di Patrizia Marchesini

 

La prima volta che vidi Pierangela mi disse che suo zio Adelmo era nella Tridentina. In seguito mi riferì che era un bersagliere. Secondo me un bersagliere e una Divisione alpina avevano poco da spartire e questo mi spinse a saperne di più.

Fu così che scoprii l’esistenza dei bersalpini.

 

Un giorno venni chiamato al Corpo d’Armata da un maggiore che io conoscevo e che mi disse: “Capitano, preparatevi a sostituire tante penne con una sola. Tutta la Compagnia transita nella specialità alpina alle dipendenze della Divisione Tridentina in partenza per la Russia.[1] 

 

Nella primavera-estate 1942 la 216ª Compagnia si trovava a Cavalese. Nata dal deposito del 7º Reggimento Bersaglieri, era motorizzata e armata con cannoni da 47/32. Comprendente 144 bersaglieri, era ai comandi del capitano Ugo Morini. Venne destinata a supporto del 6º Reggimento della Tridentina.

 

Per noi fu un fulmine a ciel sereno, ma poco dopo ci rassegnammo e partimmo per Caprino Veronese, ai piedi del Monte Baldo, dove c’era un distaccamento del Deposito del 6º Alpini. Qui rimanemmo molti giorni continuando la nostra istruzione, destando la meraviglia e l’ammirazione dei cittadini abituati a vedere solo alpini. [...] arrivarono 76 muli da Mirandola e non so descrivere il nostro impaccio nel governarli. [...] Arrivarono, alcuni con notevole ritardo, gli ottantasei conducenti alpini prelevati dalle varie Compagnie dei Battaglioni Verona, Vestone e Valchiese. [...] Ci amalgamammo in breve tempo, dato che molti bersaglieri alpini erano non solo della stessa provincia di Brescia e di Verona, ma anche dello stesso paese.[2] 

 

Ci fu però uno scoglio difficile da superare: un giorno giunse l’ordine di ritirare ai bersaglieri della Compagnia il fez e il piumetto. Tre casse furono sistemate al centro del cortile per poterli raccogliere, e i plotoni si disposero tutt’intorno. Facce dure, chiuse. Il capitano Morini – comprendendo il dispiacere dei suoi uomini – spiegò loro che, una volta terminata la Campagna di Russia, sarebbero tornati a essere bersaglieri. A poco a poco, pur con rammarico evidente, tutti consegnarono fez e piumetto. Tutti, tranne quattro bersaglieri... si dissero pronti ad andare in prigione, ma non avrebbero mai restituito i copricapo.

 

Io li avrei abbracciati, tanto mi avevano commosso, ma mi trattenni e parlai loro e a tutta la compagnia con una studiata calma. “Per dimostrarvi che io sono solidale con il vostro dolore, lascerò a questi testardi il fez ed il piumetto e me li farò addebitare. Ora potete andare in libera uscita con il cappello alpino.” [3] 

 

In seguito si concordò che i bersalpini avrebbero portato le fiamme cremisi sotto il bavero e un fez minuscolo all’occhiello del taschino sinistro della divisa, a testimoniarne le origini. La 216ª Compagnia Cannoni raggiunse Asti e da lì partì per il Fronte Orientale.

Adelmo Beriani MezzobustoSul treno c’erano anche Adelmo Beriani, lo zio di Pierangela, e Giovanni Giupponi, di Carisio, un paesino in provincia di Vercelli. Ecco quanto Giupponi scriverà nel suo diario:

 

Traversando la bella Pianura Padana i nostri occhi si posano su le belle campagne verdeggianti la cui aria è profumata di fiori campestri. Le estese pianure di grano prossime a mietere anch’esse sembrano che ci sorridono e salutano al nostro passaggio. [...] Purtroppo chi potrà consolare tanti cuori di madri e spose, che per tanti mesi devono vivere lontani senza notizie [...]?[4]

 

La tradotta si fermò a Verona e Bronzolo, dove Giovanni inviò poche righe ai genitori per avvisarli di essere in viaggio, diretto in Russia. Prima di partire aveva preferito non dire nulla, convinto di evitare loro il dolore del distacco. Il treno attraversò il confine al Brennero e proseguì in Austria. Giovanni ne ammirò le case dal “sapore antico” e le foreste, distratto talvolta da un capriolo intento a pascolare tranquillo.

Mentre il treno percorreva il territorio germanico, il giovane bersalpino non poté fare a meno di confrontarne il cielo grigio e il clima piovoso con quanto aveva abbandonato in Italia: giornate di sole, donne e uomini intenti alla mietitura, e il brusio delle loro voci che era solito spegnersi a poco a poco nel tramonto.

Si giunse in Polonia. Varsavia era una città in cui la guerra aveva lasciato ferite profonde, non solo negli edifici e nelle architetture, ma anche e soprattutto nella sua gente... occhi sgranati dall’angoscia e mani sudice a chiedere l’elemosina.[5]

Poi, Stalino. Avvolta dalla nebbia anche se l’autunno era ancora lontano. Bisognava scaricare il treno e imbastare i muli. Cominciarono le marce di avvicinamento al fronte. Gli uomini dormivano sotto i teli tenda. Arrivarono le prime lettere da casa.

E si andava, tra campi immensi di girasoli, finché giunse notizia che la Divisione Sforzesca era stata attaccata e costretta a ripiegare.

La 216ª Compagnia non venne messa in allarme, ma Giupponi conferma quanto già sappiamo: reparti della Tridentina furono autotrasportati in tutta fretta per soccorrere, tamponare, sostenere. Il diario non si sofferma su azioni guerresche.

Giovanni preferisce invece raccontare il rapporto profondo e quasi empatico tra lui e Ginetto, un mulo che gli venne affidato dal capitano Ugo Morini. Durante le marce quotidiane, talvolta sotto un sole cocente, il bersalpino si attaccava alla coda del quadrupede e si faceva trainare. A volte chiacchieravano, o meglio Giovanni parlava e Ginetto ascoltava... è chiaro che ascoltava, lo si capiva dallo sguardo dei suoi occhioni neri. Docile e silenzioso, proseguiva ogni giorno con il suo carico di munizioni, e la sera si lasciava strigliare senza manifestare insofferenza.

Giorni e notti. Città. Dopo Rostov e Vorošilovgrad, si giunse a Rossoš’ e a Podgornoe, dove si fermò il Comando della Divisione Tridentina, e dove la 216ª Compagnia sostò per due giorni. Qui i bersalpini subirono il battesimo del fuoco, sottoposti a “una abbondante gragnuola dal suon di mitraglia, con intermezzi di grossi calibri; primo spauracchio nel quale vi rimasero parecchi feriti, ed inutilizzando vari forni della sussistenza.”[6]

Il Comando di Compagnia si trasferì a Dača[7], mentre in un altro abitato poco distante – forse Dolžik – i bersalpini lavorarono un mese (durante la notte) costruendo rifugi sotterranei per gli uomini e trinceramenti per i cannoni da 47/32. Era autunno, ormai. Arrivò qualche nevicata, a sferzare il viso e l’anima.

Terminati i lavori per la sistemazione invernale, i muli e una parte degli uomini – fra cui Giovanni – si accantonarono in un piccolo paese, una trentina di chilometri indietro... forse Ukraineč... poche isbe che sembravano essere state gettate lì da una mano distratta e imprecisa. Anche Ginetto, dopo tante fatiche, aveva bisogno di riposarsi; per circa un mese Giovanni e i suoi compagni vissero con le famiglie russe. Per lo più vecchi e bambini cenciosi e denutriti, ma anche qualche donna, che mostrava la foto del figlio al fronte. A poco a poco la tensione si sciolse, e le serate divennero piacevoli. Le ragazze più giovani rattoppavano gli abiti già rattoppati, oppure suonavano la balalaika. La guerra, vissuta così, non faceva troppa paura, e nemmeno il freddo. Nelle lettere a casa, Giovanni era ottimista.

 

Al fronte sul Don eravamo in appoggio ai Battaglioni Verona e Val Chiese. Il 17 gennaio sera ricomponemmo la compagnia a Dača e partimmo per Podgornoe. Vi giungemmo a notte coi primi congelati, specialmente fra i conducenti, giunti a Dača da un paese distante 20 chilometri circa e, fatto il carico, subito ripartiti con noi.[8] 

 

Il paese [Podgornoe, n.d.r.] era illuminato a giorno dagli incendi, mentre nell’aria crepitavano gli scoppi delle munizioni dei nostri depositi.[9] 

 

La notte tra il 18 e il 19 gennaio 1943, a Podgornoe, metà della 216ª Compagnia Cannoni – al comando del tenente Facella – venne caricata su autocarri, insieme al Battaglione Verona e alla 33ª Batteria del Gruppo Bergamo, con il compito di liberare Postojalyj dai Sovietici. Il capitano Morini non avrà più contatti con quella parte di Compagnia. L’altra parte della Compagnia proseguì. Novo Karkovka. Šeliakino. Varvarovka, dove il maggiore Sarti del Battaglione Morbegno chiese al capitano Morini il supporto dei suoi pezzi da 47/32. Scontro terribile, quello di Varvarovka. Infine, resi inservibili i cannoni, i superstiti della 216ª Compagnia si allontanarono verso una piccola altura, ma furono travolti da carri armati leggeri, sui quali stavano soldati sovietici  con i mitra. Morini vide alcuni bersalpini soccombere sotto i carri o colpiti dalle raffiche, poi si gettò in una balka profonda oltre due metri con il sottotenente Repetti e tre o quattro bersalpini. Nei giorni successivi il capitano Morini e il piccolo gruppo rintracciarono altri della Compagnia e, incrociato l’itinerario della Cuneense, si unirono a quella Divisione. Il capitano, insieme a pochi altri della 216ª, fu catturato nei pressi di Valuiki. Aveva i piedi congelati. Era il 27 gennaio.

 

Nel cortile delle scuole del paese [Valuiki, n.d.r.] ci fermammo e delle guardie ci fecero entrare in un’aula a pianterreno per passarvi la notte. L’ambiente era affollato di prigionieri. [...] Il mattino dopo per tempo i russi ci fecero uscire nel cortile dove ci perquisirono minuziosamente e disposero gli ufficiali da una parte e la truppa dall’altra.[...] Così fui separato dai miei bersalpini dei quali non seppi più nulla e che non rientrarono in Patria.[10] Io e Repetti fummo spinti nella palestra già colma di ufficiali della Divisione Cuneense. [...] Dopo ventidue giorni di permanenza a Valuiki, disastrosa per la fame, per i congelamenti non curati, per i pidocchi che si moltiplicavano nei nostri indumenti, che da oltre un mese non ci toglievamo, per la paura di essere eliminati come i tedeschi, con la barba lunga, ci venne l’ordine – quelli che potevano – di portarsi in stazione. Così ci mettemmo in fila, io con gli scarponi attaccati al collo. Per uscire ci fecero passare per le stanze dei nostri soldati, dove alcuni dovevano rimanere, perché o morenti o impossibilitati a muoversi. [...] Vidi in un angolo un giovane sottotenente degli alpini di nome N., che io conoscevo da studente a Bolzano, il quale si stava slacciando le fasce mollettiere in una gamba. Quando ebbe finito il piede gli cadde, perché tutto marcio. Io lo consolai come potei, dicendogli che anche senza un piede sarebbe vissuto bene, perché i russi lo avrebbero curato.[...][11] 

 

Intanto, verso la fine di gennaio, Giovanni Giupponi, ferito due volte nei combattimenti per aprirsi la strada verso l’Italia[12], aveva cercato di salire su una slitta tedesca, ma era stato respinto. La coscia era un grumo di sangue e lui cercò di fasciarsi con un pacchetto di medicazione. Tentò quindi di proseguire il cammino, ma rimase indietro. Solo. Si rifugiò in un pagliaio e il mattino successivo alcuni bambini lo scovarono. Tre donne russe lo soccorsero, portandolo nel loro abitato. Nell’isba, sfinito, si appisolò, ma fu svegliato da due partigiani, “baffi arruffati coperti di brina”, che – dopo averlo interrogato – decisero di disinteressarsi di lui. In quella casupola viveva una coppia anziana con due figli sotto le armi. Furono molto gentili nell’assistere il bersalpino, ma Giupponi capì che sarebbero state necessarie ben altre cure, per le sue ferite. Il 7 febbraio 1943 si fece accompagnare dall’anziano padrone di casa in località non specificata. L’idea era quella di raggiungere un ospedale o un campo di prigionia, di sicuro meglio attrezzati rispetto a quell’isba misera.

Giovanni si rese subito conto dell’errore, e dell’orrore: in treno, oppure al riparo inadeguato offerto da baracche gelide o stalle, vide morire moltissimi prigionieri, finché il 20 aprile 1943 giunse a Tambov.

 

Passando un giorno un anziano [che] da gennaio ivi si trovava, disse: “Buon per voi che arrivaste quando la bufera è passata.” E ci narrò per lungo e per largo alcuni particolari delle tragedie vissute e dei pietosi casi svoltisi [...].[13]

 

All’inizio di maggio, nuovo trasferimento e nuove sofferenze. Il 20 di quel mese Giovanni arrivò finalmente in un lager-ospedale e le condizioni di vita, lì, erano sopportabili. Si mangiava poco, ma gli ambienti erano puliti; dottoresse e infermiere russe si presero cura dei prigionieri. A luglio alcuni fra i ricoverati si erano ristabiliti al punto di poter svolgere lavoretti leggeri. Altri, ancora deboli, per trascorrere il tempo si dedicavano al ricamo e venivano chiamati scherzosamente sorelle. Giovanni, invece era costretto a letto, e la sera ascoltava i resoconti di chi, per un supplemento di zuppa, si era improvvisato falegname o esperto in una qualsiasi specialità artigiana e usciva tutti i giorni a lavorare.

Molti dei suoi nuovi amici – con il migliorare delle condizioni di salute – vennero trasferiti. Per chi – come Giupponi – restò nel lager-ospedale il tempo scivolava lentissimo. Dopo la distribuzione del pane e della zuppa, partivano i soliti commenti monotoni: chi affermava di avere ricevuto, nella brodaglia, almeno tre cucchiai di miglio, chi – invece – addirittura cinque.

 

Il capitano Morini, una volta lasciata Valuiki, affrontò un viaggio in treno allucinante. La sete – come ricordano molti altri reduci di prigionia, nel rievocare i trasporti ferroviari – era forse il tormento maggiore.

 

Ora voglio ricordare un episodio che ci commosse tutti fino alle lacrime. C’era nel vagone assieme a noi il tenente della Celere Malossi[14], il quale da borghese aveva studiato da tenore; un giorno in cui la sete si faceva sentire di più egli ci cantò Signorinella pallida in modo meraviglioso, poi Nessun dorma della Turandot di Puccini.[15] 

 

Arrivato a Pinjug, Morini si ammalò di tifo petecchiale, ma sopravvisse, seppure così debilitato da camminare soltanto appoggiandosi ai letti-castello, alle pareti, oppure sorretto dai compagni di prigionia. I mesi trascorsero, le forze tornarono a poco a poco. Soltanto tre mesi dopo la cattura i Sovietici effettuarono una registrazione, trascrivendo nome, cognome e reparto di appartenenza del capitano Morini e di quanti erano ancora in vita a Pinjug in quel periodo.[16] Arrivò il momento della partenza, si era ormai nell’estate del 1943... Tutti gli ufficiali furono trasferiti a Suzdal’, dove – per ammissione degli stessi prigionieri, poi rientrati in Patria nel 1946 – all’epoca si cominciava a stare relativamente meglio, rispetto agli altri lager riservati alla truppa.

La propaganda politica sovietica a Suzdal’ divenne pressante. Venivano distribuite copie de L’Alba.

 

[...] era un giornaletto voluto da Palmiro Togliatti (con gli pseudonimi Ercole Ercoli, Cesare Correnti) per tenerci informati sugli avvenimenti italiani, sempre secondo il suo modo di vedere e di sentire [...]. Vi collaboravano gli attivisti [...] ufficiali scelti fra la massa, perché delusi dalla guerra e dal fascismo [...]. Tutti questi, dopo aver frequentato un corso di antifascismo a Mosca, collaborarono tra noi anche scrivendo sul giornale murale, facendo propaganda tra noi per attirarci dalla loro parte. Per la verità ne ho conosciuti due che trovai molto onesti, conversando più volte con loro: erano il sottotenente Montanari Ernestino di Bologna ed il capitano Lamberti del Battaglione [Monte] Cervino, il quale si era comportato molto valorosamente al fronte. [...] Una volta ricevemmo la visita di Robotti, il cognato di Togliatti. Si presentò a noi, in pieno inverno, vestito di tela. Tenne una conversazione, senza convincerci e ci fece anche pena, specialmente quando venimmo a sapere che i sovietici, una volta che era caduto in disgrazia, gli avevano strappate le unghie delle dita.[17]

 

A metà ottobre del 1943, Giovanni Giupponi si trovava ancora nel medesimo lager-ospedale. L’arrivo dell’autunno e le prime avvisaglie dell’inverno complicarono la vita dei ricoverati, che si raggomitolavano sotto una coperta striminzita fantasticando forme di pane ben lievitate, o fontane zampillanti. Gli furono vicini, in quel periodo, Petron e Stocchi, che condivisero i momenti più duri di quella prigionia. Altro non è possibile raccontare, poiché il diario manoscritto si interrompe a questo punto. Giovanni, però, tornò in Italia. Dall’Unione Sovietica arrivò in treno fino a Santhià, poi proseguì a piedi fino a Rovasenda, distante poco meno di trenta chilometri. Ai familiari raccontò che alla partenza per il fronte molti pensavano sarebbe stata una cosa facile. Una guerra già vinta. Invece.

Raccontò che durante il viaggio di rimpatrio parecchi prigionieri morirono: finalmente veniva dato cibo in quantità maggiore, ma purtroppo gli stomaci non erano più abituati a razioni normali.

Raccontò poco altro... una volta – durante la prigionia – lo misero in un bugigattolo, una sorte di prigione molto angusta, per punirlo di avere rotto una falce.

Giovanni Giupponi al rientro dalla prigionia 16.11.1945Giunto a casa il 16 novembre 1945, vi rimase solo qualche giorno prima di essere ricoverato al sanatorio di Vercelli, malato di tubercolosi.

Lo misero a letto. Stava fermo e silenzioso al punto che alcuni pazienti della camera fecero presente a una suora che con i loro discorsi avrebbero potuto disturbarlo. Lei – convinta che Giovanni si fosse assopito – rispose che quel reduce non avrebbe superato la malattia... anzi, molto probabilmente il giorno successivo non ci sarebbe stato più. Ma Giovanni Giupponi, nonostante non sia mai riuscito a recuperare una salute piena, ce la fece. Rimase però ricoverato per tre anni.[18]

Anche il capitano Ugo Morini tornò a casa da Suzdal’. Il 24 luglio 1945 per la prima volta venne dato il permesso ai prigionieri di scrivere a casa. Morini scrisse ai genitori, poi ai suoi suoceri, poi di nuovo ai genitori nel dicembre 1945. In tutto cinque cartoline; l’ultima, indirizzata ai figli, era del 27 febbraio 1946.

 

Dopo il mese di marzo del 1946 io ricevetti dai miei tre scritti: uno da mia moglie in data 8 luglio 1945, in cui mi scriveva di aver letto il mio nome su di un elenco di ufficiali prigionieri in Russia. [...][19] 

 

Arrivò alla stazione di Milano nel luglio 1946, accolto dal fratello Enzo, che – abitando in quella città – lo portò a casa sua, dove poté abbracciare finalmente la moglie, i due figli e altri familiari. Già durante le soste del treno in territorio italiano – a Udine, Padova, Verona – gli ufficiali reduci dall’Unione Sovietica avevano trovato una folla di persone, con una fotografia in mano. I parenti di chi non aveva fatto ritorno. Anche le prime ore a Milano vennero trascorse dal capitano Morini a colloquio con i congiunti di alcuni scomparsi. Poi arrivò la sera.

 

Ugo Morini - Adunata A.N.A. - Modena, maggio 1978Mio fratello Enzo con la moglie ed il figlio andarono all’albergo vicino e, augurandoci la buona notte, ci lasciarono padroni dell’appartamento. Durante la notte mia moglie si svegliò sentendo un rantolo. Ero io, così mi disse poi, che stavo male. Corse allora da una signorina, che conosceva, al piano di sopra, perché andasse a chiamare un dottore e mio fratello. Io, dopo alcuni minuti, rinvenni e chiesi a lei perché avesse acceso la luce. Mi trovò una scusa.

Arrivò il dottore che, visitandomi, non ricordo se mi prescrisse una medicina, ma di sicuro di rimanere a letto per il riposo di un giorno o due. Passai una visita all’ospedale militare di Verona, dove – date le mie condizioni fisiche – mi prescrissero un anno di licenza di convalescenza, sempre con il grado di capitano.[20]

 

Adelmo, lo zio di Pierangela, purtroppo non tornò. Ci sono poche informazioni che lo riguardano. Adorava la musica e il bel canto, e aveva frequentato persino una scuola: in una lettera del 1940 un amico – già sotto le armi in quanto un po’ più vecchio – gli diceva che avrebbe voluto sentirgli cantare un’aria del Trovatore. Durante la permanenza della 216ª Compagnia Cannoni a Caprino Veronese, Adelmo aveva conosciuto Gina, una ragazza che abitava vicino alla chiesa. Sembra fossero affiatati. Senza notizie dal fidanzato, la ragazza si tenne in contatto con una cugina di Adelmo. Aspettò. Aspettò. In seguito conobbe un Americano, si trasferì in America e si sposò. Ora anche Gina non c’è più... non è mai tornata in Italia.

I familiari di Adelmo rintracciarono alcuni bersalpini. Ci sono ancora due lettere da altrettanti reduci di prigionia. La prima, datata 4 gennaio 1946, è di Carlo Bontempi: raccontava che Adelmo – pochi giorni prima del ripiegamento – fu mandato “indietro” come istruttore di una Compagnia Controcarro di nuova formazione. La seconda lettera (anche questa del 4 gennaio 1946) è di Giovanni Giupponi e fu scritta dall’Ospedale Bertagnetta di Vercelli, dove Giovanni era ricoverato: ricordava bene Adelmo e l’aveva visto durante la ritirata.[21] 

Adelmo Beriani Divisa BersagliereUna lettera ulteriore, datata 6 gennaio 1946 e scritta da un cugino di Adelmo a zia Bianca (sorella del papà di Adelmo), sottolinea le difficoltà nel rintracciare eventuali bersalpini reduci: a causa dei bombardamenti sulle città italiane, molte erano le abitazioni distrutte o danneggiate e chi era sopravvissuto alla guerra magari si era trovato nella necessità di trovarsi una nuova sistemazione; scoprire i nuovi indirizzi non era cosa semplice.

Nella stessa lettera il cugino Giorgio sottolinea una notizia sentita alla radio: un alto ufficiale americano, inviato dal Governo degli Stati Uniti, sarebbe andato in Jugoslavia e in Unione Sovietica allo scopo di esaminare la questione del rimpatrio degli Italiani ancora prigionieri in tali nazioni.

 

Nel 1993 la famiglia di Adelmo ricevette una comunicazione dal Ministero della Difesa: catturato il 17 gennaio 1943 a Rossoš’, morì di tifo petecchiale il 17 aprile di quell’anno nel campo n. 53 di Aleksin.

 

Settembre 2011. Pierangela e il marito sono in Russia. Aleksin è tra le tappe del viaggio. Il campo si trova all’uscita del paese, ed è ben riconoscibile in quanto, dove una volta si trovava il lager, ora c’è una colonia penale per minori. Oltrepassato di poco il carcere, si nota un cancello chiazzato di ruggine. Da lì un viottolo sterrato porta ad alcuni orti privati. Poi, tra le immancabili betulle, si apre uno spiazzo erboso, con tante piccole protuberanze: qui riposa Adelmo, insieme a tanti altri sconosciuti.[22] Fino al termine del 1943 i morti del campo vennero interrati in fosse comuni, poi – con la diminuzione sensibile dei decessi – negli anni seguenti pare che a ogni defunto fosse assegnata una sepoltura singola.

Una lapide ricorda i prigionieri italiani che terminarono qui la loro vita, un altro monumento è per i prigionieri ungheresi.

C’è il sole e una gran pace. Pierangela appoggia un mazzo di fiori sulla lapide e il vento che passa leggero tra le betulle per un attimo sembra il mormorare indistinto di voci perdute.

 

Un ringraziamento particolare alle famiglie Beriani, Giupponi, Marchi e Morini per avermi fornito i documenti e il materiale necessari alla stesura del testo. Grazie anche al dottor Ettore Frangipane, il cui aiuto è stato prezioso per contattare i familiari del capitano Ugo Morini.


[1] Da Ricordi di guerra, Ugo Morini. Stampato da Innova, Bolzano, 1991.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Dal diario manoscritto di Giovanni Giupponi. La 216ª Compagnia partì da Asti il 19 luglio 1942, anche se, nel diario, Giupponi riporta erroneamente come data il 20 luglio.

[5] È probabile che Giupponi qui si riferisca agli Ebrei addetti alla pulizia nella stazione di Varsavia.

[6] Dal diario manoscritto di Giovanni Giupponi.

[7] Il capitano Morini, nel suo memoriale, puntualizza che Dača era sede anche del Comando del 6o Reggimento Alpini; il villaggio – poche isbe – è sulla strada che va da Podgornoe (dove erano rimasti gli autocarreggi della 216ª Compagnia) a Belogor’e.

[8] Da Nikolajevka: c’ero anch’io, a cura di Giulio Bedeschi. Testimonianza di Ugo Morini.

[9] Da Ricordi di guerra, Ugo Morini. Opera citata.

[10] Secondo il racconto del capitano Morini, al momento della cattura erano con lui, oltre al sottotenente Franco Repetti, i bersalpini caporali De Vecchi e Tabacchi (radiotrasmettitori) e il bersalpino Glingani, autista delle autocarrette.

[11] Da Ricordi di guerra, Ugo Morini. Opera citata.

[12] Una prima volta da schegge di mortaio, e poi – all’inguine – dai partigiani sovietici.

[13] Dal diario manoscritto di Giovanni Giupponi.

[14] Forse Franco Malossi, ufficiale del II Gruppo del Reggimento Artiglieria a Cavallo. Catturato nei pressi di Valuiki, fu prigioniero prima a Valuiki stessa e poi a Pinjug. Le Batterie del Reggimento a Cavallo partirono per la Russia con il C.S.I.R., nel luglio 1941. Il Reggimento era in origine assegnato alla Divisione Celere (ecco quindi spiegata l’affermazione del capitano Morini) ma dall’autunno 1942 passò alle dipendenze del CdA Alpino, dopo avere fatto parte (insieme a Savoia e Novara Cavalleria) del Raggruppamento a Cavallo agli ordini del generale Barbò e alle dipendenze dirette dell’8ª Armata. Una volta a disposizione del Comando alpino, il I e il III Gruppo del Reggimento furono di supporto alla Divisione Vicenza; il II, invece, alla Cuneense.

[15] Da Ricordi di guerra, Ugo Morini. Opera citata.

[16] Il capitano Morini stima in 2.000 i prigionieri partiti da Valuiki insieme a lui. A Pinjug, oltre il suo, giunsero in seguito altri due convogli ferroviari. Dopo tre mesi, e tenuto conto di quanti erano scesi durante il trasporto in treno, fermandosi a Tambov, i superstiti erano 300, per lo più affetti da TBC. Secondo il sito www.plini-alpini.net, le morti documentate a Pinjug furono 656, mentre il Rapporto sui prigionieri di guerra italiani in Russia, a cura di U.N.I.R.R., e I prigionieri italiani in Russia, di Maria Teresa Giusti, riportano un numero maggiore di decessi: 918 (Rapporto U.N.I.R.R.) e 939 (volume Giusti).

[17] Da Ricordi di guerra, Ugo Morini. Opera citata.

[18] Convinto di essersi salvato per una sorta di miracolo, si avvicinò sempre più alla religione, diventando diacono. Morì il 2 giugno 2004.

[19] Da Ricordi di guerra, Ugo Morini. Opera citata. La seconda cartolina era stata spedita da Emma, sorella del capitano, in data 10 luglio 45, mentre la terza era di Giorgio, il figlio di Ugo Morini, ed era del 5 agosto 1945.

[20] Da Ricordi di guerra, Ugo Morini. Opera citata. Il capitano Ugo Morini, come conseguenza del tifo petecchiale, era stato colpito dal morbo di Parkinson, e gli fu assegnata una pensione di 2ª categoria.

[21] “[...] tutti fummo presenti, pure suo cugino, 4 giorni sempre uniti, e poi lo sconvolgimento, che la mattina mi trovai solo, cercai di potermi unire a una colonna già lontana, ma le mie ferite mi tormentavano. Da allora più nessuno potei vedere [...].” Dalla lettera di Giovanni Giupponi a un cugino di Adelmo Beriani.

[22] Il Rapporto sui prigionieri di guerra italiani in Russia, a cura di U.N.I.R.R., e I prigionieri italiani in Russia, di Maria Teresa Giusti, concordano nel riferire che ad Aleksin morirono 425 Italiani, ma oltre agli Italiani qui furono rinchiusi anche prigionieri ungheresi.

 

Corrispondenza e trafiletti dell'epoca

 

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Guarda le foto del viaggio di Pierangela Marchi... 
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Il diario manoscritto di Giovanni Giupponi