Da Cinquecento giorni con i bersaglieri del 3°, Dante Mercalli, Tipografia Bettini, Sondrio, 2010

 

E dov'è la Russia?

Chiaro che tutti lo sanno, ma per [molti] quello è un paese che esiste più nella fantasia che nella realtà.

Arrivano le divise nuove di panno, si cambiano gli stivaletti e le scarpe, qualche maglia e camicia in più. I sarti si danno da fare a rabberciare giubbe sbilenche, cappotti fuori misura, e tutto procede con l'antica filosofia dell'arrangiarsi, così frequente nel vocabolario militare.

 

Si rimettono in ordine anche un buon numero di biciclette, quelle dei battaglioni ciclisti della guerra [del] '15-'18. Hanno lo scatto fisso, le gomme piene e, se necessario, le pieghi per caricarle sulle spalle. Sembra ce le diano per correre di più, per arrivare in tempo al tavolo della pace che ci aspetta là, dietro l'angolo, dopo la naturale, immancabile vittoria.

 

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La propaganda è battente, suona e farnetica come i tam-tam delle tribù:

"Italiani, alzatevi, è il vostro momento!"

"Scocca l'ora decisiva."

Il morale? Non è neanche male, dappertutto gli eserciti dell'Asse stanno vincendo ma, per questa guerra così lontana e così nuova sotto ogni aspetto, non c'è molto entusiasmo, e quello che c'è spesso è camuffato dalla curiosità di conoscere nuove terre, nuovi spazi, nuove cose.

La Russia fa riaffiorare nelle menti vecchie storie del passato, un passato chiuso in un'ermetica scatola che oggi, a sorpresa, si riapre: gli zar, la loro discussa fine, la rivoluzione d'ottobre, i mitici uomini Lenin, Stalin, Trotskij e tanti altri che governano su un terzo della terra.

Già dall'inizio del conflitto i grandi temi ideologici hanno coinvolto milioni di persone chiamate a misurarsi, prima che con le armi, con le proprie opinioni, le proprie coscienze. [...]

 

E così con ordine e dignità si attende di marciare verso est; la strada è lunga ma bisogna fare presto poiché tutti dicono che questa è una guerra lampo, che non lascia neppure il tempo ai partenti di salutare i propri cari.

Solo quelli del nord riusciranno in buon numero con permessi, ma il più delle volte con sotterfugi, a fare un salto dai propri cari; gli altri, quelli del sud, non troveranno nessuno che comprenda l'importanza del congedo dai familiari.

La tradotta è già lì, pronta, a Verona.

Bersaglieri, non voltatevi... e armatevi della speranza di ritornare presto dopo una veloce scarrozzata sino ai confini dell'Eurasia.

Questo ciò che si dice, ciò che si scrive.

Si dice anche che i cingoli dei carri armati tedeschi rotolano verso le grandi pianure dell'est e stanno riportando grandi successi, stanno occupando le grandi città, stanno traghettando sui grandi fiumi dell'immensa steppa.

[...] i bersaglieri – al pari degli altri reparti – non fecero tante storie (tanto a nulla sarebbero servite); sapevano d'avere poderose gambe, solidi cuori e polmoni d'atleti; sapevano di portare un piumetto di gallo cedrone che a ogni battaglia avrebbe perso qualche piuma, ma che le rimanenti – sforacchiate, rinsecchite o gelate – avrebbero contribuito a tenere alto il morale per combattere, resistere, morire.