Da Ritorno sul fronte, Mario Rigoni Stern - Hermann Heidegger

A cura di Giulio Milani, Transeuropa Edizioni, Massa, 2008

 

Intervista a Filippo Minolfi - Marina di Massa, giugno-luglio 2000

Filippo Minolfi partecipò alla Campagna di Russia con l'81º Reggimento Fanteria della Divisione Torino.

 

Le marce di avvicinamento le facemmo tra settembre e ottobre [1942, n.d.r.], quindi pioveva, si camminava in mezzo all'acqua, al fango.

 

Io ho avuto una polmonite, all'epoca, di cui non mi accorsi e che guarì da sola - mi fu diagnosticata molto tempo dopo - anche se i polmoni sono rimasti compromessi. 

Una volta, sempre durante la marcia di avvicinamento, ebbi un ascesso fortissimo. L'ufficiale medico, un sottotenente di Salerno, non aveva anestetici né altro, e non era nemmeno dentista, ma alla fine, dopo mille scrupoli, si decise a intervenire. "Non posso resistere! Io muoio! Io muoio!", gli dicevo per convincerlo a far qualcosa.

Allora quello mi fece sdraiare a terra, mi piantò gli stivaloni sul petto e cominciò a tirare con una tenaglia. Perfino l'infermiera, una russa, si mise le mani nei capelli a vedere quello strazio! Però alla fine ci riuscì. Mi spaccò l'ascesso. Io corsi fuori, nella neve, correvo come un pazzo per il dolore. E sono stato fortunato che non mi è venuta nemmeno un'infezione.

 

Comunque, all'epoca non me ne fregava niente. Al di là dello spirito, io avevo perso mia madre, che per me è stato un dolore grandissimo... C'erano le madrine di querra, che hanno molto contribuito a tenere alto il morale. Ché non erano delle fidanzate, ma ragazze italiane con le quali si corrispondeva. Ma delle lettere bellissime!, peccato siano andate tutte distrutte durante la ritiratata. Io mi ricordo di questa mia ragazza, madrina, che mi scriveva delle lettere bellissime, piene di sentimento, cose che ora non si concepicono più, oggi farebbero ridere. Ma, all'epoca, le leggevamo anche cinquanta volte.

 

Quanto alla marcia di avvicinamento, io mi ricordo che c'era pieno di questi topini bianchi del grano, e c'erano i soldati che li arrostivano, infilzandoli con la lama del '91. Magari venivano da me e dicevano: "Signor tenente, prego."

"Ma fammi il piacere!", rispondevo.

Per altro, tra i miei soldati molti venivano dalle carceri, perché in quel periodo se facevi domanda di andare al fronte ti facevano uscire. C'erano anche delinquenti grossi, di quelli inveterati. Però posso dire una cosa: erano i più bravi soldati. Si distinguevano perché magari avevano quarant'anni, mentre gli altri ne avevano venti come me. E questi delinquenti si facevano protettori del "Signor Tenente", erano tutti bravi. E io, come facevo a non fargli fare atti, cose... perché magari questi se ne andavano a rubare un vitello...

"Non si può fare.", gli dicevo. "Hai capito che non si può fare?" E quelli dicevano: "Signor Tenente, come facciamo? Ormai l'abbiamo preso!" Questo accadde soprattutto durante il viaggio in treno; quando ci fermavamo alle stazioni questi scappavano e andavano a fregarsi le galline.

Il viaggio in treno durò un mese. Ci fermammo in Ucraina, in aperta campagna. Ci dissero: "Qui siete arrivati!" Ma per arrivare al fronte ci vollero altri giorni e giorni di marcia.

Arrivammo verso fine ottobre [1942, n.d.r.]. Trovammo le trincee già costruite perché noi eravamo truppe di rincalzo.

La giornata durava pochissimo, alle due era già buio. Non si sapeva cosa fare per passare il tempo. Nella nostra buca, col capitano, noi tre tenenti giocavamo a poker coi marchi d'occupazione. C'eravamo messi d'accordo per fregare il capitano, ci facevamo segno. Quando se ne accorse, con la pistola puntata ci impose di ridargli tutti i soldi che avevamo vinto barando. Ridemmo molto. D'altra parte, si scherzava, si cercava di passare il tempo così.

Quanto ai marchi d'occupazione, non è che ci fossero molti modi di spenderli. Salvo uno spaccio per ufficiali, dove acquistai delle bottiglie di cognac, le stesse che poi, quando le offrii ai miei soldati, mi valsero l'accusa di averle fregate alla riserva del battaglione.

L'attesa era abbastanza tranquilla, e noi speravamo rimanesse così per tutto l'inverno. Non vedevamo movimenti di truppe. Solo, la sera, si facevano dei pattugliamenti, cui non presi mai parte, delle ricognizioni oltre il Don ghiacciato. Ma la zona era tranquilla. Noi non avevamo sentore di niente. Ci dicevamo solo: speriamo che non ci sia un attacco, ma se mai bisogna resistere... resistere[mo]. Però nessuno si aspettava una cosa del genere.