuole serali. Rimasi in Polizia fino alla pensione.

 

02.Croce Rossa Risposta a richiesta informazioni sulla sorte del familiare 1

 

03.Croce Rossa Foglio rimpatrio dopo la prigionia in Russia 1

 

La prigionia fu esperienza molto dura. Mi ha insegnato a essere sempre me stesso, a rimanere coerente, cercando di fare il bene... in ogni occasione.

Mi ha dato anche la consapevolezza di quale fortuna sia – per le giovani generazioni – non avere vissuto gli anni della guerra, così lontani da quanto si sperimenta oggi.

Non sono più tornato in Russia. Penso di averci trascorso abbastanza tempo [accenna un sorriso amaro, n.d.r.]. Rientrato dalla prigionia mi iscrissi, però, al Circolo Reduci della Divisione Torino, e ricevetti per un certo periodo il Divitor, la pubblicazione riservata ai reduci della mia Divisione.

 

 

 

05.Tessera Reduce Fronte

06.Tessera Reduce Retro

 

 

Ho mantenuto a lungo i contatti con un altro reduce della fanteria della Torino. Abitava qui a Napoli e ci piaceva scambiare quattro chiacchiere, di tanto in tanto. Purtroppo è deceduto l’anno scorso.

 

Guarda la prima pagina di uno dei numeri del Divitor, bollettino periodico pubblicato per i reduci della Divisione Torino.

 


 

Nota: 

Vittorio De Astis ha raccontato la sua esperienza agli alunni di diverse scuole. In particolare la sua testimonianza è stata contributo importante per la realizzazione di un bellissimo progetto, il Laboratorio di Scrittura Creativa “Storie dalla Storia: il senso nei sensi. Napoli 1940-‘45”, che ha visto il coinvolgimento di alcuni studenti dell’Istituto Superiore Statale Pitagora di Pozzuoli.

Un percorso didattico di cinquanta ore che, durante l’anno scolastico 2010-2011, ha analizzato eventi del Novecento,  amalgamando la Storia ufficiale – quella dei libri – con le storie drammatiche vissute da Napoli e dalla sua gente tra il 1940 e il 1945.

Le insegnanti coordinatrici del laboratorio hanno dotato i ventidue studenti che hanno aderito al progetto di un “microscopio e un telescopio, attrezzi da astronomi e scienziati, affinché imparassero a guardare, anzi, a vedere il mondo prima attraverso lenti che ingrandiscono granelli di realtà, quelli che nessuno riesce a vedere perché impercettibili ad occhio nudo, e che sono l’oggetto della poesia; poi a scoprire con le stesse lenti quei punti lontani nello spazio e nel tempo interiori, quelli dispersi o sfuggiti all’attenzione e alla riflessione.”[18]

Il risultato è un volume di poesie efficaci, immediate. Parole che si vedono e respirano, emozioni tangibili, che si toccano e ci toccano.

Ne riporto due, a dimostrazione che i ragazzi sanno essere grandissimi.

Un grazie di cuore a tutti loro, e alle insegnanti. 

 

La voce della morte (io morto)

Ed eccomi qui,

su questa neve

che fredda non è più.

Il rumore dei battiti è attutito.

L’anima è addormentata.

La mia battaglia finisce qui.

(Francesca Tella)  

 

C.S.I.R.

Partire lontano.

Posto sperduto.

Tu non hai mai

udito

le urla

di un uomo

ormai sconosciuto.

(Jessica Castellano)

 

Desidero ringraziare Vittorio, Nicola (e Svetlana) per l'accoglienza cordialissima e per... la pizza!

 



[1] Il I Gruppo del 52° Reggimento Artiglieria era provvisto da obici da 100/17, il II e il III Gruppo erano invece dotati di cannoni da 75/27.

[2] La Feldgendarmerie era la Polizia Militare delle Forze Armate tedesche. Chi vi apparteneva era ben riconoscibile, in quanto indossava sull’uniforme una gorgiera caratteristica, costituita da una piastra metallica appesa al collo mediante una catenella.

[3] La Torino raggiunse la Pasubio e la Celere sul fiume Dnepr verso la fine di agosto-inizio di settembre.

[4] 28-30 settembre 1941. Schieramenti per quanto riguarda il 52° Reggimento: II Gruppo (maggiore Rovetto) con la colonna di sx e l’82° Reggimento Fanteria, III Gruppo (maggiore Cosco) con la colonna di dx e l’81° Reggimento Fanteria, I Gruppo (maggiore Russo) con il Reggimento Nortland della Divisione Viking.

[5] Il 17 novembre 1941.

[6] Esiste ancora oggi. Il marchio fu depositato nel 1924; la formula originaria era a base di sali di mercurio.

[7] Dal 6 al 14 dicembre 1941.

[8] Il generale Ugo De Carolis era il comandante della fanteria divisionale.

[9] L’avvicendamento di norma riguardò quanti erano giunti al Fronte Russo prima del 31 dicembre 1941; il racconto di Vittorio De Astis sembra evidenziare una situazione ben diversa, anche se alcuni reparti vennero in effetti avvicendati. Il generale Lerici – comandante la Divisione Torino e di cui la sottoscritta ha letto alcune considerazioni sull’argomento – caldeggiava una sostituzione per reparti interi, se non addirittura per Unità. Invece ufficiali e truppa vennero avvicendati alla spicciolata. Le conseguenze furono molteplici: chi non venne avvicendato – per motivi diversi – si ritenne vittima di un’ingiustizia; i nuovi venuti si amalgamarono a fatica con i veterani che avevano affrontato lunghi mesi di guerra al Fronte Orientale; inoltre, se i vecchi elementi – più esperti – erano stanchi e logorati, i nuovi arrivi difettavano di spirito combattivo e rendimento tecnico. Peggio ancora: quando i Sovietici attaccarono le Divisioni di Fanteria l’11 dicembre 1942, l’avvicendamento era tuttora in corso; il ripiegare – condizione già di per sé drammatica – venne complicato dal fatto che mancava il giusto affiatamento nei reparti e in alcune circostanze (causa, appunto, l’avvicendamento) i Comandanti non avevano ancora potuto conoscere quegli ufficiali appena giunti al fronte.

[10] Vittorio De Astis fa riferimento all’operazione Piccolo Saturno. Molti testi ne fanno risalire l’inizio  al 16 dicembre 1942, ma i primi attacchi avvennero – soprattutto nel settore del II Corpo d’Armata – a partire dall’11 dicembre.

[11] La Divisione Torino nell’autunno del 1942 venne assegnata – insieme alla Celere e alla Sforzesca – al XXIX Corpo d’Armata tedesco, che per assurdo si trovò costituito  da tre Grandi Unità italiane. Il 19 dicembre, quando iniziò a ripiegare, la Divisione Torino era pressoché intatta, in quanto non investita direttamente dagli attacchi sovietici dei giorni precedenti. Il generale Lerici, nella sua relazione relativa al periodo dal 19 dicembre 1942 al 17 gennaio 1943, lamenta la presenza disordinata di elementi della Divisione Pasubio e del personale del XXXV Corpo d’Armata, della 298ª Divisione Tedesca, e anche del II Corpo d’Armata (Divisione Ravenna)... essi intasarono la cosiddetta strada degli avvicendamenti, rendendo difficilissime le prime fasi della ritirata.

[12] Probabilmente Vittorio De Astis fu catturato ad Arbuzovka. Nella relazione già citata, il generale Lerici racconta lo sganciamento dalla valle della morte e di un duro scontro sostenuto dalla retroguardia della colonna in uscita da Arbuzovka; tra i reparti di retroguardia ve n’era uno di formazione, con elementi del 52° Artiglieria, agli ordini del tenente colonnello Sacco. Lerici aggiunge che un’aliquota della retroguardia non riuscì più a raggiungere la colonna... Forse Vittorio De Astis fu fatto prigioniero in tale circostanza.

[13] Alcune testimonianze, tra cui anche questa di Vittorio De Astis, citano Saransk, ma il complesso dei lager contrassegnati dal n. 58 è ora conosciuto con il nome di Tiomnikov (o, più correttamente, Tëmnikov).

[14] Da una verifica nella banca-dati del presente sito Francesco Speranza risulta deceduto il 25.02.43 al campo 58 di Tëmnikov ma – come già detto nella nota precedente – il 58 era in realtà un complesso abbastanza vasto di lager, ed è quindi probabile che Speranza fosse stato trasferito in un altro dei campi di Tëmnikov, dove – in totale – persero la vita 4.329 prigionieri italiani (vedere Rapporto U.N.I.R.R. sui prigionieri di guerra italiani in Russia e I prigionieri italiani in Russia, di Maria Teresa Giusti). Tëmnikov risulta essere, per mortalità, secondo solo a Tambov. Vittorio De Astis, durante un incontro-testimonianza con alcuni ragazzi di un Istituto Superiore di Pozzuoli nel 2010, precisò che “il campo n. 4 [probabilmente 58/4, n.d.r.] era il campo della morte, quelli che erano in quel campo erano malaticci, non guarivano più...”

[15] Tale metodo è confermato da altri reduci, seppure prigionieri in lager diversi.

[16] Leggera deformazione di slabyy, in cirillico слабый. Alcuni prigionieri parlano di quattro categorie.

[17] Nel 1871, con la disfatta dei Francesi nella guerra franco-prussiana, i territori di Alsazia e Lorena vennero annessi all’Impero Tedesco e da allora furono contesi fra i due Stati: tornarono alla Francia dopo la sconfitta della Germania al termine della Prima Guerra Mondiale. Ma, con la resa francese del 1940, il dramma si ripropose; si calcola che circa 130.000 Francesi di Alsazia e Lorena furono arruolati a forza dai Tedeschi, a partire dall’ottobre 1942; la maggior parte di essi fu inviata a combattere proprio al Fronte Orientale. Quei soldati, alcuni dei quali avevano diciassette anni, chiamavano loro stessi malgré-nous (malgrado noi, facendo riferimento al fatto che si trovavano inseriti nelle forze armate tedesche contro la loro volontà). Una buona parte disertò e si presentò all’Armata Rossa, con la speranza del rimpatrio e di raggiungere le formazioni della Francia Libera. I Sovietici, naturalmente, diffidarono e spesso fucilarono subito i malgré-nous, considerandoli spie tedesche, anche perché non erano a conoscenza del dramma vissuto dalle popolazioni di Alsazia e Lorena. Altri malgré-nous vennero mandati nei lager, subendo il medesimo durissimo trattamento riservato ai prigionieri di guerra.

Alcuni, sopravvissuti a Tambov, riferirono testimonianze drammatiche. Fonte: wikipedia.

[18] Dalla presentazione del volume Storie dalla Storia: il senso nei sensi. Napoli 1940-’45.