Da Cinquecento giorni con i bersaglieri del 3° - Al Fronte Russo, Dante Mercalli, Tipografia Bettini, Sondrio, 2010

 

Siamo tutti lì, con gli altri, così vicini al nemico, così lontani dalla vita da farci credere che forse non è mai esistita, o meglio, non esiste più.

Finita la battaglia scende un nevischio che fa gelare, e le pattuglie escono per ricuperare le salme dei caduti.

Molti sono coloro che invieranno parole di riconoscenza, il giorno dopo. Ma l'incontro all'ospedale di Stalino con i feriti del Terzo [Reggimento Bersaglieri] e dell'80° [Reggimento Fanteria] pare il più toccante.

Un gruppo di bersaglieri era andato a trovare e a salutare gli amici più sfortunati e, soffermandosi vicino ai letti, si interessavano del loro stato di salute.

Molti erano ancora assopiti, altri fasciati e bendati ci guardavano, memori delle lunghe ore di combattimento.

A un tratto, nel brusio delle tante voci dei ricoverati che si intrattenevano con medici e infermieri, si sente la voce di un fante dell'80°, al di sopra delle altre.

È una voce un po' roca, è ferito al braccio e stenta ad alzarsi perché ferito anche in un'altra parte del corpo. Fatica a stare seduto e, nel silenzio che s'è fatto, alza l'altro braccio valido e indicando i bersaglieri dice in dialetto:

"Ragazzi, in lor, i bersalier" e, dopo una lunga pausa "Num semon chi, ma se gh'eren minga lor, sariom andà in Siberia..."