di Patrizia Marchesini



Nella maggioranza dei casi la Campagna di Russia è raccontata da storici, saggisti e – ovvio – da quei reduci fortunati che riuscirono a tornare a casa. Gli eventi relativi al Fronte Orientale furono drammatici al punto che si tende un po’ a dimenticare l’impatto che quegli stessi eventi ebbero su tante famiglie italiane... La perdita di un numero così elevato di uomini – di uomini giovani – provocò per forza di cose mutamenti profondi nel tessuto sociale del nostro Paese... Molte donne si ritrovarono con responsabilità nuove e con i figli da sfamare.

Romina Zanvettor esercita la professione di avvocato a Brescia, ma la sua famiglia ha origini cadorine. Quando aveva sei-sette anni, la madre Giuseppina iniziò a lavorare e Romina cominciò a passare gran parte del suo tempo con la nonna materna. Il loro rapporto divenne talmente esclusivo che Nella decise di raccontare alla nipote cose mai confidate a nessuno. Da una scatola tirò fuori 124 lettere e i pomeriggi passavano leggendo e rileggendo quei fogli scritti tanti anni prima...

 

 

Giuseppe Olivotto  Milano Prima della partenza x Fronte RussoGiuseppe Olivotto a Milano prima della partenza per il Fronte RussoBrescia, 16 ottobre 2012

Mio nonno Giuseppe Olivotto era nato nel 1912 a Ospitale di Cadore, un paesino in provincia di Belluno. Era alto, moro, con occhi espressivi... molti lo giudicavano il più bel ragazzo del paese; nel 1937 sposò mia nonna Nella David, ritenuta un po’ il brutto anatroccolo. A Ospitale il loro matrimonio aveva destato qualche gelosia, ma il nonno la tranquillizzava, ripetendole che l’amava per come era. Nell’aprile di quell’anno nacque la loro prima figlia, Teresa Luigia.

Dopo il servizio militare fu richiamato in più occasioni, sia presso la polveriera della caserma di Pieve di Cadore sia presso la birreria di Castellavazzo, per attività di guardia. Quanto guadagnava era prezioso per mantenere la famiglia.

Per un periodo lavorò anche in un opificio a Milano, ma la nonna non ha mai spiegato quali fossero di preciso le sue mansioni, né ho dettagli sulla sua vita militare prima della partenza per il Fronte Russo, in quanto la nonna conservava solo i documenti relativi al conferimento della Croce al Valor Militare e alcune fotografie, oltre alle lettere.

Qualche informazione in più la ricavai parlando con gli anziani del paese, che avevano conosciuto il nonno e mi riferirono episodi della sua vita... per esempio la signora Elsa mi diceva che proprio a lei il nonno aveva affidato la nonna quando partì per la Russia: “Stalle vicino, che tra poco arriverà il mio secondogenito.” La nonna era di nuovo incinta e, dopo una bambina, speravano in un maschietto.

Mio zio Placido – zio da parte di mio padre – era un grande amico del nonno e mi raccontava che aveva cercato di convincerlo a trovare uno stratagemma per evitare la partenza. Lui rifiutò.

Il nonno – le cartoline che lui spedì lo dimostrano – partì per la Russia il 15 agosto 1942, con l’unica certezza di andare a combattere per la Patria, per il Corpo Alpino e per la Julia verso la quale provava un’autentica venerazione. All’inizio c’era anche la certezza di tornare. Le lettere erano piene di progetti per il futuro: “Quando torno faremo questo e quest’altro...” Intanto, invece di un maschio, era nata un’altra bambina – mia madre – e i nonni pensavano di trasferirsi a Milano, dopo la guerra. Con il trascorrere dei mesi al fronte certezze e speranze sfumarono a poco a poco, lo si deduce dal tono diverso dei suoi scritti.

Fra tutte le lettere e le cartoline, la nonna ne preferiva alcune, relative al passaggio del confine italiano, subito dopo la partenza per il Fronte Russo. Il Battaglione Val Cismon, cui il nonno era assegnato, partì da Aidussina1, vicino a Trieste, e quello per lui fu un momento molto doloroso, testimoniato dal fatto che scrisse ogni due ore, mentre si dirigevano verso il Brennero: “Sto lasciando la mia Italia...” Una volta attraversato effettivamente il confine, aveva spedito un’ultima cartolina: “Addio, amore mio.”

 

Giuseppe Olivotto, primo in piedi a sinistraLa scrittura era a caratteri cubitali e tremolante, come se stesse piangendo. C’erano poi le lettere che precedettero la nascita di mia madre. Volevano un maschio, ma seppe trovare parole semplici e belle, quando invece nacque una bambina: “Questa sarà la figlia che ti accompagnerà in tutta la vita.”

Le lettere rimaste più impresse a me – a parte la cartolina dell’addio di cui ho già detto – sono invece quelle che parlavano dei progetti futuri per la loro piccola famiglia.

Il nonno era sempre stato molto assiduo nello scrivere alla nonna, anche prima di partire per la Russia, nei periodi in cui veniva richiamato, e sceglieva con attenzione le cartoline in base ai soggetti che sapeva le sarebbero piaciuti di più. Scriveva piccoli pensierini d’amore sotto il francobollo. Mia nonna lo sapeva, staccava il francobollo con il vapore e leggeva... era un segreto fra loro. Un segreto che lei ha poi condiviso con me.

Si erano promessi di scriversi la sera, guardando la stessa luna... e il nonno dalla Russia cercò di tenere fede all’impegno, anche se l’inchiostro scarseggiava, anche se pativa freddo scrivendo all’aria aperta. La penultima lettera risale alla metà del dicembre 1942, e si capisce che lui evitava di descriverle le cose peggiori.

L’ultima lettera è del primo gennaio 1943. Per la nonna fu uno strazio quando le ultime due lettere che lei aveva indirizzato al nonno tornarono al mittente. Era il primo sintomo che era successo qualcosa di grave. In una di queste la nonna lo rimproverava: “Non mi scrivi più...”

Crescendo ho sempre goduto di una pienezza affettiva tale che, circondata dall’amore dei miei genitori e di mia nonna, non sentivo la necessità di cercare notizie ufficiali del nonno, per motivi diversi. Innanzitutto la nonna fin da quando ero bambina mi aveva fatto promettere di non raccontare quelle cose a nessuno, soprattutto a mia madre. E poi – questa è la ragione principale – lei e io non parlavamo mai di nonno Giuseppe come se fosse morto. C’era sempre questa attesa. L’attesa di un ritorno. Razionalmente la nonna sapeva che il marito era morto. Il cuore, però, non voleva crederci, per cui ha continuato ad aspettare... non il rientro dei suoi resti esumati chissà dove, ma proprio il ritorno del nonno in carne e ossa.

Altri erano partiti da Ospitale per il Fronte Russo. Erano insieme al nonno e insieme rimasero fino al ripiegamento. Che io sappia non hanno detto nulla di significativo, o forse la nonna non ha voluto ascoltarli... c’erano cose che proprio non voleva sentirsi dire.

A metà degli anni ’90 la nonna entrò in possesso della copia di un documento. Vi erano riportati alcuni dati personali del nonno, per esempio l’altezza, e conteneva anche la descrizione di alcuni eventi di guerra: durante la ritirata – tra il 20 e il 21 gennaio 1943 – Giuseppe Olivotto aveva partecipato con valore ai combattimenti nei pressi di Kopanki ed era scomparso nella mischia.2 Neppure di fronte a questo la nonna perse la speranza. Nelle sue lettere il nonno ripeteva che i Russi erano gente buona, generosa, che gli davano il miele... quindi la nonna si era convinta che qualcuno tra la popolazione locale l’avesse aiutato e nascosto e che poi, per un motivo sconosciuto ma grave abbastanza da tenerlo lontano, lui non fosse riuscito a tornare a casa. Non fece mai la richiesta di dichiarazione di morte presunta, a fini pensionistici. Preferiva vivere con il niente che aveva sempre avuto.

Siccome il nonno non risultava morto a livello amministrativo, quando negli anni ’80 il Comune di Ospitale espropriò un fazzoletto di terra di cui mio nonno era proprietario, agli eredi non venne riconosciuto indennizzo alcuno. Anche per l’anagrafe – oltre che per la nonna Nella – Giuseppe Olivotto non era morto.

Veniva ricordato in maniera generica, come uno dei dispersi in Russia, durante le cerimonie che si tenevano presso il Monumento ai Caduti di Ospitale in occasione del 4 novembre.

La nonna non aveva mai lavorato fuori casa. Era di salute cagionevole, e poi in paese non c’erano molte possibilità in tal senso. Si ritrovò sola con due bambine piccole da mantenere. A causa delle sue misere condizioni economiche, nel 1946 il Comune decise di mandare mia zia Teresa – la figlia maggiore – in collegio. Vi rimase – trasferita in luoghi diversi – dai nove ai diciotto anni. Si trattava di strutture per orfani di guerra ma, pur con tutte le buone intenzioni, la vita – lì – non era certo facile. La cosa più brutta era che questi collegi, a parte l’ultimo, si trovavano molto distanti da Ospitale e la nonna – per i soliti motivi economici – poteva permettersi di andarla a trovare una volta all’anno. Alla nonna non venne data scelta. Anzi, stavano per portarle via anche Giuseppina, la figlia più piccola. Non fosse stato per l’intervento di una cognata della nonna, pure la mia mamma sarebbe andata in collegio, a soli quattro anni.3

 

Nella David, moglie di Giuseppe Olivotto

 

La nonna trovò lavoro come bidella nelle scuole del paese, ma lei e mia madre riuscivano comunque ad andare avanti solo grazie all’aiuto dei genitori della nonna, che tenevano una capra in casa per avere il latte fresco. I bambini in età prescolare di Ospitale – maschi e femmine – venivano affidati alla signora Rita, persona coltissima, nubile e molto religiosa, che li ospitava nella sua abitazione. Questa sorta di asilo si chiamava, appunto, la Casa di Rita. Ai bambini veniva impartita una certa educazione, Rita leggeva loro qualcosa e li faceva giocare, dando loro un intrattenimento didattico. Mia madre ricorda di avere visto dei camion che scaricavano i pochi reduci di Russia residenti a Ospitale. Guardando dalle finestre della Casa di Rita, osservava quegli uomini scendere alla spicciolata e si domandava se fra loro ci fosse il suo papà, mai conosciuto, e di cui sapeva vagamente che era partito per la guerra. Lei era l’unica ad aspettare il padre, perché mio nonno era l’unico uomo di Ospitale partito per il Fronte Russo che avesse già dei figli.

A nonno Giuseppe fu conferita una Croce di Guerra al Valor Militare, riguardo all’episodio di Kopanki. Le procedure per la consegna di tale decorazione durarono un bel po’ e credo che la nonna l’abbia ricevuta verso la metà degli anni Cinquanta.

Nel maggio del 2012 il signor Luca Mazzocco contattò una famiglia con lo stesso cognome del nonno – Olivotto – ma residente a Rivalgo, una frazione di Ospitale. Disse loro che era stato ritrovato il piastrino militare di Giuseppe Olivotto. Questi signori, cui il nome del nonno naturalmente non diceva nulla, si rivolsero a uno degli ultimi reduci di Russia ancora in vita della zona, residente proprio a Rivalgo,4 che li indirizzò alla famiglia giusta.

Mia madre, emozionatissima, si fece dare subito il recapito del signor Mazzocco, e così entrammo in contatto. Scoprimmo che lui – da sempre appassionato di Campagna di Russia5 – aveva trovato per caso il piastrino del nonno in vendita su internet. Purtroppo, nei pochi giorni trascorsi prima che io riuscissi a parlargli al telefono, la piastrina era già stata venduta.

L’aiuto del signor Mazzocco fu prezioso: in breve riuscì a risalire al venditore russo6 e, di conseguenza, all’acquirente del piastrino. Una sera, mentre ero in viaggio per lavoro, mi arrivò una mail: “Mi chiamo Giuseppe e sono io ad avere comprato il piastrino di suo nonno.” Telefonai subito a mia madre e scoppiammo entrambe a piangere.

La cerimonia di consegna del piastrino sarebbe dovuta essere limitata ai familiari più stretti, ma la notizia si è sparsa e parecchie persone – fra cui il Sindaco di Ospitale – mi hanno contattato e... alla fine tutto è stato organizzato per il 30 giugno 2012. Era presente anche Luca Mazzocco. Ci tenevo molto a conoscerlo. È stato un giorno bellissimo, culminato con la consegna a mia madre del piastrino. La partecipazione all’evento è stata commovente.

 

Ospitale, 30.06.2012 - Consegna del piastrino - Romina Zanvettor e la madre Giuseppina Olivotto a destra

Per me – e ancora di più per mia madre – questa cosa è stata davvero importante. In passato era stata sempre tenuta all’oscuro di tutto, dalla nonna (e da me, che avevo promesso di mantenere il segreto). Dopo la morte della nonna7 mi ero sentita libera di mostrarle la scatola con tutte le lettere e le cartoline del nonno. Mia madre aveva provato a leggerle, ma sofferenza ed emozione l’avevano portata a sospendere la lettura e a riporre la scatola.

Ora abbiamo iniziato a leggerle insieme, lei e io. Mia madre sta recuperando ora, grazie anche al ritrovamento del piastrino, la figura paterna.

A me rimane il cruccio di non averlo avuto accanto come nonno. Ho avuto una nonna eccezionale, ma mi sarebbe piaciuto avere anche lui e godere del suo affetto: da quanto mi ha raccontato la nonna – e in tanti a Ospitale l’hanno confermato – era una persona con una grande capacità di amare. Di sicuro provo orgoglio. Per la mia storia, per la nonna, per la mamma che, nonostante la sua infanzia tragica, è diventata una grande donna; e per gli ideali – per esempio l’attaccamento alla famiglia – che il nonno, grazie alle sue lettere, mi ha trasmesso. Ideali che, purtroppo, non ritrovo nella società in cui mi muovo ora.

 


1 Ora Ajdovščina, in Slovenia.
2 Il documento era con ogni probabilità una copia del foglio matricolare.
3 Giuseppina Olivotto trascorse comunque in collegio cinque anni: entrò nel collegio Sperti di Belluno quando la sorella Maria Teresa, raggiunti i diciotto anni, ne uscì.
4 Questo signore purtroppo è morto poco tempo dopo.
5 Il nonno di Luca Mazzocco era un reduce della Divisione Cosseria.
6 Il piastrino di Giuseppe Olivotto è stato rinvenuto non a Kopanki, ma nei dintorni di Tambov.
7 Nella David è scomparsa nel 2004.

 

 

 

 

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