Da Siamo tornati insieme, Manlio Francesconi, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1968

 

Siamo tornati insieme copertinaDa una settimana ero prigioniero dei Russi ed ero sfinito. La marcia era estenuante e non ci si fermava mai.

Ma dove stavamo andando? Sarei arrivato da qualche parte? Oppure sarei caduto nella neve, incapace di proseguire? Allora il il soldato russo della scorta avrebbe suggellato la mia fine con una raffica di mitra. Ero proprio in coda alla colonna e il soldato di scorta mi gridava, con l'arma tra le mani: "Davaj... davaj..." e intorno a me non c'era che neve, buio e freddo. Quel buio, quel freddo mi stavano entrando nel cuore e la neve mi attendeva.

Davanti a me duemila uomini camminavano curvi, in silenzio, con la testa incassata tra le spalle, incontro a un destino che nessuno poteva immaginare.

Finalmente un villaggio, ma non ci fermarono.

Lo attraversammo e nell'ultima isba lasciammo la nostra speranza. Via, di nuovo nella steppa, in mezzo alla neve, al buio, al freddo, incontro alla morte.

Ore e ore di cammino senza soste, con nel corpo una stanchezza mortale.

Guardavo il soldato di coda, colui che finiva gli sfiniti. Anche lui camminava stanco. Si accorse che lo stavo osservando, strinse l'arma e mi urlò: "Davaj!"

Mi ricongiunsi alla colonna, ansando, con uno sforzo che non credevo di poter fare. [...]

La notte ci rinchiusero in un teatro in rovina. Ci portarono nella platea, un grande stanzone buio. Con i soldati della scorta entrarono anche altri uomini e donne. Uno per uno ci fecero spogliare e con la nostra misera roba in braccio ci fecero passare davanti a loro.

Non avevamo più nulla di buono con noi, eppure con rapide mosse ci tolsero tutto ciò che vollero: scarpe, guanti, maglie, anche se lacere, anche se sporche, anche se insanguinate.

L'indomani ci allinearono per quattro sulla pista. Ci contarono e ricontarono più volte.

Qualcuno mancava. A furia di colpi e strattoni fecero uscire quelli che mancavano.

Privi di scarpe, di giubba, uno con la sola camicia, vennero avanti barcollando, scossi dal calcio del fucile che colpiva la loro schiena curva.

Davanti a noi, deposti gli ultimi stracci, completamente nudi, quei poveri resti umani vennero uccisi con un colpo alla testa sparato da due metri.