Da Dal fronte russo – 1941-1942, Urbano Rattazzi (Delfina Rattazzi, a cura di), Il melangolo, Genova, 2013

 

Dal Fronte Russo Rattazzi copertinaStavropol, 16 agosto 1941

Silenziosamente se n'era venuto su, dietro le alture che si profilavano nel cielo, in lontananza, come una linea scura e sinuosa, e aveva intrapreso l'ascesa di ogni giorno.

Era apparso in punta di piedi, senza che nessuno se ne accorgesse, volendo evidentemente farci una sorpresa. [...]

Veramente non era più quel grosso sole polveroso, flaccido, gocciolante sudore, quasi dilatato enormemente da un'infezione deformante, che ieri avevamo visto scomparire senza rimpianto dietro l'occidente, nella calura del crepuscolo afoso: era un disco più piccolo, più concentrato ma terso, lucido, ripulito, irradiando freschezza ed energia mirifiche. [...]

Tutti dormivano ancora sugli autocarri. Il silenzio era immenso e strano, un silenzio notturno.

La notte non si era ancora accorta che la sua parte era finita e sconfinava un poco nel giorno. [...] Erano ben più di tre giorni di viaggio per l'Ucraina: eppure questo fatto, questa presenza della mia persona in terra russa mi era sfuggito. È incredibile, ma me ne sono accorto soltanto stamane. E quando mi è balzato agli occhi con un'evidenza improvvisa e abbagliante, quando mi sono reso conto che mi trovavo in Russia, a una distanza enorme dall'Italia, sperduto come un moscerino negli spazi celesti, sono rimasto quasi inebetito dallo stupore. [...]

Mi sta invadendo a poco a poco uno sgomento indefinibile, che mi mette fuori di me. È più che malinconia, è angoscia: è un bisogno di ripararsi da un'offesa immane, uno sforzo di auto-raccoglimento così disperato che mi fa tremare le lacrime nel fondo degli occhi.

È la monotonia terrificante di questo paesaggio nudo, senz'ombre, che mi si stende tutt'intorno a perdita d'occhio, di questa terra nella quale da alcuni giorni mi sento scomparire grado a grado, come nel ventre di uno smisurato mostro antropofago? Anche.

Non s'incontra mai un bosco ombroso, mai una depressione profonda o un'altura di qualche rilievo. E l'anima soffre di trovarsi sempre allo scoperto, di avere sempre davanti una visione sconfinata: ha nausea di troppo cielo e troppa terra. Ha disperato bisogno di piccoli angoli riparati, dove possa raggomitolarsi, come una gattina, e ritrovare nell'intimità l'energia dispersa. Ma è soprattutto un'altra, la fonte di questo intimo malessere dello spirito. È la solitudine.

Una suprema solitudine avvolge in questa terra ogni cosa animata o inanimata, la racchiude in se stessa, le toglie la vita. Osservo bene i villaggi che di tanto in tanto spuntano all'improvviso in fondo a una balka e dei quali non vedo mai più di uno alla volta; quei pochi abituri grigi di terra e paglia, sempre staccati, distanti l'uno dall'altro quasi fossero gelosi della propria segregazione; i radi covoni disseminati per i campi immensi; il carro armato che giace sul bordo della strada, piegato su un fianco, ed è l'immagine stessa del desolato abbandono; quei corvi che al passare dell'autocarro spiccano il volo tutti insieme dalla carogna di un cavallo e subito si disperdono in ogni direzione andandosi a posare uno qua uno là, quasi per rimediare al fatto di essersi riuniti per un istante. [...]

Ma è nell'essere umano che questa solitudine appare più evidente, più profonda, più ermetica: in quel vecchio che sta chino sulle stoppie, nel mezzo di un campo, e quando passiamo si rialza lentamente, volgendo verso di noi uno sguardo opaco, distante, spoglio di simpatia come di antipatia; in quell'uomo e in quella donna che trascinano insieme in silenzio il loro carretto a due ruote. Ognuno sembra agire per conto proprio, sembrano ignorare del tutto la presenza dell'altro, malgrado siano così vicini che le loro braccia si toccano. E quando ci fermiamo un momento con l'autocarro e ci mettiamo a orinare, i due autisti e io, sul ciglio della strada, mi accorgo che l'incantesimo si è esteso anche a noi, alla nostra stessa persona. [...]

Un'impalpabile meraviglia ci separa inesorabilmente, e proprio quando più avremmo bisogno di coesione, per difenderci dall'immane insidia di questa terra ingrata. Pauroso isolamento. [...]

La sera raggiungo il Comando a cui sono destinato, in questo villaggio di Stavropol. Vengo a sapere che il nemico è lontano, che si ritira rapidamente dietro il Dnepr.

Domani o domani l'altro dovremo spostarci in avanti di un centinaio di chilometri.