Sottotenente medico Egidio Picco
Divisione Vicenza – 278° Rgt. Fanteria
 

 

Queste sono le lettere del sottotenente medico Egidio Picco, mio zio paterno, scritte nel 1942, quasi dimenticate per settant'anni.
Nel dicembre 2012 chiesi alla sorella di Egidio – Silvia, 96 anni – se conservasse ancora quella corrispondenza.
"Certamente.", era stata la risposta, prontissima. "Sono nel cassetto segreto del tavolino."
Nel cassetto nascosto, non visibile dall'esterno, c'erano trentuno lettere e cartoline, in un unico plico.
La prima – indirizzata a due zie – è del 19 maggio 1942, con l'annuncio che aveva optato per la Russia, rispetto all'Africa Settentrionale. Poi via via si arriva all'autunno dello stesso anno, con le notizie relative al viaggio in treno fino in Ucraina e alle marce forzate per arrivare al fronte.
Seguono quelle del novembre e dicembre 1942, con i soldati della Divisione Vicenza imbucati nei rifugi, isolati da tutti e da tutto. L'ultima missiva è del 6 gennaio 1943, quando Egidio non sapeva ancora né della trappola in cui già si trovava con il resto dei reparti italiani, né che dopo una decina di giorni sarebbe arrivato l'ordine di ritirata. Poi... nulla.
Ho ritenuto opportuno aggiungere le notizie fornite – a distanza di tempo – a mio padre Enrico da un commilitone dello zio Egidio, il sottotenente Dante Mastronardi di Macerata, rientrato in Italia nel 1946 dopo tre anni di prigionia.
Sono le ultime e uniche notizie sicure e si riferiscono al 23 gennaio 1943 e al combattimento di Varvarovka – una delle battaglie sostenute in quei giorni – che segnò l'inizio della prigionia.
Vi sono, inoltre, le notizie – incerte – del maggiore Fabrocini (anch'esse costituiscono una testimonianza su Varvarovka) e quelle del comandante della Divisione Vicenza, generale Etelvoldo Pascolini, contattato nel 1950 dopo il suo rientro dalla lunghissima prigionia.
Tale lavoro di ricerca e trascrizione mi è parso doveroso, per rendere accessibile questa testimonianza a chi vorrà leggerla e perché possa aggiungersi alle altre di quel periodo.
Dalle lettere emergono elementi significativi sullo stato d'animo dei soldati italiani, sui loro interrogativi, sulla gente di Russia, sul modo di passare le giornate e vivere in quella situazione, tranquilla e monotona e sempre uguale, che però sappiamo quanto, da un certo giorno in poi, diventò drammatica e tragica.
La storia dello zio Egidio si ferma al 6 gennaio 1943.
Quanto gli successe dopo non è raccontato da lui. Non ha potuto farlo, ma lo si può immaginare leggendo ciò che hanno scritto coloro che ebbero la sorte di ritornare.

Paolo Picco

 

La trascrizione di lettere e cartoline è fedele all'originale. In alcuni casi, per rendere più agevole la lettura, si è modificata la punteggiatura. Segnaliamo che in una delle sue lettere Egidio Picco – di sicuro assorbito da pensieri e attività più importanti – ha sbagliato nell'indicare l'anno fascista: il 1942 era l'anno XX fino al 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma del 1922, ma diventò l'anno XXI a partire dal giorno 29 ottobre. Nella lettera del 30 ottobre Egidio l'ha riportato ancora come XX. Nel trascrivere il testo abbiamo preferito correggere l'imprecisione, che troverete – invece – nella copia del manoscritto originale. Ringraziamo di cuore Paolo Picco, nipote di Egidio, per averci dato la possibilità di pubblicare le lettere dello zio.

 


 

Cartolina del 19 maggio 1942

 

Alle gentilissime sig.ne

Angela e Savina Colombo

Via Zucchi 19

Monza

 

Fronte di Laveno, 19.5.1942

 

Carissime zie,

 

non potete immaginare qual è stata la mia gioia e la mia consolazione nel ricevere dopo lunghi anni di silenzio e di lontananza uno scritto proprio scritto di vostro pugno con tante belle e commoventi parole e con una calligrafia che lasciava trasparire l’ansia e il sentimento del vostro cuore. Ora affronto con più coraggio e decisione le fatiche e i pericoli di questa mia vita. Dopo quella famosa informazione del Dicembre u.s. altre ne sono state richieste e queste a tutti gli ufficiali del 3° Genio: di indicare cioè se abbiamo preferenze per l’A.S. [Africa Settentrionale, n.d.r.] o per la U.R.S.S.: messi fra l’incudine e il martello, io ho scelto il martello (non è un rebus difficile: vedrò se sarete capaci di risolverlo).

Spero di presto rivedervi e di riabbracciarvi e baciarvi con grande affetto. Ricevete un saluto dal vostro nipotino

 

Egidio

 

Dite a casa mia di scrivermi subito che numero di piede hanno la Silvia e la Lina. Se hanno bisogno di un paio di scarpe manufatte (cuoio, £. 200) e se posso acquistarne.

 


 Leggi la cartolina del 19 maggio 1942.


 

Lettera del 20 agosto 1942

 

Bergamo, 20 agosto 1942

 

Carissimo papà,

 

un po’ triste il ritorno a questo dovere, ma pure inevitabile. Non ho trovato in fondo in fondo alcuna novità degna di nota all’infuori della recisa affermazione del Colonnello questa sera a rapporto circa la partenza per la zona d’impiego ai primissimi di settembre. Vedrò nei giorni seguenti di precisare la notizia.

 

Oggi come prima attività mi sono recato dal fotografo e ho fatto le prime manovre per avere la divisa nuova a prezzo più che conveniente. Dovrò però attendere qualche giorno per portare a termine le pratiche. Domani acquisterò le coperture della bici, poi dovrò sistemare la mensa abbandonata un po’ a se stessa in questi giorni. Il mio maggiore si è fatto ancora più rigido e per via di un rapporto alle 17 del pomeriggio della domenica (!) non so se potrò fare la progettata capatina a casa. Ad ogni modo spero di sì – Saluti affettuosi a Lina, Silvia, Astelio e parenti. A te un caro bacione.

 

Egidio

 


 Leggi la lettera del 20 agosto 1942.


 

Lettera del 1° settembre 1942 

Egidio Picco seduto su ponte

 

 

P.M.156 – 1 sett. 1942 

 

Carissimi,

oggi proprio avevo desiderato di scappare a casa a festeggiare un poco per il mio onomastico. Invece per diverse ragioni di lavoro non ho potuto. 

Oggi ho ricevuto gli auguri della zie Antonietta, Rita e Adele, della zia Adele e Giovanni, della Maurizia della famiglia del Caffè del Giglio unitamente ai ringraziamenti per l’immagine della mamma, dai sig.ri Fossati di Gavirate che mi attendono prima di partire. Oggi ho pure scritto allo zio Giuseppe. 

Ho già parlato col comandante di Btg. perché possa essere a casa domenica, quando ci sarà anche Astelio. Sembra che la partenza avvenga il 14, giorno più o giorno meno. L’itinerario sarà pressappoco questo:

 

Verona – Brennero – Monaco – Bratislava – Varsavia – Brest Litowsk.

 

Qui il treno si fermerà e la fanteria comincerà a camminare verso est. 

Vi parlerò domenica dell’equipaggiamento che si potrà avere dal Rgt.. Da parte mia dovrò però comprarmi il lettino da campo e qualche altra cosuccia. 

Statemi bene ed arrivederci, tanti saluti ed affettuosi abbracci

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 1° settembre 1942.


 

Lettera del 22 settembre 1942 

 

Bergamo, 22.9.1942 – XX

 

Carissimo papà,

non ho ancora ricevuto una risposta al mio scritto circa la mia passata relazione. Ti farò sapere in seguito e se una risposta verrà.

Solo oggi è stato comunicato il giorno e l’ora della partenza del mio scaglione: 1 ottobre alle ore 23. Ho quindi la possibilità di venire a casa ancora domenica 27 o lunedì 28 giacché probabilmente domenica andrà in permesso il mio collega.

 

I miei preparativi personali sono ormai al completo o quasi. Oggi ho eseguito la II iniezione anticolerica. Marce e tiri non ce ne sono più. Tutto è concentrato sulla partenza. Sto studiando il nuovo metodo di trasmissione delle notizie. 

Statemi tutti bene e abbiti l’affettuoso saluto mio.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 22 settembre 1942.


 

Lettera del 24 settembre 1942

 

P.M.156 – 24/9/1942

 

Carissima Silvia,

ormai la partenza è certa per il 1° ottobre. Ho terminato oggi le iniezioni. Il conto della mensa è da oggi chiuso. Abbiamo ricevuto l’ordine di versare tutto il materiale di casermaggio, sono stabiliti gli orari dei convogli ferroviari, la loro composizione e gli orari di marcia verso il confine. Il mio equipaggiamento è al completo. Già ci hanno fatto firmare la delega per pagare una parte del nostro stipendio direttamente alla famiglia a 1/2 del Distretto. Non si potrà portare oltre il confine più di 304 lire, pari a 40 marchi. Questa settimana è stata per me particolarmente intensa di lavoro.

 

Spero di poter riposare in viaggio! 

Sabato ti telefonerò quando potrò essere a casa prima di partire. Così telefonerò anche ad Astelio. Intanto sabato notte avrò l’ultima marcia!

 

Tanti cari saluti alle zie Angela e Savina ed a tutti voi. A te un bacio e un affettuoso abbraccio.

                                                       

Egidio

 


Leggi la lettera del 24 settembre 1942.


  

Cartolina del 3 ottobre 1942 

 

Fortezza, 3-10-42

 

Sorelle Angela e Savina Colombo

Via Zucchi 19

MONZA

 

Carissime zie,

da presso il Brennero vi invio il mio saluto affettuoso. Poi per un po’ di giorni non riceverete più. Ho rivisto Funes e la Val Gardena. Penso però alle pianure gelide della Russia.

 

Un affettuoso abbraccio.

 

Egidio

 


Leggi la cartolina del 3 ottobre 1942.


 

Cartolina del 7 ottobre 1942

 

CARTOLINA POSTALE PER LE FORZE ARMATE

 

Leopoli, 7-10-1942

 

Carissime zie,

 

il viaggio prosegue regolare e calmo. Dopo l’Austria, la Germania e la Slovacchia siamo entrati nella Galizia e andiamo verso l’Ucraina.

Il tempo si mantiene bello, i viveri non ci mancano. Qui si cominciano a vedere i segni della guerra. State bene e salutatemi quelli di casa. A voi un caro abbraccio.

 

Egidio

 


Leggi la cartolina del 7 ottobre 1942.


 

Lettera del 19 ottobre 1942

 

19 ottobre 1942, XX

 

Carissimo papà,

finalmente una sosta, grazie al tempo piovoso, mi permette di inviarti uno scritto. Non mi sto a perdere in descrizioni d’ambiente e panoramiche. Più ti interesserà sapere che siamo arrivati a 16 dopo 4 giorni di marcia (un vero calvario) da [località cancellata dalla censura, n.d.r.] dove ci aveva portato la ferrovia.

Ora ci porteremo una sessantina di km a est dove risiederò con il comando di Btg. a [località cancellata dalla censura, n.d.r.].

In questi giorni di marcia abbiamo provato qualche disagio di fatica e di rifornimenti, dovendo improvvisare un alloggio quando già il sole era tramontato e il vento della notte faceva sentire il suo rigore. Uno svantaggio non indifferente è dovuto al fatto che alle 16 si fa buio fino alle 5.30 del mattino quando si è in partenza.

 

Come a Sagrado (?!) ho già dato al freddo e allo strapazzo il mio “raffreddore di testa con un poco di febbre”. Ora però è in via di miglioramento e speriamo che non si ripeta più. Non impressionatevi né allarmatevi. Ho ritrovato qui ad un reparto del III Genio alcuni soldati che erano l’anno scorso a Laveno con me. Ho visto anche un capitano del Genio che conosce molto bene il Magg. Moretti e il Cap. D’Antilia.

 

Quanto a “quelli di Laveno”, come già dissi alla zia Savina, dopo la lettera inviatami dalla sig.na Giuseppina, non si sono fatti più vivi. Posta finora io non ne ho ricevuta, dalla partenza da Bergamo. Spero che a questa data voi abbiate ricevuto i miei scritti giornalieri delle diverse tappe: ad ogni modo spero che per una quindicina di giorni anche questo nostro contatto si faccia continuo, anche se dal 15 ott. la posta aerea non funziona.

 

A te a Lina, Silvia, Astelio e a tutti i parenti un abbraccio e un bacio.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 19 ottobre 1942.


 

Lettera del 25 ottobre 1942

 

Lettera n. 1 – 25/10/1942  XX

 

Carissimo papà,

non meravigliarti se in queste lettere mie alcune cose le trovi ripetute: siccome che non c’è sicurezza nel recapito di tutte le lettere, così faccio perché ne arrivi qualcuna.

A tutt’oggi non mi è pervenuta ancora una sola lettera dall’Italia; ma non importa, sperando sempre che lì continuiate tutti bene.

 

Con questa lettera numererò tutti i miei scritti: voi ditemi di volta in volta il numero che riceverete: di queste io riterrò gli argomenti trattati e la data d’invio.

 

Qui si vive in un guscio chiuso: siamo a poca distanza dal fronte, ma se ne sa meno che essere a Monza. Il tempo è eccezionalmente favorevole per temperatura e serenità.

La sistemazione nostra è ancora di là da venire, ed io persisto finché me lo permette il tempo, ad essere ospite in paese dove mi sono sistemato per benino, anche se al mattino devo fare un buon 4 Km a piedi per raggiungere la caserma.

Bisogni speciali non ne ho: si sente particolarmente la mancanza della frutta e della verdura fresche; si continua a mangiare pasta, pane, marmellata, manzo a lesso con qualche pasticcio che fanno qui con i semi di zucca e di girasole.

Ci si alza al mattino al sorger del sole (ore 5 nostre) e ci si corica subito dopo il tramonto (ore 17 nostre) giacché il problema dell’illuminazione è insormontabile. Mi domandavo ieri quale possa essere la nostra funzione d’essere qua e l’ho constatata nulla, all’infuori del fatto di provare i rigori dell’inverno russo. Infatti una volta iniziata la cattiva stagione che ormai incombe, non ci resterà che chiuderci ermeticamente in casa, al fuoco, e così per 4-5 mesi, sempre che non ci manchino i viveri o meglio il tempo di immagazzinarne a sufficienza.

 

01.Frammento lettera 25.10.42 ribbet

 

Alla prossima occasione, inviatemi il maglione.

La salute mia è ritornata buona e così spero persista per tutto l’inverno.

Salutatemi tutti i parenti: le zie Angela e Savina; don Antonio; maestro Fossati ecc.

A te, a Lina, Silvia ed Astelio il mio abbraccio affettuoso e tanti baci.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 25 ottobre 1942.


 

Lettera del 26 ottobre 1942

 

 

Lettera n. 3 – 26/10/42

 

Mia carissima Silvia,

immagino con quanta ansia tu attenda mie particolareggiate notizie. Spero che arrivandoti in tempo, questa mia ti porti freschi freschi i miei auguri di tuo onomastico.

 

Il viaggio in treno fino a 120 km da [...] è stato ottimo, sebbene negli ultimi 2000 km tremendamente uniforme e monotono il paesaggio ucraino. Vedessi la miseria di queste popolazioni! Nel corpo, nel vestire, nella casa, nel mangiare: veramente è cosa impressionante e solo dopo aver visto coi propri occhi e toccato con le proprie mani si deve concludere che in Italia si vive di una vita libera, varia, bella: qui non ti accorgi più del giorno, della settimana, dei mesi. Non ti accorgi più di niente: non orologi, non campane, non segnali, non luce, non posta, non domenica, non giovedì, non botteghe, non mercati, niente. Tutto scolora e sfuma in un unico quadro sempre uguale a se stesso, sempre opprimente, sempre melanconico. Sembra qui che gli uomini non sappiano più vivere, più fare, più creare, più pensare. Il taccuino, sul quale si intrecciano gli atti piccoli e grandi del nostro vivere, qui non ha più nessun valore, non ha senso, è morto. Due cose ancora variano col giorno e con le ore. Ma lo sono ancora, perché li muove il Signore e non gli uomini, il Sole e la Luna: belle giornate ancora piene di sole, belle notti di stelle e di argentea Luna. Qui dove ora siamo lo scenario è ancora fatto oltre che scialbo anche crudele e desolato per i segni manifesti della guerra: tracce profonde, ferite ancora aperte, squarciate dalle bombe degli Stukas o dell’artiglieria.

Non una casa intatta, quasi tutte ridotte a mozziconi di mura infrante. Molte donne e ragazze e bambini, pochissimi giovani indolenti e fannulloni.

 

Oggi è giornata, da noi, si direbbe di novembre: nebbiosa, uggiosa sebbene non fredda. Risveglia alla memoria il giorno dei morti e non posso sottrarmi, né voglio sottrarmi – giacché mi è di conforto assai ora che sono solo e che per le anime non c’è limite di spazio che tenga – al pensiero della mamma. Tutte le mattine, tutte le sere, facendo la strada dalla casa dove dormo all’accantonamento (km 3) mi trattengo con lei: se non posso per non risvegliare in te e in voi i subiti accenti del dolore, ti parlerei dei “nostri” discorsi, dei “miei” ricordi... quei pomeriggi del ginnasio e del liceo, quando tu, Lina, papà, Astelio eravate altrove, io ero lì con lei, noi soli: la vedo pensierosa guidare con l’occhio e con la mente la mano sapiente nei suoi lavori, la sento canticchiare mentre la macchina da cucire canta sotto il suo sollecito piede, la sento chiedermi notizie della città, della strada, lei che della città e della strada non sentiva che l’eco; poi il consiglio su quel che dovesse fare da mangiare  la sera... Basta.

 

Silvia, dicesti a papà che partendo da Bergamo ero raffreddato: no! Ti sei sbagliata, sai. Ma non importa: è così spiegabile il perché nei miei scritti durante il viaggio non accenni a questo raffreddamento.

Quello invece vero che ho avuto dopo la seconda tappa a piedi qui e dopo la 4ª tappa sotto la pioggia, è ora in via di guarigione. Ad ogni modo non abbiate a preoccuparvi eccessivamente.

 

Ieri ho ricevuto il biglietto postale del papà del 9/10, e due cartoline della zia Angela e Savina; inoltre una lettera di Astelio del 29/9 e uno scritto di Busnelli. Fate il conto che per via ordinaria le lettere impiegano dai 15 ai 20 giorni e forse più con l’inoltrarsi nell’inverno.

Se mai non aveste ricevuto altre mie lettere che sono numerose inviatemi il maglione alla prima occasione e dei francobolli da 50 ctm. Ricambiate i miei saluti alla sig.ra Camparada, a don Antonio, all’Angiolina, al Mario, al dott. Nova e famiglia e a quanti vi domanderanno di me; alla sig.ra Rosa ecc.

A tutti voi i miei più affettuosi saluti.

A te uno stretto abbraccio e tanti caldi baci.

 

Ciao.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 26 ottobre 1942.


 

Cartolina del 27 ottobre 1942

 

Gent.me Sig.ne

Angela e Savina Colombo

Via Zucchi 19

Monza Milano  Italia

 

27-X-42, XX

 

Carissime zie,

vi ringrazio per quanto vi siete date da fare per me prima della partenza: capisco benissimo le vostre preoccupazioni amorevoli e ve ne sono grato. Non datevi pensiero ché saprò sempre sopportare e guarire il mio dolore.

Ora son qui tranquillo e calmo in attesa dell’inverno: come sarà, quel che sarà e come passerà, lo vedremo. Il tempo qui si mantiene eccezionalmente bello e tepido, non sembra neppure di essere in Russia: l’anno scorso di questi tempi c’erano già parecchi cm di neve e fango in larga misura.

 

La sistemazione degli equipaggiamenti e viveri è sempre in. .. [testo incerto, n.d.r.] ma le prospettive per il futuro non sono rosee: lo sento particolarmente in certi istanti della giornata... ma che ci posso fare io? Speriamo che Dio me la mandi buona.

 

Voi statemi serene e fiduciose: la mamma la sento e mi segue.

 

Un abbraccio affettuoso.

 

Vostro Egidio

 


Leggi la cartolina del 27 ottobre 1942.


 

Lettera del 30 ottobre 1942

 

Lettera n. 4 – P.M.156, 30-X-1942, XXI

 

Carissima Lina,

la sistemazione nostra è terminata in modo discreto. Ormai la giornata si svolge con ritmo e con metodo, non priva delle passate occupazioni e qualche volta preoccupazioni: l’infermeria, gli ammalati delle 3 Compagnie mie dipendenti, una a km 18, una a km 9 alla quale anche ieri ci sono andato col cavallo (ritornerò a casa avendo un mestiere di più); infine la mensa: gira e rigira è ricaduta sulle mie spalle, pazienza! Infine, altre numerose occupazioni che bisogna arrangiarsi e purtroppo chi più s’ingegna più lavora: da fabbro, da falegname, da carpentiere, da capomastro, ecc. ecc. E così passo le mie giornate, tanto dense di lavoro che da tre giorni non avevo più avuto tempo di scrivervi; primo perché, giù il sole, si resta paralizzati dal buio: petrolio ce n’è poco, cera men che meno.

La salute è ritornata normale. Il tempo sempre bello, non assolutamente freddo. Novità degne di rilievo non ce ne sono finora. Siamo qui come a Bergamo, con la differenza della distanza, della scomodità, di una vita sempre condotta sui due piedi.

In complesso finora non ci si può lamentare e poi l’uomo è certo fra gli animali il più facilmente adattabile all’ambiente.

Se mai non aveste ricevuto le lettere precedenti, vi raccomando il maglione, i francobolli e altri eventuali indumenti di lana. Anche i fiammiferi inviatemi e un passamontagna. Fammi tu Lina, se hai tempo, un paio di guanti di lana grandi da mettere sopra quelli di pelle e con pelo che mi hanno dato in uso: ci vogliono di dita larghe e lunghe  e così il palmo della mano e il polso. Statemi bene tutti quanti.

A te, papà, Silvia e Astelio un caldo abbraccio.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 30 ottobre 1942.


 

Lettera del 5 novembre 1942

 

Lettera n. 5 – 5  Nov 1942, XXI

 

Carissima Silvia,

ho ricevuto appena adesso le tue lettere del 4 e del 8 ottobre: come sono lente ad arrivare! Scrivi per via aerea, così le avrò certamente entro dieci giorni. Ieri ho appreso attraverso la lettura di alcuni bollettini arretrati di ottobre, delle incursioni e dei bombardamenti aerei su Milano, Monza, ecc. Vedi di darmi presto notizie di essi e di ogni altro che, speriamo, non avvenga più in avvenire. Dalla lettera del 4-10 ho appreso della vostra avventura sul gamba di legno: è certo stato meno movimentato il mio lungo viaggio, ormai anche questo è un ricordo. Con piacere apprendo che Lina si è già messa a lavorare per il mio maglione di lana e per il passamontagna. In questo momento il lavoro sarà finito e forse gli indumenti già in viaggio. D’altro non abbisogno per ora e per l’avvenire, almeno spero. L’altro ieri sono pervenute qui per essere da me firmate le note caratteristiche personali mie da parte del 27esimo Art. e del 3° Genio: sono stato classificato “Buono con punti 3” che è la penultima classificazione verso l’ottimo in questo genere.

Attendo a giorni la promozione a tenente.

Ancora l’altro giorno mi scrissero i fratelli Finardi di Bergamo, i coniugi Pioltelli da Monza, e oggi insieme alla tua lettera ho pure ricevuto gli scritti di Astelio, l’uno in data 11-X e l’altro in data 18-X: in esse Astelio mi diceva del tuo raffreddore, del regalo fatto a Nova, di provvedere all’invio del Cittadino. Sì, bene a questo e ad esse aggiungete qualche numero interessante del Corriere o altro giornale. Scrivetemi anche qualche cartolina illustrata della città. Non ricordo se ve l’ho detto: ma in viaggio a Starobelsk, 60 km indietro di qui, ho incontrato due genieri che erano l’anno scorso a Laveno con me. Ancora Astelio mi ha scritto di Crespi Eugenio, di Camparada Pier Carlo, del dott. Monguzzi. Ho pure ricevuto la cartolina postale delle zie in data 18-10.

Mie novità particolari non ho, a meno di mettermi a raccontare di queste pianure ad orizzonte indefinito. Qui le misure invece che a metri si fanno a chilometri. Il sole sorge sempre prestissimo rispetto al mio orologio e tramonta pure prestissimo (ore 4.30). Ovunque prati secchi, sterpaglia e piccoli boschetti.

La vita è monotona al massimo: i giorni sono tutti uguali.

Non si vede più un vestito a festa, non si sente un tocco di campana, non ci si accorge più del 28 ott – 4 nov – giorno dei santi, giorno dei morti: sempre uguale.

La mia salute ti assicuro con verità che va bene.

Il tempo, sebbene oggi un po’ nebbioso, pure è sempre bello e soprattutto non affatto freddo: è veramente qualcosa di eccezionale, anche gli abitanti ne sono meravigliati.

 

Talvolta penso alla vita che trascorrevo a casa: oh! La mia professione, le ore in ambulatorio, le corse in bici, le case, le scale, le strade, l’ospedale, il laboratorio, il microscopio, il poco dormire, la preoccupazione, le dimenticanze, ecc. ecc.. Giungevo stanco alla sera, spesso nervoso, taciturno, anche strapazzato e mangiavo poco, ma ero contento, soddisfatto. Ora mi tocca occuparmi di tutt’altre cose: mensa, viveri, legna, oscuramento, miele, burro, barbabietole, ammalati, autocarrette, muli, cavallo, ricoveri, pagliericci, pidocchi, topi, febbre ecc. ecc. e tutto è difficile a farsi, impossibile il più delle volte. Ed intanto i giorni passano e si tira innanzi.

 

02.Frammento lettera 05.11.42 ribbet

 

Cara Silvia, quando potremo rivederci a Monza? Oh potessi tornarvi anche un sol giorno a Natale! Tuttavia bisognerà accettare quel che Dio vorrà.

Voi statemi bene. Di fronte agli allarmi state calmi, però cercatevi un posto sicuro se quello della nostra casa non lo è dopo le dolorose esperienze della fine di ottobre.

Salutatemi moltissima gente. A te il mio abbraccio e un affettuoso bacio e così a Lina, Astelio e papà. Ciao. Scrivi per via aerea!

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 5 novembre 1942.


 

Lettera del 6 novembre 1942

 

6-11-1942, XXI

 

[l’originale riporta come data il 6-9-1943... probabilmente si tratta di un refuso di Egidio Picco: nel testo vi sono, infatti, riferimenti a lettere dell’8 o del 18 ottobre, n.d.r.]

 

Carissimo Astelio,

ho ricevuto le tue lettere dell’8 o del 18 ottobre. Grazie delle notizie che mi dai: ora attendo con ansia quelle dei giorni successivi al 20 ottobre u.s.

Notizie mie interessanti non ne ho. Immaginati che siamo sistemati alla bell’e meglio in una ex-scuola russa un po’ diroccata ma che con opportune riparazioni di fortuna è diventata abbastanza ospitale. Poi si sono occupate alcune case borghesi dove mettere l’infermeria, la fureria, la cucina ecc.. Ma ti devi immaginare il lavoro da farsi così senza mezzi, senza uomini competenti a disposizione; hai visto gente che ha sempre fatto il contadino diventare macellaio, falegname, muratore e io stesso più che il medico finora, e speriamo tutto inverno, ho fatto il raddrizzachiodi, lo spaccalegna, il cuoco, lo scaricatore, il disinfestatore di letti ecc. ecc. La mattina sveglia alle 5.30; poi colazione con burro, miele e caffelatte. Quindi un giro in cucina: spartizione dei viveri alla mensa della compagnia, stesura del menu, un occhio al fuoco e uno alla gavetta, visita medica. 4 volte alla settimana in autocarretta gita alle diverse Compagnie distaccate per la visita medica. 2 volte la settimana, nel pomeriggio, una galoppata di 40 minuti sul cavallo per andare alla Cp più vicina. A mezzogiorno mensa, il cui menu è di questo tipo: pasta al sugo o risotto; carne con patate o barbabietole; formaggio o marmellata; pane a volontà (400 gr a testa: ne ho d’avanzo); caffè (proprio quello vero). Ieri gran festino (avevamo quale invitato di riguardo il magg. Com. della tappa di [censurato, n.d.r.]: risotto alla milanese; prima però: antipasto di salame (quello bergamasco), burro e alici piccanti. Poi cotolette alla milanese con purè. Formaggio. Torta di pastafrolla con crema e 1/2 gelato sul tipo di quello di Laveno: attorno noccioline frantumate, erano noccioline che mi aveva portato dalla Sicilia un mio soldato ancor prima di partire da Bergamo; me ne ero dimenticato finora quando son venute buone all’occasione.

Altri particolare della mia vita te li invierò con un altro scritto.

Per ora spediscimi 5 tubetti di pomata alla dinamite, delle pillole o capillari di nitrito di renile o trinitrina (per accessi anginosi).

Stammi bene e non ti buscare raffreddori: prima regola è quella di non stare troppo al caldo in ambiente chiuso.

Ora ti saluto un po’ in fretta perché c’è l’autocarretta che mi aspetta per partire. Ciao. Un bacio.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 6 novembre 1942.


 

Lettera del 10 novembre 1942

 

10/11/42

 

Carissimi,

approfitto di questa occasione per inviarvi mie notizie a voce.

 

Inviatemi il maglione e il passamontagna, la posta per via aerea.

Come sentirete io sto bene e la vita non passa affatto grama e difficile.

 

Vi invio pure un piccolo campione di miele.

 

State bene.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 10 novembre 1942.


  

Lettera del 12 novembre 1942

 

Lettera n. 6 – P.M.156, 12/nov/1942, XXI

 

Carissima Silvia,

ormai da un mese mi trovo in questa terra, un mese passato in un baleno. Forse la quiete, forse il tempo buono hanno contribuito a non rendere pesante questo primo mese di permanenza. Avvisa il papà che non avendo funzionato per il mese di ottobre la delega per lo stipendio, ho dovuto inviare a 1/2 postale il mio stipendio che riceverà verso la fine del mese. Così l’altro giorno vi ho spedito un po’ di miele a 1/2 un mio fante di Monza che è andato in congedo perché “conduttore di azienda”. Egli vi porterà i miei saluti e vi dirà come siamo qui sistemati. [Si tratta del soldato Bovati, vedi lettera del 23 dicembre, n.d.r.]

Ormai da una settimana non si riceve più posta, attendo con ansia vostre notizie. Ieri ci hanno distribuito i cappotti con pelliccia: vanno molto bene e sono arrivati a buon punto giacché da quattro giorni fa freddo sul serio: al mattino il termometro scende a -17. Tuttavia non si ha l’impressione che faccia così freddo, alla stessa temperatura a Monza c’era da morire.

Il tempo è sempre sereno. L’altra notte abbiamo assistito da lontano a un bombardamento aereo. Sembra che a giorni ci spostiamo in città: in tale caso verremo a essere meglio sistemati con la luce elettrica, la radio (finalmente qualche voce familiare). Altre notizie di qualche importanza non ne ho per ora da darvi.

Stammi bene. Scrivimi di frequente e molte cose.

Tanti saluti al papà, Lina, Astelio e zie Angela e Savina, zii e zie.

A te un caro abbraccio.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 12 novembre 1942.


 

Lettera del 19 novembre 1942

 

Lettera n. 7 – P.M.156 – 19-NOV-1942,  XXI

 

Carissimo papà,

è una cosa veramente deprimente il non ricevere posta da casa. Per esempio il non sapere come ve la siete cavata nel bombardamento del 24 ottobre, oppure in quello successivo dei primi di novembre, eppure sono passati quasi trenta giorni e le ultime vostre notizie sono del 21 ottobre.

Né mi spiego il perché quando vedo che altri miei ufficiali hanno già ricevuto posta con notizie di tutto il mese di ottobre ed alcuni fino al 3 novembre! Come mai non avete pensato di scrivermi per via aerea? Ormai sono 50 giorni che ho lasciato l’Italia e non mi va di ricevere vostri scritti che mi parlano ancora del mio viaggio. La colpa non è vostra né mia.

Fortunatamente il lavoro non mi manca, ma certo che nelle lunghe serate un poco di nostalgia la si sente: specie ora che la novità del luogo e delle cose ha perso ormai tutto il suo lato interessante: ora che la neve ha disteso una coltre spessa e uguale ovunque, ora che la notte si ode echeggiare qualche colpo di fucile e da qualche giorno anche l’ululato dei lupi: già alla Cp qui vicino ne hanno uccisi due.

 

Spero che quando riceverete questo mio scritto anche il vaglia ti sarà giunto. Quindi il mese di ottobre l’ho riscosso io e te l’ho inviato per vaglia: tu alla fine di novembre o ai primi di dicembre – a mezzo del Distretto di Monza – potrai riscuotere il mensile di novembre.

 

Continuando le belle tradizioni del Rgt già abbiamo effettuato un primo trasloco: è nostro destino non stare fermi in un luogo più di uno o due mesi: v. Sagrado, Bergamo, Gandino, Borno, Bergamo, ecc. Lo spostamento è stato minimo (5 km) verso il centro abitato: abbiamo guadagnato in comodità di ambiente e di posizione rispetto alle strade (rare) di grande comunicazione (che ora sono come tutte le altre e peggio lo diventeranno in seguito), ma abbiamo perso in sicurezza (partigiani), in freddo (più esposti ai venti del nord), in pericolo di essere spezzonati dal cielo: a proposito, da tre sere ci vengono a trovare, poca roba però!

 

Ci lamentavamo quando venne l’oscuramento in Italia perché ci si vedeva poco a camminare per le strade. Ma qui si vive dalle 3 del pomeriggio alle 6 del mattino al lume della lampada a petrolio (finché ce ne sarà). Ma che vita: sempre affumicati dalla stufa a legna, dalla polvere dei muri o del pavimento, dal fumo del petrolio che ti annerisce tutta la faccia dopo una mezz’ora che ti sei messo a leggere o a scrivere. Poi passa un’ora, passan due ecc. fin che ti sembra un giorno che sia notte: guardi l’orologio e sono appena le cinque, le sei!! Se ti sforzi di continuare a leggere ti piangono gli occhi; uscire è pericoloso perché c’è il coprifuoco; e poi, come ora, nevica a larghe falde: uscire a fare, a bagnarti i piedi? Ti metti a discorrere, magari a luce ridotta. Andare in infermeria a vedere gli ammalati è inutile, la luce incerta e tremula delle lampade ti crea certe fisionomie, certe ombre sui volti, certi colori!...

E così si tirano le 6 1/2. Si va a cena, poi una partita a carte, sforzi sovrumani per vedere i segni. Andiamo a letto, sarà tardi. Macché, sono le 8 1/4. A letto ugualmente e si dorme se il crepitio della legna che arde o il rosicchiare del topo, anzi dei topi che fanno festa non ti svegliano e ti costringono ad  andare a vedere se non ti rovinano la cassetta o il pastrano a pelo o il telo tenda ecc. ecc.

 

Quanto al vitto, finora non mi manca nulla, nemmeno quei generi così rari da voi come il burro, miele, carne. Solo ci manca la verdura fresca così fragrante, i condimenti, la frutta: di essi si sente proprio un bisogno prepotente. Qui tutto è conservato, sente di chiuso, di stantio. Tuttavia siamo in condizioni di salute buonissime: io vedo che tutti i miei ufficiali e soldati sono ingrassati e più coloriti del solito.

Anche i chiedenti visita sono un’assoluta minoranza e i veri ammalati scarsissimi: ti basti dire che in un mese di Russia e più, solo 4 ricoverati in ospedale, 3 all’infermeria, quando invece a Bergamo, Borno, Gandino ecc. la media era di 20-25 ospedalizzati e 5-10 in infermeria: è però vero che qui la distanza e l’assenza del medico svaluta automaticamente i malanni. Ora termino questa lettera. Altri particolari in una prossima.

 

Attendo invece con ansia vostri particolari. Salutami amici e conoscenti tuoi e miei, i parenti tutti.

Un saluto a Lina, Silvia e Astelio. A te il mio abbraccio più affettuoso.

                                                                          

Egidio

 


Leggi la lettera del 19 novembre 1942.


  

Lettera con data censurata

 

LUOGO E DATA CENSURATE sull’originale

 

Carissime zie,

anche a voi la lunga lettera: ma dovrei ripetervi tante cose già dette nell’ultima a papà. Non dovete mettervi in mente di sentire cose straordinarie sul mio conto, non azioni di guerra, non imprese eroiche, non situazioni drammatiche, non eventi tragici. Finora la più quieta vita se non di caserma cittadina, di campeggio in zona non tanto ospitale, un po’ alla buona, tra gente con la quale ci si intende poco o punto. Talvolta situazioni comiche, altre volte un poco ardue dove però il proverbiale “arrangiarsi” risolve la questione.

 

Dopo il primo trasloco mi sono piazzato in una casa che è una mezza baracca messa insieme con fango, legno, rottami di ferro, paglia, sassi e così via. Una specie di anticamera, uno sgabuzzino puzzolente adibito a ripostiglio senza aria e senza luce, un locale dal soffitto che ti sta..., pavimento di terra che non si può mai scopare a modo e freddo e umido tanto che ho dovuto d’urgenza farlo ricoprire con assi di legno.

Una stufa dal forno interminabile, ma che fiammeggia abbondantemente e quel che più importa riscalda poco poco anche perché le piccole finestre bastano anche così a soffiare aria da ogni parte. D’un lato si è a piano rialzato, dall’altro mezzo in cantina. Prossimamente sotto neve: allora forse non soffierà più dentro aria fredda!

 

Mi hanno dato da una settimana il pastrano a pelliccia, con esso e il sacco a pelo ecc. ecc. mi trovo benissimo. Però non siamo ancora finiti finora sotto i -17°: c’è ancora parecchia strada per arrivare ai -35° o   -40° preventivati, ma se va così ci si arriverà gradualmente. Il mio raffreddore riacutizzatosi durante la marcia di trasferimento (14-21 ottobre) ora se ne sta assente, e speriamo almeno fino al mio ritorno a casa.

 

Questo primo locale l’ho diviso in due col telo tenda: da una parte ho fatto la mia stanza, dall’altra il posto di medicazione. È un po’ ristretto ma può andare. Un altro locale è grandissimo: l’ho adibito a infermeria. L’ho trovato già corredato di una quindicina di letti in ferro un po’ sgangherati, con l’elastico... di assi, e il materasso... da fare con la paglia. Lenzuola: dopo la vittoria. Coperte: quelle che si porta il soldato sullo zaino. Per la sua vastità fa un freddo cane e da domani si inizierà la costruzione di una stufa di fortuna.

 

Se vi interessa vi dirò che la mensa non ha nulla da invidiare alle precedenti della mia gestione. Già tre volte abbiamo banchettato: pollo in umido e arrosto (anzi, era un tacchino), vino, liquori (purtroppo quasi terminati), torta a mo’ di zuppa inglese ecc. – Quand’anche finissero le leccornie io ho sempre la possibilità di avere uova, polli, miele, ecc. Infatti qualche visitarella fatta a questa gente indigena (immaginatevi un po’ come ce la intendiamo: si fa un po’ a spanna) in fretta come se nulla fudesse questi soldi preziosissimi. Già ne abbiamo mangiato a mensa, e ora in tre giorni abbiamo impiantato il pollaio: due belle gallinelle livornesi ed un bel gallo bianco-grigio.

Pericoli, previsioni per l’avvenire? Può darsi che d’inverno i russi si sveglino un po’, in tal caso speriamo in bene. Notizie delle operazioni sugli altri fronti qui se ne hanno poche, quasi niente. Di tanto in tanto trapela qualche cosa. Quando mi scrivete, fatelo per via aerea e per via ordinaria speditemi 2 o tre bollettini nostri dei più recenti e interessanti.

 

Attendo sempre il Cittadino: parlatene ad Astelio e a casa mia. Da Laveno: silenzio assoluto: pace! (a titolo informativo e per inciso).

 

Salutatemi la famiglia Prina, Ballabio, ecc… A voi un caro bacione.

Ciao zia Angela, ciao zia Savina.

 

Egidio

 


Leggi la lettera con data censurata.


 

Cartolina del 23 novembre 1942

 

ALLE SORELLE COLOMBO ANGELA e SAVINA

VIA ZUCCHI 19

MONZA – ITALIA

 

Carissime zie,

vi mando il nostro Corriere dei Piccoli. Sto bene.

Ho ricevuto le vostre lettere del 1° e del 10 novembre. Grazie. C’è in vista un altro trasferimento.

Vi scriverò notizie più particolari in seguito. Vi penso sempre. Porgete le mie condoglianze al sig. Ballabio. Salutatemi la famiglia Prina.

Un grosso bacio a voi. Ciao.

 

Egidio


 

Lettera del 28 novembre 1942 

 

Lettera n. 10 – Belowodsk, 28 novembre 1942,  XXI

 

Carissimo papà, Lina, Silvia e Astelio,

ho trovato, di ritorno da un lungo e movimentato viaggio di 280 km, un’ora di quiete per scrivervi. Ieri mattina sono partito per Starobelsk e per Swatovo per ritirare i medicinali e la posta del Btg e la pomata anticongelante.

Siamo partiti con una autocarretta e, dati alcuni fatti precedenti, con tre uomini armati di moschetto, fucile mitragliatore e bombe a mano. Tirava un vento fortissimo ma non freddo: tempo nuvoloso tanto che dopo mezz’ora di marcia si scatenava una bufera di neve, sai, di quelle che si vedono al cinema o si scrivono nei libri di Russia o di Siberia: vento, freddo, neve, ghiaccio dappertutto. L’autocarretta faceva acrobazie per tenere la strada, salvo qualche istante di fiato sospeso quasi ci si divertiva. In queste condizioni la velocità di marcia, preventivata in 30 km/ora, si aggirava sui 12-15 km orari. Fu così che la notte dovemmo passarla fuori casa, al comando di tappa 126 in Starobelsk.

 

03.Frammento lettera 28.11.42 ribbet

 

Ed è stata una fortuna giacché la mattina dopo ripartiti, facemmo i 60 km che ci mancavano di ritorno in ben 3 ore e 1/2 a causa della continua rottura (ben 16 fermate) delle catene delle ruote. Poi, bene o male, siamo arrivati all’ovile e tutto è passato tranne il freddo ai piedi che solo adesso sta diminuendo.

Ho or ora terminato di leggere la posta (una lettera di Astelio del 25/X ed un’altra del 16/11, un biglietto postale di papà del 2/11); una cartolina dello zio Pepin del 14/11; una lettera di Crespi Eugenio del 16/11; un’altra di p. Mazzotti del 1°/11; una cartolina della Silvia del S. Silvia [?]; ed infine il pacco con il maglione, le ginocchiere e il passamontagna: grazie tanto alla Lina, alla sig.ra Rita per la lana procurata e a tutti voi. Attendo però sempre qualche giornale.

Non so se a questa data (28 nov.) avrete già ricevuto il mio vaglia con lo stipendio di ottobre; oggi poi ne ho spedito un altro di L. 1250: però questa cifra va inviata al sig. Gotti Giuseppe – V. Filippo Corridoni N.7 – Bergamo Redona, perché non sono mie ma di Gotti che li creditava da parte della mensa nostra per la frutta e verdura rifornita. Ho dovuto seguire questa strada per non suscitare seccanti inquisizioni sulla provenienza di tale cifra in possesso di un fante. Gotti vi ringrazia di questo favore e vi saluta ringraziandovi altresì per la cartolina vostra che ha oggi ricevuto.

Ultima di cronaca: ve l’ho già accennato in una cartolina; ve lo ripeto. È molto prossimo un nuovo spostamento: prendete la cartina dell’Europa centro-orientale (quella grande): partendo da Belovodsk andate in direzione ovest per circa 60 km a Starobelsk: di qui piegate verso nord-nord-ovest e sfiorando Kupiansk risalite lungo la linea ferroviaria a Valuiki; qui sarà il capo e noi membra ed anche, come ora, estremità nella zona attorno in un raggio che va dai 50 ai 100 km; il fronte ci si sarà avvicinato ed in un punto critico; prevedo che staremo più allegri. Per ora vi assicuro che sarà una bella carovana di carrette, slitte e altre troike russe seguite dai fanti instancabili che batterà il ghiaccio e la neve della Russia. Ma non preoccupatevi perché ormai siamo allenatissimi ai traslochi, anzi credo che ci specializzeremo e ci daranno, a Campagna terminata, un distintivo speciale. La mia salute continua bene: mi sono comperato un cappello russo di cuoio imbottito di ovatta con paraorecchi, parafronte e paracoppa foderato in pelo. L’ho provato ieri e ci si sta benone: meglio ancora poi adesso con sotto il passamontagna. Mi viene alla memoria una frase comune della mamma “pasa frecc, sa ta peudat”.

Ora vi saluto caramente. Statemi bene. In mia prossima, forse alla nuova sistemazione, vi invierò gli auguri per Natale. Un abbraccio a tutti voi.

                                                                 

Egidio

 


Leggi la lettera del 28 novembre 1942.


 

Cartolina del 2 dicembre 1942

 

Alle sorelle Angela e Savina Colombo

Via Zucchi 19

MONZA – ITALIA

 

Kantemirowka 2/12/1942

 

Carissime zie,

è veramente qualche giorno che non vi scrivo più in attesa di darvi qualche notizia precisa sul nuovo spostamento. Esso avviene verso il fronte, ci saremo per Natale.

Oggi è stata una giornata fredda (-22°C), sono giunti a buon punto il passamontagna, le ginocchiere e il maglione.

Seguo la marcia in slitta. Sto bene e speriamo di continuare così.

Vi auguro Buon Natale ed altrettanto Capodanno.

Speriamo sia l’anno buono di farla finita.

Baci.

 

Egidio

 


Leggi la cartolina del 2 dicembre 1942.


 

 

Lettera del 4 dicembre 1942

 

Ssmaliewka 4/Dic./42

 

Carissimi,

ho terminato or ora la IV tappa di Km 23: 23 Km fatti sul ghiaccio e sulla neve.

Io però li ho fatti in slitta prendendovi ormai nella guida una padronanza a tutta prova quasi come un cosacco del Don. I cavalli sono divenuti i miei migliori amici. Oggi è stata una tappa lunghetta, ma la temperatura è stata mite. Ad ogni tappa, per non lasciarmi prendere dal freddo mi metto a fare il vetturino e per metà tappa dimostro un’abilità non comune nel[lo] scivolare tra una carretta e l’altra essendo la mia slitta molto più veloce. Se non fosse perché siamo così lontani da casa e verso il fronte, direi che mi ci diverto.

Fra qualche giorno raggiungeremo Rossosch, donde si proseguirà per circa 40 Km verso nord-est a 15 Km dal Don. Ma non anticipiamo l’avvenire.

In questi giorni di carovana spedisco gli auguri di Natale: può darsi che qualcuno resti indietro. Riparerò per il Capodanno.

 

Frattanto la mia maggiore preoccupazione è quella di arrivare non tanto ma prima degli altri alla tappa, onde trovarmi una stanzetta discreta presso queste popolazioni ospitalissime e che ci hanno veramente in simpatia. Così a ogni tappa si cambia casa: dalla stanza con tendine e fiori, a quella con il pavimento di terra; da quella col palchet a quella un po’ puzzolente e scura; ovunque ospitalità larga, offerta di latte, patate ecc.. Sono in 5-6-7 persone che si ritirano in uno sgabuzzino e ti lasciano letti e stanze libere; che prima di partire ti fa gli auguri e ti vuol dare sempre qualcosa. Questa sera per esempio sono ospite dello Starosta (podestà) del paese; ed appena sanno che sei dottore incomincia la funzione degli ammalati; ma siccome di medicine ne ho poche (!) li ingabolo un po’ con le parole e con una purga o qualche medicazione ed essi ti portano latte, polli che io procuro di farli cuocere prima della partenza e me lo sgranocchio durante la marcia. E così si tira innanzi.

 

Ritorno a un argomento che vi interessa: il mio stipendio di novembre non mi è stato ancora dato. Da informazioni assunte pare che il Distretto di Monza abbia accettato la delega, perché dovete sapere che alcuni Distretti hanno respinto volendo il visto dell’Intendenza dell’VIII Armata che è qui a Voroscilovgrad. Ad ogni modo nulla va perduto. Della nomina a tenente non è ancora pervenuto nulla al Reggimento ma anche qui non c’è da preoccuparsi perché ci sono poi sempre buoni gli arretrati.

 

La mia salute è sempre buona: di raffreddori non se ne parla più, forse perché, anche se freddo, è però sempre secco.

Nel timore che non giungano in tempo, vi invio fin d’ora i miei auguri più belli per Natale e Capodanno. Un carissimo abbraccio a tutti voi e un affettuoso bacio.

 

Egidio

 

Attendo sempre vostri scritti. Saluti a tutti i parenti. Sarà questo per me un Natale di trincea? Vedremo. Ciao.

 


Leggi la lettera del 4 dicembre 1942.


 

Cartolina dell'8 dicembre 1942

 

Alla gent.ma

Picco Silvia

P.za S.Pietro Martire 2

ITALIA – MONZA

 

Mitrofanowka, 8/12/42

 

Carissima Silvia,

oggi è stata una giornata fortunata. La marcia solo di 9 km. Appena arrivato mi sono recato all’ospedale da campo a trovare il “primario” [questa parola non si legge bene, n.d.r.] d’ieri e lì ho avuto la fortunata combinazione di ascoltare la Santa Messa: era dal 2 ottobre che non avevo avuto più la possibilità di farlo. Infatti il nostro cappellano reggimentale non si è ancora visto al Btg. Ancor qui ho trovato un S. Biagino: il Civati, quello di Via Giulini che lavorava con te dai Longhi. È stato un incontro emozionante: è da cinque mesi in Russia alle dipendenze del nostro 27° Artg [Reggimento inesistente, in Russia, n.d.r.], ma con una infermeria quadrupedi. Mi ha voluto a tutti i costi dare del burro, del cioccolato e del vino: tre generi che da quando sono in marcia non si vedevano più e sono tanto zucchero [testo poco leggibile, n.d.r.] per il restante della marcia.

Domani la più lunga tappa di 27 km. Sulla neve sono come 45 sulle nostre strade. Poi si vedrà.

Ti abbraccio e ti bacio.

 

Egidio

 

Mittente:

Sten. Medico Picco Egidio

278° Rgt Ftr - I Btg

Posta Militare 156

 


Leggi la cartolina dell'8 dicembre 1942.


 

Lettera del 16 dicembre 1942

 

16 dicembre ‘42,  Anno XXI

 

Carissime zie,

so che domani, finito lo smistamento, mi consegneranno la posta oggi arrivata al Rgt. Mi trovo qui al Comando del Rgt. per servizio, circa 10 km più avanti del mio Btg. Il tempo è freddissimo e i piedi protestano un po’, ma vedo che il fisico resiste magnificamente anche ad altri 15 gradi più sotto. Qui la neve è alta circa 50 cm, gelata, ci si scia e slitta che è un piacere.

La gente di Russia non offre più alcuna novità per noi: sempre uguale, sempre ospitale.

Ora siamo in una zona anche più italiana, giacché la nostra Div. è entrata a far parte del Corpo d’Armata alpino comprendente le Div. Alpine Julia, Tridentina e Cuneense. Mi rincresce che l’altro giorno passando da Morosowka non abbia potuto vedere il St. Faglia che oggi ho saputo essere lì. Ad ogni modo a giorni entreremo in linea di II schiera alle Div. Alpine che sono schierate sul Don: si comincerà la vita dei camminamenti e delle trincee sotterranee: forse qui troverò anche il dott. Aldo Osculati che so in servizio nella Julia.

Il morale è sempre alto, la salute buona, di mensa penso non se ne parlerà più per molto tempo: si mangia col soldato e quello del soldato: debbo convenire, come del resto ho fatto presente ai miei superiori, che talvolta è poco. Ho attaccato le mie riserve personali nell’attesa che migliori la quantità.

Quando riceverete questa mia, a casa, saranno da parecchi giorni senza miei lunghi scritti: lo so. Ma proprio fino ad oggi non mi è stato possibile di farlo. D’altra parte non avevo materia per scrivere a lungo: ora, letta la posta che sta per arrivare, risponderò e soddisferò tutte le vostre lecite pretese. Ad ogni modo dovete considerare tutti i miei scritti a voi e a loro completantisi a vicenda. Se mai non avessero ricevuto qualche mia lettera precedente, assicurate papà e Lina che ho ricevuto il maglione, i guanti, il passamontagna, la sciarpa di Astelio, la pipa e il tabacco, le candele e i fiammiferi, i francobolli ecc: insomma, tre pacchi come credo che voi avete spedito. Appena sarà possibile fate qualche altra spedizione di fiammiferi e candele, pacchetti di meta per la mia macchinetta ed anche qualche “golosità” pur che si conservi nel lungo viaggio. Ad Astelio dite di spedirmi le vitamine possibilmente di Cebivit in flaconi di 400 compressine: è una confezione fatta apposta per militari.

Il parlare mio russo ha subito una sosta: infatti a Belowodsk avevo modo di arricchire il mio vocabolario dato i frequenti scambi con gli indigeni.

In questi giorni di marcia invece i vocaboli necessari sono stati limitatissimi:

mosno = permesso

spre = dormire

crichet = mangiare

desidamia = arrivederci.

Sono i vocaboli che si usano solitamente nelle soste notturne tra una marcia e l’altra.

E con questo vi saluto carissimamente. Portate a Silvia, a voi ed a Lina (non so in che giorno è stato che lo avete conosciuto in casa a Bergamo) i saluti tanto cari del magg. Galliano (quello di Gandrio e di casa Finardi).

A voi un abbraccio e un bacio. Ciao ciao.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 16 dicembre 1942.


 

Lettera del 17 dicembre 1942 

 

17/12/1942

 

Carissima Silvia,

mi ha fatto molto piacere la tua lunga lettera del 3/12 qui giuntami in 14 giorni. Ora però non conviene più affrancare le lettere per via aerea giacché fanno tutte la strada ordinaria. Quando ci rivedremo? Purtroppo né io né tu possiamo rispondere a questa domanda: ma io penso che per quanto lontano possa essere questo momento esso arriverà abbastanza presto, vedrai. Anche alla lontananza è questione di tempo, poi ci si abitua pur avendo sempre viva e tesa la speranza al ritorno. D’altra parte c’è una Volontà che guida gli uomini e le cose e la massima virtù nostra sta nell’accettarla tutta piena e intera e nel seguirla docilmente: non è questa una viltà ma vera fortezza.

 

Quanto a emulare Pampurio, credo di averlo già largamente battuto: ancor adesso, dopo una settimana di sosta, eccoci di nuovo in movimento. Ma siccome verso nord-est lo spazio ormai è ridotto a pochi Km, avviene che la prossima corsa sarà breve e ci troveremo al traguardo che è nello stesso tempo ostacolo al nemico e nostra barriera: il Don.

 

Qui ci metteremo nei “bunker”: immaginati una serie di ben robuste camerate sotterranee unite da un corridoio pure sotterraneo, con tanto di finestre, porte, stufe, ecc. ecc, ma tutto sotterra dai tre ai sei metri, di cui alla superficie non sovrasta che una leggera cupoletta quasi invisibile. Qui passeremo l’inverno se non occorrerà sloggiare prima per l’una o per l’altra ragione.

 

Dove siamo ora ci sono gli alpini della Tridentina, della Julia, della Cuneense e noi, allenati ai monti di Gandino e di Borno, cercheremo di non sfigurare.

 

Intanto dal 30 novembre, quando abbiamo lasciato l’ospitale Bielowodsk (ve ne avrà parlato quel militare venuto a casa nostra col miele), ho dimenticato la mensa e tutte le mense: si vive e si mangia come il soldato, ma io sono contento ugualmente perché permette di misurare il suo sacrificio e la sua sofferenza. Peccato però che la legge del fronte sia così rigida e intransigente da non permettermi speciali agevolazioni, ma già il soldato la capisce e soffre con maggior coraggio e in silenzio. È meraviglioso in ciò il soldato italiano. Quanto alla mia giornata è sempre delle più attive giacché ancora ho delle Compagnie distaccate e permettendo o no il freddo, devo andare a trovarle.

Mi sono fatto ormai specialista in slitta, è un altro mestiere o arte che dir si voglia da imparare e da mettere da parte: quella del vetturino.

 

Nella lettera del 5/12 il papà mi dice di aver ricevuto il mio stipendio di ottobre, ora credo che abbia riscosso anche quello di novembre: confermatemelo.

Ti capisco quando mi dici che ti manca spesso il tempo di scrivere. A giorni può darsi che vedrete a casa un altro mio soldato venuto in congedo per lo stesso motivo del primo.

Ti ringrazio per gli auguri di Natale che io passerò in trincea, così anch’io potrò competere con i combattenti. In quel giorno riandrò [al]le molte memorie, care memorie di tempi passati, ma sempre belli, anche se stavolta avrò motivo di piangere. Grazie della tua preghiera e fatti coraggio. Saluta tutti quanti in casa, la tua maestra, la famiglia Cogliati e Lumaca ecc. ecc..

 

A te un affettuoso abbraccio e un lungo bacione.

Ciao.

 

Egidio

 

Il maglione lo metterò il giorno di Natale così mi sembrerà... ciao ciao

 


Leggi la lettera del 17 dicembre 1942.


 

Lettera del 23 dicembre 1942

 

(23 dicembre 1942)

 

Carissima Lina,

finalmente ci siamo fermati: per forza si dovrebbe dire, altrimenti bisognerebbe andare al di là del Don. La nostra Divisione sta dando il cambio alla Julia, niente di meno! Per ora siamo di rinforzo alla prima linea sul Don all’altezza di Boguschar. Viviamo per ora semisotterrati in bunker fatti di tronchi d’albero. Dentro sembra di essere in un ambiente silvestre sul tipo della capanna di Biancaneve e i sette nani. Tutto si muove in mezzo alla foresta. Ti immagini di dover passare giorni e settimane in mezzo a un bosco del parco di Monza, tutto coperto di neve, senza vedere nessuna persona viva che non fosse un tuo soldato o un tuo ufficiale, senza vedere nessuna macchina che non fosse quelle poche slitte con i soliti cavalli che ti servono per la spesa e per i lavori di fortificazione e di sistemazione? Non aver più la cognizione del tempo, dei giorni feriali o festivi; il non veder più nessun tipo di russo né italiano né di alcuna altra razza! Il non sentire più che il parlare italiano dei tuoi soldati che in più dei casi si limita a quelle poche parole inerenti il servizio militare?

 

04.Frammento lettera 23.12.42 ribbet

 

Si vive per 14-16 ore sottoterra, isolati completamente dal mondo. Si attende con sete indicibile una notizia del mondo che si agita: qui, per quanto attori della guerra, non ne sappiamo niente o meglio sappiamo solo quello che succede in queste immediate vicinanze, che forse è poco, quasi nulla, forse è molto di tutto il complesso della guerra.

Intanto le acque del Don, fino a qualche giorno fa ghiacciate, si sono in questi giorni sgelate. Il tempo e la temperatura hanno del miracoloso questo inverno: fa sì e no -1 -2, e siamo già, pensate, al 23 dicembre. Spero che anche qui valga il proverbio come da noi: prima di Natale frecc non fa ecc... [così nel testo originale, n.d.r.]

 

Ti confermo ancora una volta di aver ricevuto tutti i pacchi inviatimi. Appena possibile spedite ancora fiammiferi, candele, pacchetti di meta e altre cose utili.

Certo che qui è tramontato il nostro essere per la via in Russia, dove si trovava il caldo, l’ospitalità generosa, il burro, il latte etc. etc.

 

Qui bisogna vivere di quel che ci danno e quando ce lo danno. Anche le mie scorte vanno consumando e poiché a Natale non si può rinunciare a qualche cosa fuori e più del normale, difficilmente dureranno fino all’anno prossimo.

Ho sentito, meglio letto, della sede di esame di Astelio: ditegli di non inquietarsi che supererà sicuramente la prova.

Quanto a me e alla mia vita non abbiate preoccupazioni: le nostre difese sono fortissime e la stagione non permetterà grandi azioni. Pensate che in quattro mesi di permanenza qui, della Julia si sono avuti soltanto 2 o 3 morti.

L’azione russa sviluppatasi poco più a sud di qui è stata arrestata e va incontro irrimediabilmente a un disastro rosso grazie alla pronta contromanovra italo-tedesca.

Mi trovo ancora circa 50 km a nord di 22 [?].

Il soldato venuto a casa nostra è un certo Bovati.

Salutami quante persone ti domanderanno mie notizie, e i parenti e i conoscenti tutti. A te, a papà, a Silvia e ad Astelio il mio affettuoso abbraccio.

La primavera del ’43 è vicina: in essa nutro molte belle speranze come ho pensato fin dall’inizio di questa guerra.

 

Desidania [trascrizione errata di до свидания, dasvidania, che significa arrivederci, n.d.r.] 

Ciao Lina e tante grazie.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 23 dicembre 1942.


 

Lettera del 24 dicembre 1942

 

24 Dic. sera 1942

 

Carissima Silvia,

domani è Natale! È la seconda grande festa dell’anno e per la seconda volta mi trovo lontano da casa, lontano da voi. Specie per questa festa sento maggiormente il dolore del distacco anche per la distanza materiale, per le condizioni e la situazione nella quale mi trovo. Non sono melanconie inutili, questi ricordi fanno bene all’animo.

Ricordo il gran daffare di questa giornata di vigilia: il papà, la mamma, la Lina per le spese, tu per il tuo lavoro che non finiva mai, Astelio per concludere qualcosa per il presepio ecc… Ricordo la lunga vigilia e poi la messa di Mezzanotte. Ricordo la lunga passeggiata alle Grazie, il ritorno tutti intirizziti. Poi il Natale: il programma era uguale per tutti gli anni, ma sempre nuovo e sempre bello.

Anche l’anno scorso fui tra di voi: peccato che le condizioni della mamma cominciavano a dare da pensare seriamente! Ora ella non ci sarà più in questo giorno: sarò assente anch’io, lontano, forse in pericolo. Domani finalmente avremo la S. Messa. Pensate che è la prima volta dopo la partenza da Bergamo che il cappellano del Btg si fa trovare con noi. Vi  ho scritto che l’ultima S. Messa ho avuto la combinazione di ascoltarla il giorno dell’Immacolata a Mitrofanowka: questa sarà la seconda dal 2 ottobre a questa parte. Fa male, molto male all’anima e alla mente questo digiuno dall’atto essenziale della nostra fede. Ora che tutti i reparti del Rgt. sono vicini speriamo che anche la S. Messa si celebri più di frequente, presenti i reparti.

 

Natale 1942: Natale di grande quiete, quiete solenne per il profondo silenzio che ci circonda, per la solitudine e per la separazione dalla vita del mondo. E in fondo non è brutto: si è qui in eremitaggio, se non ci fosse sempre la prospettiva di un brutto risveglio o dei colpi delle artiglierie, mitragliamenti aerei che ci tengono svegli.

 

Stiamo dirimpetto a Pawlowsk, proprio sopra a dove, in seguito a un balzo in avanti dei rossi, si è andata creando una sacca per la contromanovra italo-tedesca: è quell’azione cui si riferiscono le parole dei nostri bollettini di questi giorni “sul medio Don”.

 

Noi qui siamo al sicuro: la linea nostra di difesa è formidabile, gli uomini ben protetti sia dai proiettili che dalle intemperie.

 

Devi scusarmi se ho scritto male, poiché il petrolio viene a mancare e domani faremo un Natale allo scuro: ma è certo che per domani troveremo qualche ingrediente per fare un po’ di luce. Questa luce così scarsa qui dove, sottoterra e nel bosco, si comincia a vedere alle 8 del mattino fino alle 14.30 del pomeriggio. Ma pazienza, intanto tiriamo innanzi che verrà anche il 1943. A te invio il mio più caro abbraccio ed un bacio fraterno.

 

A tutti i familiari e parenti il mio caro saluto augurale. Ciao.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 24 dicembre 1942.


 

Lettera del 29 dicembre 1942

 

P.M.156 – 29 Dic. 1942, XXI

 

Carissima Silvia,

quando riceverai questa lettera forse sarà passato un periodo di tempo un po’ lungo senza mie notizie: eppure ho sempre scritto, quasi tutti i giorni dando a voi notizie di ogni mio spostamento o novità. Soltanto che, durante la marcia testè terminata, non sempre si sono trovare le possibilità di spedizione, non solo, ma una sopravvenuta puntata dei R. proprio qui sulla strada che noi fortunatissimamente da solo qualche giorno avevamo percorso, ha interrotto le normali comunicazioni e costretto i nostri, prima di Maometto, a dare alle fiamme ciò che non avevano bruciato gli spezzoni incendiari.

Così avviene che anche parecchia vostra posta speditami dal 5 di al 15 non mi giungerà sicché se qualche cosa d’importante c’era in essa scritto vedete di ripetermelo nelle prossime lettere.

Ora le strade sono state liberate a prezzo di duri sacrifici, e le nostre spalle, ché siamo proiettati in avanti, sono sicure e solo il fianco deve essere protetto.

In queste ultime mie lettere vi dicevo come partito da Belovodsk abbia preso una direzione nord per circa 250 km, finendo sul Don all’altezza di Pawlowsk dove giungemmo il 20 dicembre.

Qui siamo accantonati in bunker sotterranei in pieno bosco a ridosso della prima linea. Ciononostante si vive abbastanza tranquilli: la nostra linea è fortissima, ben guarnita e non lascia preoccupazione.

 

La vita che conduco è strana per voi che vivete in costruzioni in muratura con finestre, alla luce del sole, che viaggiate per strade asfaltate, che vedete una certa varietà di uomini.

Per noi invece nulla di tutto questo.

 

Prova a immaginarti di costruire in pieno bosco, per esempio nel Parco dalle parti della porta di S. Giorgio, una caverna mezzo sotterrata le cui pareti sono costituite da tronchi d’albero messi l’uno accanto all’altro; i pilastri che sorreggono la volta di paglia, terriccio e neve ghiacciata sono grossi tronchi d’albero, le travi pure di robusti rami. Lo scavo è diviso in camere di varia grandezza adibite a camere da letto: quivi viviamo la maggior parte della nostra giornata al lume delle lanterne a petrolio finché ce ne sarà, poi delle candele.

 

Non sono 10 giorni che vivo continuamente fra queste piante, questi bunker, con le solite conosciute persone, completamente isolato dal mondo vicino e lontano. Così ci auguriamo di essere tutto l’inverno, questo inverno russo che fa sentire i suoi rigori (da giorni la temperatura oscilla fra i -25 e i -37 gradi sottozero).

Ma, a dir la verità, forse perché le mie ore di permanenza all’aria aperta [non sono molte], forse per il buon equipaggiamento, non mi accorgo di queste temperature che fanno più spavento a sentirle che a provarle. Certo però che i miei soldati ne sentono i dannosi effetti: speriamo che presto arrivino mezzi più adeguati alla bisogna.

 

Qualche mio collega degli altri battaglioni si trova già in linea. Il mio battaglione è per ora di rincalzo e fa opere di difesa e di fortificazione.

 

Durante l’ultima marcia ebbi a incontrare il serg. Civati di Monza, che era con te a lavorare da Longhi: credo che l’altro giorno abbia dovuto fare Maometto. Poi sono passato da una località dove risiedeva il gruppo di artiglieria presso il quale è Faglia, ma sfortunatamente quel giorno era fuori sede e non potei vederlo. Anche lui credo che abbia dovuto muoversi e forse intervenire in combattimento la scorsa settimana giacché quella località è stata raggiunta dai Russi: mi interesserò della sua sorte. Intanto di’ ad Astelio di informare Morerio e Vismara di questo avvenuto intervento.

 

Quanto ai miei bisogni sono questi: fiammiferi, candele, per gli indumenti ora mi trovo a posto e se non avverrà qualche trambusto da dover abbandonare la cassetta personale ecc. ciò mi basterà fino a inverno terminato.

 

Invìami notizie molte e di frequente vostre e della città. Ormai sono 12 giorni che non ne ricevo. Spero che Natale l’abbiate passato bene: anche qui si è fatto qualcosa più del solito ma certo che mancava il più importante. Salutami tanto la famiglia Lumaca e Morerio, la tua maestra e suo marito, la famiglia Cogliati: di’ che il loro presepio che mi ha fatto tanto piacere mi è giunto proprio il giorno di Natale. Grazie. A te, a papà, a Lina ed Astelio un caro abbraccio ed affettuoso bacio.

 

Egidio

 


Leggi la lettera del 29 dicembre 1942.


 

 

Lettera del 30 dicembre 1942

 

P.M.186  30/XII/42 – XXI

[Refuso: Egidio ha indicato la P.M. 186, invece della P.M. 156, relativa alla Divisione Vicenza, n.d.r.]

 

Carissimi,

ieri, appena avevo spedito la lettera a Silvia, mi è giunta la posta di cui vi do l’elenco: Crespi Giuseppe dalla Provenza 4/12; cap. Alaimo da A.S. [Africa Settentrionale, n.d.r.] 3/12; Maria e Carlo Mauri 11/12; don Maggioni 7/12; sig. Guglielmo del Giglio 12/12; zia Adele 7/12; Silvia 8/12 e 10/12; Lina 11/12; Astelio 13/XII, la più recente.

Spero abbiate ricevuto in precedenza la mia nella quale vi davo notizia di aver ricevuto le vostre dei primi giorni di dicembre con le quali mi dicevate dello stipendio di ottobre, della delega di £ 2.000 ecc.

Dalle ultime lettere ho appreso notizie belle e brutte.

Quanto a Franco, tutto sta a vedere la causa dell’emottisi. Tenetemi al corrente di tutto; caso mai parlate con il prof. Arrigoni perché mi scriva lui direttamente.

Salutatemi assai Suor Angela, ringraziatela del suo ricordo, datele mie notizie, assicuratela della mia buona salute.

Quanto al prof. Somarelli [questo cognome non si legge bene, n.d.r.] sono profondamente commosso per il suo modo di pensare nei miei confronti e voi potete ben immaginare quanto piacere mi porti. Pur non sapendo il suo indirizzo preciso che gli scriverò io direttamente a Salò, o meglio spedirò a voi la lettera e voi gliela farete pervenire con maggiore sicurezza. Speriamo che mantenga la promessa e più ancora che io possa ritornare.

Quanto alle notizie mie non ho per ora da aggiungere nulla a quelle di ieri.

Alla mamma di Luciano, a proposito del quale mi scrive che non h[a] notizie da oltre un mese, a meno che sia già tornato a casa, dite che vedrò di interessarmi dove è dislocato il suo gruppo di artiglieria per saperle dire notizie precise.

I pacchi li ho tutti e tre ricevuti: il maglione lo porto sempre e così dicasi dei guanti; il passamontagna non l’ho ancora messo giacché sfrutto il cappello russo che mi sono acquistato: è un cappello fatto a calotta ricoperto di pelle, foderato con più strati di feltro e lana, con il paraorecchi, che scende dietro la testa con un paranuca e si allaccia sotto il mento. La pipa la uso solo nelle grandi occasioni. Per ora mi fumo qualche sigaretta che mi danno qui. A proposito della pipa, ho capito che mi è stata inviata dalle zie e non da Astelio: a loro il mio grazie.

Non capisco il perché a voi debba succedere così di frequente di raffreddarvi. Ma pensate che da quando ha cominciato a fare freddo non ho più visto un raffreddore in tutto il Btg, sia nelle soste al caldo delle “isbe” sia in marcia con neve, gelo, vento, eccetera.

Ho appreso la notizia delle nozze di Monguzzi e di Motta.

Contrariamente a quanto sperava Silvia, la nuova marcia di trasferimento ci ha portato in piena solitudine, nientemeno che in trincea, ma vi ripeto che non mi trovo male nemmeno qui. Dormo nel mio letto, dentro il sacco a pelo, ho una stufa nella mia cameretta di alberi, paglia e terra. Sento il cannone e le mitraglie, vedo il Don, i Russi sull’altra sponda, i Rata [aerei sovietici, n.d.r.].

Ma nulla di terrificante finora, quindi state tranquilli e speriamo in bene.

Oggi sono stati fatti 4 prigionieri russi, o meglio quattro Russi si sono dati disertori, erano laceri, conciati da far pietà, da quattro giorni non mangiavano e, pur essendo convinti secondo la loro propaganda che gli Italiani li avrebbero uccisi, tuttavia non hanno esitato a darsi nelle nostre mani.

Questo con altre notizie ci fa sperare in bene se non altro di stare tranquilli per tutto l’inverno.

Alla Lina do l’incarico di salutarmi quelli di Tremoncino, alla sig.ra Camparada, pregandovi di inviarmi l’indirizzo di GianCarlo (o zio Carlo), Don Antonio.

Alla zia Maria, dopo i particolari da voi scrittimi, scriverò io; allo zio Carlo poi per quanto riguarda la zia Pina, già ho scritto. Ancora contraccambiate i miei saluti al Togni.

Domani scriverò a Lina, Astelio ed alla zia Angela e Savina. Segnalatemi chi non riceve mie notizie e scusatemi se alle volte mi è sfuggito qualcuno.

A tutti voi un affettuosissimo saluto: a S. Antonio non dimenticate di fare i tortelli e di mangiarli alla mia salute e mi farete tanto piacere. State bene e auguroni per il nuovo anno. Un abbraccio e un bacio a tutti.

Mi raccomando la villa in campagna!

 

Egidio

 


 Leggi la lettera del 30 dicembre 1942.


 

Lettera senza data

 

Nessuna data, ma per archivio: 31 dicembre 1942

 

Carissime zie,

sto osservando le immagini della mamma, in un momento di quiete, qui sottoterra, che non mi sembra nemmeno di essere così lontano dalla nostra casa, così nel pericolo, in vista del nemico. E guardando queste immagini trovo che quella vostra mi piace di più, è più vicina a me, è più reale alla sua figura, è più eloquente.

Dietro è scritto: con l’aiuto di Dio, la mamma consiglia, protegge e prega: sì, consiglia di essere generoso con me e con gli altri, con voi e con la Patria; protegge, perché è la mamma; prega perché è buona e vuole il bene del suo figlio. È vero e la sento dentro di me, intorno a me, sopra di me. Vorrei essere buono. Scrivetemi spesso.

 

Anch’io penso che avrò ora molte cose nuove e forse non sempre rosee da dirvi, ma non allarmatevi.

 

05.Frammento lettera 31.12.42 ribbet

 

Statemi bene così come io mi porto e speriamo ancora a lungo. Un abbraccio ed un bacione.

 

Egidio

 

Salutatemi molto lo zio Paolo e la zia Antonietta, Adele e Rita. Altrettanto al dott. Tagliabue. Scrivetemi novità. Ciao...

 


Leggi la lettera.


 

Cartolina del 6 gennaio 1943

 

Alle gent.me sig.ne

Colombo Angela e Savina

Via Zucchi 18

Monza

Italia

 

6 gennaio 1943

 

Carissime zie Angela e Savina,

ho ricevuto le vostre graditissime lettere del 16/12 e del 19/12. Spero che a quest'ora abbiate ricevuto anche le mie 3 lunghe lettere del mese di dicembre e quindi le notizie della mia ultima peregrinazione finita alla prima linea sul Don. La vita che qui si passa vi è descritta in più lettere a Silvia e Lina.

È veramente strana questa vita tutta in mezzo al bosco separati completamente dal mondo. Non capisco il perché del non avvenuto abbonamento al Cittadino. Quanto a Franco attendo notizie più precise. Grazie degli auguri vostri e delle vostre cartoline. Vi assicuro della mia buonissima salute.

Un affettuoso abbraccio e un caldo bacio.

 

Egidio

 

Nei momenti di sosta penserò il programma dei festeggiamenti di inaugurazione della "villa di campagna".

 

Egidio Picco mani sui fianchi

 


Leggi la cartolina del 6 gennaio 1943.


 

Lettera del maggiore P. Fabrocini – Btg. Morbegno

 

ASSOCIAZIONE NAZIONALE COMBATTENTI

FEDERAZIONE PROVINCIALE MILANESE

Via Bagutta 12 – MILANO – Telefono 71-175

 

31 maggio 1943

 

Ho letto sulla vostra rubrica la richiesta di notizie del S. Ten. medico Egidio Picco del I Btg. – 278° Regg. Fanteria “Vicenza” e, pensando di poter fornire l’unica notizia precisa che si possa raccogliere in merito, vi riferirò quanto segue.

Nella notte dal 23 al 24 gennaio, durante un furibondo combattimento nella località di Tschuprinin presso Warwarowka, in un posto raccolta feriti che avevo apprestato alla meglio in una delle poche isbe che non erano in fiamme, prestò la sua opera ad alpini feriti del “Morbegno”, a pochi fanti della “Vicenza” e ad alcuni Ungheresi e Tedeschi assai malconci, un sottotenente medico torinese alto circa 1.75 di cui non rammento il nome.

 

Egli medicò in tutto una quarantina di feriti in quella notte e rimase al suo posto fino alle 3 del mattino. A quell’ora ogni attività bellica era spenta da un pezzo e il sottotenente, trovata una slitta vi caricò su tre ufficiali del btg. Morbegno feriti e, fra questi, uno che poteva fare brevi tratti a piedi. Alle ore 7 circa mi raggiunse e si accodò al mio piccolo reparto. Con il prezioso carico dei tre ufficiali feriti, aiutato dai miei pochi alpini superstiti, il sottotenente medico in parola giunse a Grezinin ove rinnovò le medicazioni ai feriti che aveva portato con sé ed assistette con una infaticabile energia che ancora oggi mi stupisce, girando da una isba all’altra per buona parte della notte, i moltissimi altri feriti di tutte le nazionalità che pernottarono in Grezinin-Malakiewe la notte dal 24 al 25/1/43.

 

Al mattino del 25, egli rimase con le slitte dei feriti che erano al seguito della mia colonna alquanto attardato dalle operazioni di carico ed, invece di seguire la mia marcia sullo stesso itinerario, si accodò, con altri elementi miei rimasti ad aiutarlo nel pietoso incarico, ad un reparto germanico che, come seppi poi, si fermò per mangiare e riposare nel paesetto di Lukow. Da allora non seppi più nulla del sottotenente medico torinese così pietoso e zelante nella sua difficile missione, né dei feriti affidati alle sue cure,  [né] degli elementi rimasti ad aiutarlo e proteggerlo.

 

Suppongo sia stato catturato prigioniero in Lukow il giorno 25 o 26 gennaio. Con lui, che era in ottima salute sino alla mattina del 25, trovavasi pure il S.Ten. Antonio Maini, illeso ed in buona salute. Ritengo che anch’egli abbia seguito la stessa sorte.

 

Se quanto ho detto può servire ad identificare nel S.Ten. medico Picco il generoso camerata delle due indimenticabili notti del 23 e 24 gennaio, sono felice d’avervi narrato questo piccolo episodio del grande quadro di eroici sacrifici che ho visto in Russia.

 

Vincere!

F.to: Maggiore P. Fabrocini

 


Leggi la lettera del maggiore Fabrocini.


 

Lettera di Dante Mastronardi – Reduce di prigionia

 

Macerata, 27 luglio 1946

 

Egregio sig. Picco,

 

le dirò subito che il povero Egidio, mio caro amico, medico del mio Battaglione, fu fatto prigioniero con me, con il grosso – insomma – del Reggimento, a Warwarowka il 23 gennaio '43. 

Si disse, con quel caos che avvenne, che ad egli fu dato il compito di organizzare una specie di ospedale in una chiesa abbandonata, per dare la prima assistenza ai moltissimi feriti e congelati. 

Noi, col colonnello Romeres in testa, maggiori e quasi tutti gli altri ufficiali del reparto, fummo avviati verso l'est, a piedi, affamati, con freddo intensissimo, insomma cominciò la nostra odissea.

 

Egidio nella colonna non c'era, né mai più l'ho visto, né sentito di lui in prigionia. Poi scoppiò la tremenda epidemia del tifo petecchiale, e la mortalità raggiunse la spaventosa aliquota del 92-93%! 

Non so proprio che dirle, ma credo, purtroppo, che la dolorosa deduzione è facile a farsi.

 

Mi scusi tanto. La saluto sentitamente.

 

Dante Mastronardi

 


Leggi la lettera di Dante Mastronardi.


 

Lettera del generale Etelvoldo Pascolini (comandante la Divisione Vicenza, reduce di prigionia)

 

Al Dott. Enrico Picco

P.za S. Pietro Martire

MONZA

 

Torino, 3 giugno 1950

 

Egregio sig. Dottore,

prego perdonate se rispondo con alquanto ritardo; la mia giornata è completamente occupata da visite di congiunti che chiedono notizie di dispersi in Russia, il mio telefono trilla in continuazione, lettere e telegrammi si accumulano sul mio tavolo.

 

È con vivo rincrescimento che io non posso rispondere come Ella giustamente desidera, alla di Lei più che legittima richiesta. 

Non ho conosciuto il Suo congiunto e, purtroppo, il nome di questi non è tra quei pochi (ventitré in tutto) che io ho lasciato a Kiev. 

Vorrei poterLe dire parole di incoraggiamento ed aprirLe l’animo alla speranza, ma è mia impressione che, all’infuori dei predetti, siano non molti gli altri prigionieri italiani dispersi nella sconfinata Russia. 

Tenga però presente che nella mia lunghissima prigionia ho fatto sempre tutte le ricerche che mi era possibile fare come prigioniero, e dei Russi, pertanto tale mia convinzione non può avere un valore assoluto e definitivo.

 

Comunque sono sempre a disposizione dei familiari di quanti mi sono stati commilitoni in quella terra lontana, se la fortuna vorrà aprire uno spiraglio di luce e guidarci a nuove ricerche. 

Mi sento molto vicino a Lei e pertanto voglia credere alla mia solidarietà nella Sua ansiosa trepidazione.

 

Con cordialità.

 

Gen. E. Pascolini

 


Leggi la lettera del generale Pascolini.


 

Fine