Da La mia Russia – Diario di una guerra – Pensieri, ricordi, racconti della Campagna di Russia 1941-1943, Mario Veronesi, Italian University Press, Genova

 

 

Nella foto, Angelo Veronesi, in Russia con il Reggimento Savoia Cavalleria. Sul suo diario e sui suoi racconti si basa il volume (scritto dal figlio Mario) da cui è tratto il brano seguente.

 

Fummo invitati, grazie a Caprara, nella cucina dei Tedeschi... sapevamo che Giorgio era in ottimi rapporti con il maresciallo di prima classe Hugo Rostberger, responsabile del magazzino, e con i suoi cucinieri, e la cosa aveva certamente i suoi vantaggi.

C'era tutto il personale di cucina, e Karl Kaurge, soprannominato dai suoi camerati Erman [sic] per la sua somiglianza con Goering, il grasso e potente ministro tedesco.

Uno strano caso aveva mandato quest'uomo – che prima della guerra era un tipo magro e lavorava in una famosa ditta automobilistica – nelle cucine dell'esercito tedesco.

Con il passare del tempo, sempre in mezzo alle pentole e al cibo, e grazie agli innumerevoli avanzi di rancio e alla beata vita, si era procurato una notevole pancia della quale andava orgoglioso, sebbene stonasse con le sue piccole gambe.

Il grosso capo cucinere troneggiava come un despota sui suoi fedeli.

"Alla tua salute, Karl.", disse Giorgio, passando nelle mani dell'amico alcune bottiglie di ottima grappa avuta da Amos.

Il Goering cucinere ci propinò alcune pacche sulle spalle, invitandoci a prendere posto alla tavola preparata.

Ci sedemmo... io, Berti, Meriggi, Cuzzi, Corotti, Medaglia, Amos, Nobile, Cavalieri e Caprara.

Il pimo piatto consisteva in una zuppa di farina di piselli, molto densa e profumata. Caprara tolse dalla tasca una scatoletta, che mi sembrò un porta confetti; conteneva al suo interno una polvere di colore bianco opaco.

"Angelo, cos'hai da guardare... è formaggio grana grattugiato... del migliore."

Spolverò il suo piatto di zuppa, poi lo passò a tutti i commensali.

Il secondo piatto conteneva due grosse polpette, con accanto una salsa di cipolla, e due magnifiche fette d'arrosto sormontate da patatine [anch'esse] arrosto.

"Buon appetito.", ridacchiò il grasso cuciniere.

"Ma cos'è?", disse Medaglia.

"Mangia, non fare stupide domande.", rispose Corotti "Quando mai abbiamo mangiato così bene, da quando siamo in questa terra, nera come il culo del tuo cavallo?"

Riuscimmo a fatica a ingoiare una seconda porzione.

Cominciammo a raccontarci storielle e a ridere anche quando le raccontavano i Tedeschi... non capivamo assolutamente nulla, ma ridevamo lo stesso nel vedere le smorfie del grasso amico di Giorgio.

A un tratto Meriggi smise di ridere: in un angolo della cucina, sotto a della biancheria sporca, sporgeva qualcosa. Meriggi si alzò dal tavolo e si avvicinò. Con una mossa fulminea allungò una mano e tirò verso di sé. Si trovò nelle mani una pelle morbida come il velluto, bruna come quella di un daino. Era la pelle di un cane.

Meriggi comitò e uscì dalla cucina. Per due mesi non rivolse la parola a Caprara, che continuamente gli diceva: "Ma se, al tuo paese, mangiate gatti, lumache, nutrie e magari anche ricci!"

Meriggi, guardando l'amico in malo modo, lo zittiva dicendogli: "Almeno dovevi dirmelo..."