Bassi GiuseppeGiuseppe Bassi prese parte alla Campagna di Russia come sottotenente del 120° Reggimento Artiglieria Motorizzata, Divisione Celere. Classe 1919, giunse in Russia con il reggimento nel febbraio 1942. Catturato dai Sovietici la vigilia del Natale ’42, fu a Oranki e Suzdal’. Rientrò in Italia nell’estate 1946.

Questa è una pagina del suo diario, a ricordo dei tantissimi che – al contrario di lui – non riuscirono a tornare ed ebbero soltanto una tomba di ghiaccio oppure una sepoltura nelle grandi fosse comuni, scavate dagli stessi prigionieri, nelle vicinanze dei lager di Tambov, Krinovaja (Hrenovoe), Mičurinsk (Uciostoje), Oranki... tanto per citare i più famosi.

 

LA MIA PRIGIONIA, di Giuseppe Bassi

 

Fronte del Don, 24 dicembre 1942

 

Stamane nevica. Soldati incappucciati in una coperta vagano alla ricerca di un rifugio.  Una soffice coltre di neve copre ogni cosa. In un recinto – accanto a due pagliai – alcune decine di feriti che non hanno trovato posto nelle case, già piene... stesi sulla neve col solo riparo di una coperta, mandano flebili lamenti, strazianti invocazioni.

“Mamma,  mamma...” invocano i morenti.

Alcuni medici rispondono ai richiami di quei poveri feriti e congelati, ma nulla possono fare di fronte alla mancanza di mezzi. Il freddo è terribile, saranno venticinque gradi sotto zero! Più giù, vicino alla strada, due soldati stanno raggomitolati accanto ad un cavallo morente per sentire un po’ di tepore.

Io e l’amico Marchi, per non lasciar gelare i piedi, continuiamo a vagare nella valle senza una meta ben precisa; ogni tanto s’inciampa in qualcosa di rigido: è il corpo di uno dei tanti soldati caduti sotto i colpi dei mortai e delle katiuše, che poi la neve ha pietosamente coperto. Ovunque si scorgono bivacchi: una coperta, distesa sopra due arbusti e sostenuta da due moschetti, serve ottimamente da rifugio; sotto, un groviglio di uomini, sfatti dalle fatiche e dalla fame, dorme.

Traccianti e razzi multicolori perforano le tenebre. A tratti cessa di nevicare e si alza la foschia che s’incanala nella balka avvolgendo i soldati che non sanno come ripararsi dal grande freddo. Improvvisamente c’è un fuggi-fuggi generale, si odono spari, grida, lamenti; è una pattuglia russa che si fa largo nella balka a colpi di parabellum, il mitra dei russi. Ci sdraiamo sulla neve, al riparo di uno steccato, sparando gli ultimi colpi. Le sventagliate dei parabellum fischiano sopra le nostre teste; qualcuno che fugge, ferito, si abbatte pesantemente sulla neve.

Rammento, allora, quello che diceva il soldato di Napoleone nel 1812,  durante la ritirata: “Meglio morto che ferito, ma meglio ferito che prigioniero!” Passo in rassegna i volti delle persone care che in quel momento sono, certamente, ignare della tragica sorte che mi attende. Prima di nascondere l’orologio nella scarpa, all’altezza della caviglia, guardo l’ora: le cinque e venti del mattino. Già davanti a me soldati alzano le mani in segno di resa!

È tragico, umiliante, opprimente quel rapido passaggio dalla libertà alla schiavitù, ma per un senso di orgoglio non alzo le mani e mormoro all’amico Marchi che mi sta accanto: “ Per noi ora non ci saranno che la fame, il freddo, i pidocchi ed il lavoro forzato.” Abbiamo finito di vivere! Fitta ed inesorabile la neve continua a cadere e, spinta dal vento, ci punge il volto.

Un nostro soldato, ferito al braccio, si avvicina al soldato russo dicendo: “lazzaret”, ma per tutta risposta ha una pallottola al cuore. Il loro moschetto, con baionetta inastata, è sempre pronto in posizione di sparo.

La prima domanda che ci fanno, con gli occhi che sprizzano odio, è: “Davai, ciassì”, “Avanti, l’orologio.” E poi continuano a frugarci nelle tasche togliendoci il temperino, la penna stilografica, il pettine ed il portafoglio. Un bersagliere ferito, che sostenuto da un amico si avvicina zoppicando, viene ucciso all’istante e con lui cade l’accompagnatore. Anche molti altri nelle stesse condizioni, che chiedono un aiuto, sono barbaramente uccisi.

Penso: “Meglio morto che ferito.” È uno spettacolo orrendo. Nostri soldati che avevano le mani alzate, vengono uccisi così, per gioco.

È documentato che nessun ferito uscì vivo dal villaggio di Arbuzovka, da noi chiamata la Valle della Morte. Fra urla, minacce e colpi di parabellum c’incolonnano – relitti umani – verso le retrovie russe.

Per tutta la giornata una colonna di circa quindicimila uomini delle Divisioni Celere, Torino e Pasubio si snoda, come serpe oscura, sul bianco immacolato della steppa. Si marcia muti e soggiogati dal grande disastro che ci ha colpiti. Nel pomeriggio arriviamo ad un comando russo dopo aver percorso circa una quindicina di chilometri.  Là ci viene fatta, dopo un’interminabile sosta sulla neve, una perquisizione generale, con molta più calma. Ci spogliano di tutto ciò che si era salvato dalle precedenti ruberie. Un maggiore dell’Armata Rossa sovrintende alle operazioni, mentre altri ufficiali sovietici guardano con cupidigia tutti gli oggetti raccolti su di una coperta.

Singoli soldati passano, in seguito, fra noi portandoci via i guantoni, la gavetta, il cucchiaio; a qualcuno perfino la pelliccia o le scarpe. Poi, al calar delle tenebre, inizia la marcia estenuante che continua fino alle due e trenta del 25 dicembre. È questo, il nostro Natale di sangue! Siamo una turba di soldati esausti, demoralizzati, provati dalle sofferenze di una marcia tormentata dal freddo, da cinque giorni di fame, dal sonno e dai continui combattimenti.

Si marcia sotto la sferza del tragico grido: “Davai, davai... bistrei”, “Avanti, avanti... presto”, urlato in continuazione dai soldati russi. Mentre la neve continua a cadere, stormi di lugubri corvi svolazzano, gracchiando, sopra le nostre teste. La lunga colonna, serpe umana, si snoda sulla neve lasciando ai bordi della pista corpi stremati dalla fatica mentre alle nostre spalle sentiamo i colpi che partono dai moschetti delle sentinelle che risparmiano le sofferenze della prigionia a tanti nostri soldati.

Fiocchi di neve coprono quei corpi, ben presto irrigiditi dal gelo. Uno sguardo impotente verso gli uccisi e di odio verso i carnefici ci dà la forza e l’energia per proseguire la marcia crudele. A volte lo straziante grido di “Pausa... pausa” risale a valanga dal fondo della colonna per giungere come invocazione ai soldati russi che, in testa, fanno il passo. Se la pausa viene concessa, ci si accovaccia a terra, approfittando della sosta per mangiare qualche manciata di neve, nostro cibo e bevanda.

Al grido di “Davai” qualcuno resta a terra vinto dalla fatica ed allora bisogna svegliarlo, con forza, altrimenti sarà una delle tante vittime della morte bianca.

Alle nostre continue richieste di quanti chilometri ci siano ancora da percorrere, le sentinelle rispondono sempre “Dva”, “Due”.

La marcia, implacabile, continua in mezzo alla bufera che ci investe nel pieno della notte. Il vento solleva dalla steppa una neve ghiacciata, sottile e gelida che ci tagliuzza il viso e come spilli penetra nella carne; molti muoiono assiderati in quella interminabile notte. Il freddo polare e la tormenta rendono inumana ed insostenibile la marcia notturna. Nelle condizioni fisiche e morali in cui ci troviamo, solo Iddio e la nostra volontà di vivere – per testimoniare, un domani – possono salvarci da quest’inferno, ma – lo sperimenteremo poi – il Calvario è appena cominciato. Il rosario dei chilometri continua con i morti ai bordi della pista che indicano il cammino percorso dalle colonne che ci hanno preceduto: decine e decine di punti oscuri che un manto di neve coprirà definitivamente. Ci sorpassa una colonna di carristi e dalle torrette i soldati russi si divertono a sparare raffiche di mitragliatrice sopra le nostre teste, gridando: “Mussolini kaput, Hitler kaput.”

Ogni tanto si attraversa qualche villaggio e noi speriamo abbia termine l’interminabile marcia, con le ore scandite a colpi di mitra, mentre folate di vento gelido ci avvolgono da ogni lato. Finalmente, dopo aver lasciato alle spalle un mammellone, giungiamo nei pressi di due vaste tettoie in legno, forse due ricoveri per macchine ed attrezzi del kolcoz.

È la notte dopo il Natale! Anche noi potremo finalmente riposare, ora che abbiamo trovato la nostra capanna di Betlemme. Affranti, spossati dalle fatiche ci si accovaccia gli uni sugli altri per riscaldarci. Ma ormai il recinto è diventato una bolgia poiché tutti vogliono entrare fra lamenti, grida, imprecazioni e bestemmie. Con l’amico Marchi ed alcuni artiglieri riusciamo a prender posto dietro ad una staccionata di tavole.  Slaccio la scarpa e ne tolgo l’orologio, sfuggito a tutte le perquisizioni: sono le due e trenta del 25 dicembre 1942.  È così passata la prima tragica giornata di prigionia! Il nostro Natale di sangue, con l’incancellabile ricordo dei nostri morti.

Fuori il vento continua a sibilare.