di Patrizia Marchesini

 

01.Logo simbolo Battaglione Monte Cervino

 

Il Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino giunse al Fronte Russo nel febbraio 1942. Un reparto speciale, ben addestrato, diciamo di pronto intervento, che trovò sempre il suo impiego nei momenti più incerti e nei punti del fronte più critici e delicati. Gli alpini del Monte Cervino, come scrisse Giulio Bedeschi, “erano soldati pressoché senza uguali, eroi fra gli eroi”.

Quanto segue è conseguenza di un incontro con uno dei cosiddetti diavoli bianchi, Osvaldo Bartolomei, che ringrazio per l’ospitalità squisita e per il materiale fornito.

 


 

 02.Osvaldo Bartolomei

 

 

Maresca (PT), 13 settembre 2013 

 

Sono nato il 20 maggio 1922 a Maresca, una frazione di San Marcello Pistoiese, dove la mia famiglia ha sempre vissuto... fin dal 1614, come testimoniano alcuni documenti in mio possesso. Ho frequentato la scuola sino alla quinta elementare, dal 1928 al 1933; qua in montagna non c'era modo di proseguire gli studi. La direzione dello stabilimento S.M.I. – Società Metallurgica Italiana – aveva istituito, a dire il vero, una scuola di avviamento al lavoro, ma non vi andai.
Nel settembre 1935, poco più che tredicenne, fui assunto come operaio proprio alla S.M.I.; la fabbrica si trovava a Campo Tizzoro e produceva laminati in rame e ottone, ma anche – e soprattutto – munizioni da guerra. Era nell'aria l'inizio del conflitto contro l'Etiopia. Il regime fascista la propagandava da tempo. Oltre a me vennero assunti circa un centinaio di ragazzi dai 13 ai 15 anni. I maschi, nel reparto caricamento, dovevano riempire i caricatori con cartucce calibro 6.5 per fucili 91; le ragazze, invece, assegnate al reparto impacchettamento, avevano il compito di sistemare sei caricatori pieni in piccole scatole di cartone, di sigillare tali scatole e di depositarle in apposite casse di legno da inviare alle Divisioni in guerra. Lo stabilimento distava non più di due chilometri da Maresca, per cui ci recavamo al lavoro a piedi... anche in inverno, con neve e ghiaccio.
Per gli operai dei paesi più lontani funzionava il trenino a binario ridotto della F.A.P. (Ferrovia Alto Pistoiese); la linea Firenze-Bologna delle Ferrovie dello Stato veniva utilizzata per il trasporto merci e per le varie necessità dello stabilimento S.M.I.. Le merci per lo stabilimento venivano depositate nei capannoni della stazione di Pracchia per essere poi trasportate a Campo Tizzoro con i vagoni della F.A.P..

Eravamo ragazzi. Devo dire che fra noi non c'era un grande entusiasmo per il regime e il sabato fascista ci annoiavamo nello svolgere gli esercizi che avrebbero dovuto prepararci alla guerra. L'inverno, con la neve, ci caricavano su un camion scoperto per portarci all'Abetone. Allora sì, che ci divertivamo, sciando. La neve cadeva abbondante anche a Maresca e, con gli sci, ci piaceva salire fino a 1.300 metri, alla Casetta dei Pulledrari, nella foresta di Teso, un luogo suggestivo e magnifico. Al ritorno si percorreva la strada esistente, in discesa e falsopiano: in pochi minuti si giungeva al paese. Questo era un passatempo davvero piacevole, per noi ragazzi.
Per il resto, si viveva giorno per giorno, lavorando allo stabilimento in attesa degli eventi. Quando l'Italia entrò in guerra, nel giugno 1940, avevo diciotto anni. I miei coetanei e io sapevamo che prima o poi ci avrebbero chiamato. E così fu.

Osvaldo Bartolomei

 

Il servizio militare

 

Partii per il servizio militare il 17 gennaio 1942. Salutai i genitori e mia sorella; al momento di abbracciare mia madre, sentii quanto fosse addolorata e in ansia: i miei due fratelli, più grandi di me, erano già sotto le armi. Con il solito trenino della F.A.P. raggiunsi Pracchia e da lì proseguii con le Ferrovie dello Stato verso Pistoia. Mi presentai al Distretto Militare e venni assegnato al Corpo degli alpini. Quando arrivai alla caserma Montegrappa, a Bassano del Grappa, era notte. Ad aspettarci, alcuni veci. Trovai inoltre il mio compaesano Leo Filoni e ragazzi provenienti dall’Emilia. Leo era arrivato il giorno prima. 

Come nuove reclute ci spogliammo degli abiti civili e indossammo indumenti militari, diventando dei bocia alpini. Dilagava il nonnismo e fummo oggetto di richieste scherzose ma piuttosto pesanti, sui cui dettagli non mi soffermo. Mentre sottostavamo a tutto ciò, i veci ne approfittarono per divorare la borghesia, cioè il cibo che ci eravamo portati da casa. Mia madre aveva preparato con amore mezzo pollo arrosto, un po’ di pane, alcune fette di polenta e i necci, biscotti tipici fatti con la farina di castagne. Si era raccomandata di non mangiare tutto in un giorno solo e io avevo seguito il suo consiglio. Leo, invece, aveva spazzato il suo cibo in treno e quindi non subì la razzia. Dopo questa cerimonia di benvenuto, i veci si ritirarono ben satolli, dicendo: “Bocia, non ve la prendete... è naia!”

 

Malgrado queste prime esperienze ero entusiasta di essere entrato a far parte del Corpo d’Armata alpino, e consapevole che – da quel momento – il mio amore per la montagna avrebbe trovato sbocchi concreti. Certo non era il periodo migliore, poiché da qualche anno eravamo in guerra. 

Il 19 gennaio partimmo in treno. Eravamo una decina, destinati alla caserma di Levico (TN), in forza al Battaglione Bolzano dell’11° Reggimento Alpini. Ero nella 1ª Compagnia. 

Iniziò la naia vera e propria: lunghe marce in montagna, addestramento con le armi, tiri al bersaglio. Ci allenavamo per imparare a... uccidere.

 

Nella prima decade del marzo ’42 la 1ª Compagnia – comandata dal capitano Frassoni – fu riunita nel piazzale della caserma. Il capitano chiese chi volesse partecipare al corso sciatori a Corvara, in Val Badia. Stavo frequentando il corso per diventare caporale e aderii con entusiasmo: lo sci di fondo era lo sport che praticavo e mi piaceva molto. Nella mia zona, sugli Appennini, avevo vinto qualche gara. 

Rinunciai al corso per caporale (iniziato una decina di giorni prima) e partii con altri alpini che, come me, avevano accettato di prendere parte al corso sciatori. 

Il comandante del corso sciatori era il sottotenente Pellegrini (o Pellegrino). Come maestri di sci vi erano dei sottufficiali della Scuola Militare Alpina di Aosta. 

Si fece una selezione per valutare le capacità di ognuno, e vennero formate delle squadre che si esercitavano nel campo-scuola di Corvara. Ogni squadra aveva un suo maestro. La nostra 1ª Squadra era formata da undici alpini, tutti fondisti. 

Avevamo come maestro proprio il sottotenente Pellegrini che, oltre a essere un bravo fondista, se la cavava anche come fotografo. 

Facevamo lunghe marce con gli sci: il Col di Lana, il Piz Boè del Gruppo Sella. Più volte traversammo i Quattro Passi: si partiva di buon’ora, salivamo a Colfosco, poi al Passo Gardena, poi al Passo Sella. Scendevamo al bivio di Canazei, salivamo al Passo Pordoi, attraversavamo il fondo valle ad Arabba, salivamo al Passo Campolongo e, nel tardo pomeriggio, eravamo di ritorno a Corvara. 

Era un’esercitazione utile a prepararci al meglio per lo sci di fondo. All’esame di fine-corso meritai 18/20.

 

Rientrai a Levico e partecipai, con il Battaglione Bolzano, alle manovre reggimentali. Poi, a fine maggio, partimmo per il campo estivo a Moena, in Val di Fassa. Le marce – sebbene faticose – mi permisero di scoprire le Dolomiti e i loro paesaggi grandiosi.

 

 

  • Osvaldo Bartolomei al Lago Scaffaiolo - 1941
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  • Al Sassolungo (foto scattata tra metà marzo e metà aprile 1942)
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  • Crinale Passo Sella (fine marzo 42) - Osvaldo è il terzo da sinistra
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  • Maggio 42 - Vezzena Lavarone - Pizzo di Levico: Osvaldo a destra
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Fine

 

 

 

Forse non tutti sanno che il capitano Giuseppe Lamberti scrisse una poesia... potete leggerla qui.

 

 

Le immagini a corredo dell'intervista sono state gentilmente fornite da Osvaldo Bartolomei e provengono dal suo archivio personale, nonché dai volumi di Aleardo Ceol, Luigi Emilio Longo e Luciano Viazzi.

 

 

Ulteriori dettagli sulla morte del capitano Egidio Biasi (80ª Compagnia Armi Accompagnamento) e sugli ufficiali della Tridentina che persero la vita insieme a lui sono disponibili qui. Si veda la testimonianza del tenente Arturo Vita (46ª Compagnia del Battaglione Tirano) in relazione agli eventi del 30 agosto 1942.

 


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