mario_rigoni_sternMario Rigoni Sterndi Agostino Roncallo

Dove siamo? Dove siete? Perdere il senso del tempo e dello spazio, un pensiero fisso occupa la mente: ritornare. Vivere con tanta intensità la situazione da non saper più prenderne le distanze. Che ore sono? Non c’è orologio al polso né luce che possa illuminare il buio dell’esistenza.
La strada di Mario Rigoni Stern1 comincia da qui, da una notte sul fiume Don, quella del 18 Gennaio 1943, la fine di un mondo. Il mondo era un caposaldo fatto di camminamenti e tane scavate nella terra dura per il freddo invernale, a qualche centinaio di metri dai Russi appostati sull’altra riva. Quel fiume era un confine oltre il quale si estendeva un mondo sconosciuto, vastissimo, inesplorato e inesplorabile per truppe alpine non autotrasportate. I soldati erano lì da un mese circa e avevano scavato la terra sul pendio scosceso di Ukrainska Builovka, un villaggio nel quale sopravviveva una piccola chiesa col campanile, seimidistrutta, e una serie di isbe abbandonate. Cosa c’era oltre quel confine? Il ricordo va al deserto di fronte alla fortezza Bastiani del racconto di Buzzati: il tempo sospeso e gli spazi sconfinati di quel deserto davanti a quella fortezza erano gli stessi. Si sapeva che i Russi avrebbero potuto attaccare il caposaldo...
“Radio scarpa”, non una vera e propria radio ma metafora dell’assai più affidabile sentire comune, raramente si sbagliava. Ma se così fosse stato, quale strada avrebbero dovuto percorrere quegli uomini isolati nella neve, con una temperatura che si avvicinava ai 50 gradi sotto zero e un equipaggiamento non adeguato? Era una domanda che entrava nella mente e subito ne usciva, scacciata a forza: era preferibile non pensare a una simile eventualità perché alle spalle era il nulla, una bianca distesa lunga migliaia di chilometri. Nessun mezzo di trasporto, il nulla, davanti e dietro sé: è la stessa sensazione che prova un esploratore giunto in un luogo dove nessun essere umano era mai stato prima. Una comunità di Italiani si trovava ora in questo luogo lontano, spinta laggiù da un’ambizione di conquista in cui nessun soldato si riconosceva: ma era una comunità solidale e, in tanta sofferenza, era riuscita a creare le condizioni per vivere. Nel frattempo era passato un mese e i soldati avevano terminato la costruzione delle trincee e sistemato i reticolati, ora sarebbe stato difficile per chiunque arrivare lassù, in cima a quella scarpata, dove era il villaggio e il caposaldo.
L’ordine di sganciamento giunse improvviso la sera del 17 e quando il sergente Rigoni con la sua squadra del battaglione Vestone inizia il ripiegamento erano circa le due della notte: Nuto Revelli2 e il Tirano partiranno da Belogor'e, località poco più a nord di Builovka, circa due ore dopo. È una notte terribile, una bufera di neve si abbatte su quei soldati che si coprono come possono e usano coperte a protezione della testa e delle spalle. La direzione di marcia verso ovest prevedeva il transito da Podgornoe dove si sarebbe dovuto trovare un ospedale. In questa località il sergente e i suoi compagni giungono verso le 11.00 del mattino, dopo circa nove ore di marcia, mentre il Tirano arriverà intorno alle 17.00 dopo aver percorso 42 chilometri. Nel villaggio erano ovunque scene di panico: dall’ospedale i feriti in grado di reggersi in piedi si aggrappavano alle slitte in partenza nella speranza di non rimanere sul posto e diventare prigionieri. Quando Revelli arriva, il Vestone è da poco ripartito dopo un riposo di qualche ora: Rigoni aveva dormito tre ore in un rifugio antiaereo dove una donna russa aveva preparato per lui una tazza di caffè caldo. Nel primo pomeriggio si forma una colonna che esce dal villaggio in una confusione totale: c’è un pendio, la strada sale e lì i mezzi della sussistenza, le macchine con tutti gli incartamenti dei comandi, affondano nella neve. Non ripartiranno più. La colonna, migliaia di persone, era a quel punto interamente appiedata.
Al tramonto viene raggiunto un villaggio disabitato e il Vestone ricevette l’ordine di rimanere in retroguardia, le testimonianze si fanno sempre più confuse:

«Venne la notte e arrivammo in un piccolo paese nella steppa. Non so che giorno o che notte fosse, so che faceva molto freddo, e avevamo anche fame»3.
 
Lontano bruciava un villaggio anch’esso senza nome4 ma che, possiamo supporre, doveva trattarsi di Podgornoe. Era la notte del 18 Gennaio.
Nel tentativo di dare un nome a quei villaggi e di ritrovare il tempo di quella “strada”, le ore e i minuti di quel percorso, mi sono avvalso di alcune fonti documentarie5 e di nuove tecnologie, tra cui la fotografia satellitare: Internet mi ha permesso di ritrovare quei luoghi di cui ho salvato e stampato alcune immagini. Si tratta di fotografie estive, naturalmente, che mostrano un paesaggio praticamente immutato nel tempo e rappresentano una tappa del lungo dialogo con l’autore del “Sergente”:
 
 
«Caro Roncallo, è straordinario! Quelle date e quelle ore mi hanno fatto ritrovare con precisione la storia che ho raccontato nel Sergente. Un grazie di cuore… quelle foto estive dei luoghi le ho immaginate tutte bianche con piccoli segni neri»6.
 
 
Era tutto bianco, proprio tutto, e il resto, le persone e le cose, erano piccoli segni neri. Proprio così dovevano apparire quelle isbe isolate che si presentarono agli occhi dei soldati esausti, verso la mezzanotte di quella così intensa giornata. Poche ore di riposo all’interno di un edificio in muratura, forse una scuola, per poi ripartire alle prime luci dell’alba. Il Tirano nel frattempo si muoveva da Podgornoe: erano le 3.45 della mattina del giorno 19.
Mentre il battaglione Verona si preparava per l’attacco a Postojalyj, il Vestone arrivò dopo una lunga marcia di retroguardia presso il villaggio di Opyt, che venne attaccato fin dalle prime ore del pomeriggio. La squadra di Rigoni attende in una balca, un fuoco viene acceso, i soldati si scaldano nell’attesa e solo quando è già buio arriva la notizia che il villaggio è stato occupato. I soldati allora cercano un riparo per la notte in alcune costruzioni basse e lunghe, forse si trattava di stalle o forse di un grande kolchoz. Sono ore concitate, il giorno 20 sarà quello dell’attacco a Postojalyj, da dove il giorno prima il Verona era stato respinto. Sarà proprio il Vestone a compiere la decisiva manovra aggirante: gli altri reparti, tra cui il Tirano, arriveranno da lì a poche ore. Nuto Revelli e Rigoni si trovavano ora a poca distanza l’uno dall’altro, entrambi parteciperanno la notte successiva a un altro evento drammatico: dopo ore di attesa all’addiaccio, in piena notte verrà attaccata Novo Karkovka, si combatte per tornar indietro, in Italia, e spezzare quell’accerchiamento. Una notte freddissima, ore di attesa nelle neve dopo una giornata di combattimenti, poi l’apparire delle luci di quel villaggio. Sarà occupato dai russi, o forse no. Serve trovare un’isba calda per riposare ma anche prepararsi a un combattimento perché il villaggio potrebbe essere occupato dai russi e c’è anche un fiume tra due alte rive da attraversare. Poco più a monte del punto di osservazione si nota un ponte in legno. Al passaggio dei tre panzer tedeschi che accompagnavano la colonna le assi di quel ponte cigoleranno ma la struttura reggerà. Entrambi, Nuto e Mario, notano la stessa cosa in quella notte: una casa in mattoni rossi, forse una scuola o il palazzo comunale: Mario riposerà qualche ora al suo interno, successivamente quella casa verrà data alle fiamme e Nuto la vedrà bruciare nella notte.
I punti di vista si incrociano, le ore e i minuti di quei giorni riappaiono nitidi e si ha come la sensazione che quel tempo non sia passato, che si possano fermare gli attimi, proprio oggi che la vita scorre così velocemente,
 

«oggi, che tutti hanno fretta e non sanno guardare»7.
 
La strada del sergente Rigoni sarà ancora lunga, centinaia di chilometri percorsi nell’inverno russo fino al giorno in cui, dopo aver spezzato l’accerchiamento a Nikolaevka, quegli uomini videro alcuni camion avvicinarsi: erano per loro, si ritornava a casa. Ma non fu un vero ritorno, non ci fu il tempo. L’8 Settembre 1943, in seguito alla richiesta di armistizio da parte del Governo, i Tedeschi considerarono gli Italiani traditori e i soldati che non firmavano per l’arruolamento nell’esercito di Salò vennero avviati ai campi di prigionia. Fu così che i soldati della Tridentina non poterono fare ritorno alle proprie case, si ritrovarono su un carro bestiame e arrivarono il 17 Settembre alla stazione di Hohenstein (oggi Olsztynek) nella Prussia orientale, attualmente territorio polacco. Che cosa pensassero quegli uomini in quella situazione di umiliazione e deprivazione, dopo aver compiuto il proprio dovere di soldati e aver perso tanti amici in una guerra insensata, è difficile immaginarlo. Le parole che Rigoni usa sono «tristezza, fame e rabbia»8: in quel percorso a piedi che portava il gruppo di militari dalla stazione al campo di prigionia in località Krolikowo, lui avrebbe voluto prendere a calci quegli uomini in camicia bruna che, armati, li scortavano. Lungo quel percorso, a colpire la sua attenzione sono quattro lugubri torri su una collinetta: si trattava del mausoleo dedicato a Von Hindenburg, l’eroe dei Laghi Masuri. Nel campo ad attenderlo ci sono delle baracche in cui gli Italiani vengono stipati in condizioni igieniche molto precarie, isolati da tutto:

  
«Non avevamo notizie, carte topografiche, conoscenze. Niente. Solo la fame e la nostra fatica»9.
 
 
In una fotografia inviatami nel Maggio del 2005 c’è una planimetria di quel campo di prigionia, denominato Stalag 1B: su di essa, Rigoni appone delle piccole note a matita, per indicare alcuni dei luoghi che hanno avuto per lui maggior significato.

Stalag_1BMappa del campo di prigionia Stalag 1B
 
In basso a sinistra viene evidenziata una baracca e la nota ad essa correlata dice “La mia baracca!” e aggiunge “in 350”. Trecentocinquanta persone all’interno di una costruzione che poteva contenerne meno della metà: questa era la condizione in cui si sono trovati i prigionieri italiani. Ho chiesto a questo proposito a Rigoni se la Croce Rossa sapesse della condizione degli Italiani; la risposta fu la seguente:
 
 
«Credo che a Ginevra non si trovi nessun elenco di Gtaliani; hanno fatto in modo che la CRI, Croce Rossa Internazionale, non riconoscesse il nostro stato di “Gefangen” (prigionieri di guerra) in quanto dal Governo tedesco e da quelli nostri eravamo considerati “internati”. Francesi, Inglesi, Belgi, ricevevano puntualmente pacchi della CR con ottime provviste (gallette, cioccolato, caffè, zucchero, biscotti, sigarette e tabacco che anche commerciavano). Per noi Italiani fu più dura perché avevamo anche il loro disprezzo. Non mi dilungo, ricordi amari»10.
 
 
Un’altra nota, sempre in basso ma in posizione centrale, recita “Baracca orribile!” e aggiunge “circa tre settimane”: si trattava evidentemente di un luogo ancor peggiore del primo, probabilmente l’ultimo in cui il sergente ha abitato prima del suo trasferimento nella stazione di Guldenboden. Al centro della piantina viene evidenziato un luogo del campo accompagnato dalla scritta “generali russi”: si trattava della prigione in cui gli ufficiali russi venivano reclusi in condizioni proibitive. In una delle poche fotografie dello Stalag 1B che si sono conservate11 si può notare la lagerstrasse che taglia in diagonale il campo, le cucine e, poco oltre, una costruzione bianca, le carceri per l’appunto: ogni volta che una colonna di prigionieri entrava o usciva dallo Stalag per lavoro, si trovava a passare davanti a quella prigione, simbolo di sopraffazione e di negazione dei diritti umani.
C’è infine un’ultima annotazione nella parte alta dell’immagine: “qui dal Dicembre 43 al Febbraio 44”. Quel luogo era la baracca dello spidocchiamento e della disinfestazione, le attività cui Rigoni era stato assegnato. Il problema igienico era infatti fondamentale e le epidemie avevano in genere effetti devastanti. Il caso ha avuto in questa circostanza un ruolo importante: poco tempo prima dello scoppio di un’epidemia di tifo che ha causato migliaia di morti nel campo, Rigoni Stern viene trasferito a lavorare in una piccola stazione ferroviaria sulla linea che da Danzica porta a Kaliningrad. Quella stazione gli ha dunque salvato la vita e rappresenta una tappa importante del suo cammino.
In occasione del suo ultimo viaggio in quei luoghi, ricevo una fotografia che lo ritrae proprio all’ingresso di ciò che oggi è rimasto dello Stalag 1B.

 
KrolikowoMario Rigoni Stern di fronte all'ingresso del campo di prigionia dove fu prigioniero
 

Ma quello che più mi ha colpito è il fatto che, in occasione di questo viaggio, di quella stazione lui non sia più riuscito a ritrovare le tracce12, quasi che essa si fosse volatilizzata:
 
 
 
«Sulle carte geografiche in mio possesso (foglio 56-57 Atlante Internazionale del Touring) non sono riuscito a trovare Guldenboden. Ricordo solo che passava la ferrovia Danzica – Konigsberg. No, non sono più tornato in quei luoghi»13.
 
 
Ho desiderato di ritrovare quel luogo. Il mio ragionamento è stato il seguente: se quella località, trovandosi in Prussia orientale, faceva parte della Germania, mentre oggi si trova Polonia, l’originale nome tedesco deve risultare tradotto in polacco. Un aiuto è arrivato da una vecchia guida turistica, trovata in una biblioteca comunale, che parlava di Guldenboden e, in parentesi, citava il nome attuale: Bogaczewo. Dunque quella era la località che cercavo. Tutto sembrerebbe semplice a questo punto se la Bogaczewo indicata dalle carte nella zona dei Laghi Masuri non apparisse altro che una ridente località turistica, del tutto priva di linea ferroviaria. Doveva dunque esistere una seconda località con lo stesso nome. Essa viene presto individuata ma, come la precedente, non risulta vicina alla ferrovia che porta all’antica Konigsberg. La difficoltà di reperire quel villaggio sulle carte più recenti, insieme all’esistenza di più località con lo stesso nome, ha reso più ardua la ricerca: se sulle carte, anche quelle più precise, quel luogo non esiste, un motivo doveva pur esserci. Per comprendere quel motivo è stato necessario interpretare quelle carte e dare un senso a quei nomi, a quei luoghi così lontani ed estranei per me.
Ho riflettuto a lungo sul problema inizialmente senza esito ma, come spesso accade, la soluzione è poi arrivata improvvisa: le carte turistiche, ho pensato, non possono che riflettere una società del presente, diversa da un punto di vista politico ed economico rispetto a quella di sessant’anni fa. Su questa base, è stato più semplice comprendere come la nuova rete stradale polacca attraversi solo quelle località che, negli ultimi decenni, hanno acquistato un certo rilievo turistico e commerciale: sono paesi in cui compaiono i primi negozi alla moda, ci sono luci per le strade, scuole e possibilità di trovare un lavoro. Queste località, piccole e grandi, ci sono tutte sulle carte del Touring. La vecchia rete ferroviaria invece, attraversa villaggi e paesi praticamente dimenticati, e Guldenboden-Bogaczewo è tra questi. Questi villaggi collegati tra loro dalla ferrovia sono come un mondo a parte, parallelo, ignorato dalle nuove strade commerciali e, appunto, anche dalle carte del Touring. È la Polonia di ieri.
La ferrovia che da Danzica porta a Konigsberg, oggi Kaliningrad, è oggi una linea secondaria sulla quale non passano più vagoni ristorante ma solo treni di seconda classe: sono frequentati da lavoratori e da quei pochi turisti che decidono di affrontare sulla strada ferrata un viaggio di oltre quattro ore per raggiungere l’antica Koenigsberg, città fondata dai cavalieri teutonici nel tredicesimo secolo. È una città che dal 1991, finito il suo ruolo strategico militare, è diventata un centro turistico apprezzato per le sue scogliere, le spiagge e i boschi di pino e di betulla: proprio tra quelle betulle avevano posto la loro residenza estiva Martin Bormann e Joseph Goebbels.
Alla partenza del treno, a Danzica, salgono soprattutto turisti tedeschi, i polacchi prendono invece il treno 50 km dopo, alla stazione di Elblag, una bellissima cittadina attraverso la quale passa l’itinerario “Copernico” che porta a Malbork, dove si trova una delle più imponenti fortezze d’Europa, sede dei cavalieri teutonici nel XIV secolo. Dopo circa 10 Km di percorso verso est, in direzione Kaliningrad, il treno supera senza fermarsi una prima stazione, Komorowo, e dopo cinque chilometri una seconda stazione.
 


StazioneStazione Bogaczewo-Guldenboden (clicca per vederla su Google Map)
 
 

La stazione è la stessa di tanti anni fa, così come la scarpata lungo la ferrovia e le traversine, ancora in legno. È situata a circa 80 chilometri a nord-ovest del villaggio di Olsztynek, dove si trovava lo Stalag 1B. La tratta ferroviaria è solo in parte elettrificata e la macchina diesel procede lenta ma non come sulla tratta Poznan-Wolsztyn dove ancora oggi viaggia una locomotiva a vapore. Il lento incedere del treno non è però sufficiente a far sì che lo sguardo dei viaggiatori si soffermi su quella piccola stazione, la loro mente è già alle spiagge sul Baltico e ai boschi di betulla. Per loro, quella sala d’aspetto ancora con le panche in legno e, poco più avanti, una stalla in mattoni seminterrata, non possono rappresentare nulla. In quella stalla per cavalli seminterrata, un gruppo di uomini, e tra questi Rigoni Stern, è sopravvissuto fino al termine della guerra, nutrendosi di poche razioni alimentari, integrate occasionalmente da ciò che macchinista e viaggiatori lanciavano pietosamente giù dai treni in transito. Da quel tratto di ferrovia, oggi lo sguardo sulla pianura consente di vedere una strada che passa poco lontano da Guldenboden, le automobili attraversano i paesi di Pilona, dove si trova una buona scuola elementare, e di Zielony Grad: due località anch’esse non registrate dalle carte del Touring. Proseguendo verso Kaliningrad si incontrano, dopo dieci chilometri, altre due piccole stazioni: Bady e Gory, due piccoli villaggi in una zona lacustre. Alcuni cigni si inseguono in uno stagno.Tutto questo ho raccontato a quel sergente che non ha mai accantonato il desiderio di rivedere quei luoghi:

 
«Caro Roncallo, tra le cose importanti messe da parte ho ritrovato le sue lettere e la ringrazio per le davvero chiare coordinate topo-geografiche dell’ex Prussia orientale. Se le avessi avute prima! Ma il pensiero di rivedere quei luoghi mi accompagna nelle ore dell’insonnia “dei vecchi”, e se la salute mi aiuta, forse, riuscirò a ritornarci (Povero reduce, pover uomo!)»14.

 

 

Alcuni amici francesi mi hanno inviato un giorno una fotografia di quella stazione. Ma è veramente lei? Il nome non è leggibile sull’insegna.

Il luogo appare in abbandono: non ci sono passeggeri lungo la ferrovia, una catasta di legna ingombra il marciapiede del primo binario. In primo piano un vaso senza fiori è solitario sotto un cielo lattiginoso:
 
«Caro Roncallo, ho guardato e riguardato quelle due fotografie con la stazione e le rotaie. Allora era tutto molto più grigio, non c’era l’elettrificazione; caligine e odore di carbone; poche voci, trilli di campanelli, comandi… No, è impossibile ritrovare quel tempo. Il nostro ricovero-prigione si trovava a circa cinquanta metri a est della stazione»15.
 
L’edificio principale della stazione è lo stesso di un tempo oppure è stato ricostruito negli anni del dopoguerra, all’epoca dell’elettrificazione della linea? Il nome della stazione è oggi su insegna sporgente mentre un tempo era scritta in nero sul muro. In basso nell’immagine si nota un cartello con una croce bianca su fondo scuro.
 
 
«Il suo ricordare Guldenboden – Bogaczewo stimola intensamente la mia memoria e come ora vorrei rivedere quei luoghi! Ma, vede, i miei anni sono tanti e viaggiare mi è diventato faticoso. Mi accontento di sognare. Lei mi aiuta»16.
 
 
Poi il conflitto è finito ma molti di quei soldati reclusi nello Stalag 1B non sono rientrati in patria. Quando il campo è stato liberato dai Russi nel gennaio del 1945, sono stati portati a Odessa per l’imbarco ma solo alcuni di loro sono riusciti a prendere la nave che li avrebbe ricondotti nel loro paese. Altri sono morti di fame e freddo lungo il tragitto oppure sono stati portati dai Russi nelle contrade ucraine. Ma, in quest’ultimo caso, possibile che non si abbia notizia di prigionieri utilizzati dai Russi in Ucraina in quel 1945? Ricevetti qualche tempo fa una richiesta di una famiglia francese che voleva trovare notizie del loro parente scomparso: avevo preso a cuore la storia di quel ragazzo.
 
«Per quanto sono venuto a sapere e per mia esperienza penso, suppongo, che quel soldato francese, come molti altri soldati d’Europa, prigionieri o combattenti, abbia lasciato la vita nelle contrade meridionali d’Ucraina o sui Carpazi in quell’inverno del 1945. Rarissimo caso, a mia esperienza, stanco di sperare e sfinito per la fatica, potrebbe essersi fermato in qualche villaggio sperduto?»17.
 
 
Un soldato si ferma per sempre in un villaggio sperduto: dimenticare, dimenticare tutto, chi ha voluto la guerra e chi l’ha condotta, dimenticare la sofferenza e le ingiustizie. Mi domando allora perché raccontare, perché sollevare quel velo di polvere e disegnare nuove onde sull’antica sabbia. Quel soldato francese invade lo spazio della mente e, non autorizzato, prende la parola a nome di tanti: ognuno di noi ha percorso una strada, diversa e comune nello stesso tempo. In comune ha il fuoco delle armi e il freddo tagliente dell’inverno, il bruciore della sete e il vuoto straziante della fame, l’ingombrante peso della colpa e la diafana inconsistenza della speranza. È così la vita.
 
 
«È così la vita: ogni uomo una storia da raccontare»18.


Note:
1 A Mario Rigoni Stern è dedicata questa narrazione: le sue lettere e la documentazione da lui inviatami nel corso di questi anni, i suoi incoraggiamenti, mi hanno dato la forza necessaria per portare a termine questo volume;
2 Nuto Revelli, saggista e scrittore, era amico di Rigoni Stern, così come Primo Levi, anch’esso testimone di vicende che, nella loro drammaticità, accomunano questi autori;
3 Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, Einaudi 1953;
4 «E laggiù bruciava il paese che avevamo lasciato nel pomeriggio», Mario Rigoni Stern, cit.
5 Ho confrontato in particolare le testimonianze di Mario Rigoni Stern, (Il sergente nella neve, Einaudi 1953), Cristoforo Moscioni Negri (I lunghi fucili, Einaudi 1956) e Nuto Revelli (La guerra dei poveri, Einaudi 1962);
6 Mario Rigoni Stern, lettera del 15 Novembre 2006;
7 Mario Rigoni Stern, lettera del 21 Febbraio 2005;
8 MarioRigoni Stern, Aspettando l’alba, Einaudi 2004;
9 Mario Rigoni Stern, lettera del 18 Novembre 2004;
10 Mario Rigoni Stern, lettera del 28 Maggio 2005;
11 La fotografia dello Stalag 1B, cui si fa riferimento, è pubblicata nel racconto Il sogno in questo stesso volume;
12 «Lungo la ferrovia per Koenigsberg, ora Kaliningrad, c’era un piccolo distaccamento di prigionieri, in una località chiamata Guldenboden che su nessuna carta riesco più a leggere»;
13 Mario Rigoni Stern, lettera del 6 Settembre 2004;
14 Mario Rigoni Stern, lettera del 16 Gennaio 2005;
15 Mario Rigoni Stern, lettera del 25 Settembre 2005;
16 Mario Rigoni Stern, lettera del 4 Aprile 2004;
17 Mario Rigoni Stern, lettera del 6 Settembre 2004;
18 Mario Rigoni Stern, lettera del 31 Agosto 2007.