Da Isbuscenskij, l'ultima carica – Il Savoia Cavalleria nella Campagna di Russia 1941-1942, Lucio Lami,

Ugo Mursia Editore, Milano, 1970

 

Isbuscenskij l ultima carica copertinaA Stefanesti si videro per la prima volta gli effetti dei combattimenti tedeschi: gran parte delle case erano distrutte e due piccoli cimiteri con i tumuli freschi conservavano le salme degli alleati e dei Rumeni; qua e là, per le strade, c'erano ancora cadaveri insepolti e carogne di cavalli che spandevano un fetore insopportabile.

Il sole colava a picco attraverso l'aria resa tersa dai piovaschi dei giorni precedenti: il caldo si faceva di ora in ora più insopportabile e non si riusciva a trovare una goccia di acqua potabile. Appena fuori del paese correva il confine russo-rumeno e il Reggimento entrò in Bessarabia passando attraverso un teatro di distruzione e di morte. Lungo la strada, gli automezzi distrutti erano stati spinti fuori della carreggiata; bossoli d'artiglieria erano ammassati qua e là alla rinfusa, autoblinde russe nereggiavano nei campi freschi di mietitura, mentre i Panzer tedeschi si profilavano all'orizzonte come mostri feriti a morte.

 

Adesso il Reggimento marciava lentamente un po' sulla strada, un po' sulle larghe piste create nei prati dalle autocolonne, nel periodo delle piogge. Il sole batteva inesorabile sugli elmetti e la sete aumentava. La popolazione sembrava scomparsa e solo le squadre tedesche della Todt spuntavano un po' dovunque per lavorare senza tregua. I cavalieri erano stanchi e cominciavano a domandarsi fino a quando sarebbe durata questa marcia alle spalle di un alleato che era già passato come un rullo compressore, lasciando segni terribili.

Il calendario delle battaglie tedesche veniva ricostruito attraverso le croci che si incontravano lungo il tragitto: dodici tombe a Sadjkanje datate 2 luglio, venti tombe a Pyrshota datate 6 luglio...

Finalmente gli squadroni arrivarono al Prut, il fiume tanto atteso che doveva dissetare uomini e cavalli. Ma lungo le sponde decine di cadaveri ormai gonfi come otri tolsero ogni velleità. Erano salme di Tedeschi, spesso voltate a faccia in giù, metà dentro e metà fuori dell'acqua. Sulla riva opposta erano visibili, ben più numerosi, i cadaveri dei Russi: gente con le uniformi più strane, a volte anche senza uniforme, le mani grandi ancora strette attorno ai fucili e gli occhi sbarrati verso il cielo. Il Reggimento stava silenzioso sulla riva. Guardava. Gli uomini appoggiavano le braccia al collo dei cavalli e cercavano un po' di riposo per le reni martoriate da centinaia e centinaia di chilometri in sella: il sole era alto e scaldava i prati verdi punteggiati di papaveri.

Ad un tratto un cavaliere del 1º Squadrone gridò con spiccato accento emiliano: "Anche nel Po annegano tante persone, ma a noi l'acqua non fa mica schifo." Sembrò che quella frase fosse un segnale: uomini e cavalli si precipitarono al fiume e bevvero senza moderazione. La guerra, con le sue follie, era proprio cominciata.

Il morale non era né alto né basso; negli uomini era subentrata una strana malinconia: "L'idea della guerra era stata superata di buon grado, così come superavamo ogni sorta di disagi, ma il più forte di questi ultimi era il senso di oppressione che ci davano queste sconfinate distese della Russia. Più del caldo, del freddo, della paura, ci pesava il silenzio di questa sterminata pianura che si perdeva a vista d'occhio senza un punto di riferimento, senza un'ondulazione, senza un albero: grano, segale, erba e girasoli; grano, segale, erba e girasoli, e la nostra lunga fila di cavalli al passo, sotto il sole." [Da un'intervista con Aristide Bottini, n.d.r.]

I cavalli erano stati sottoposti a dura prova anche se le costanti cure di tutti li avevano salvati dalla stroncatura; solo qualcuno, preso da coliche improvvise, si lasciava scivolare a terra, smaniando. Il suo cavaliere gli si inginocchiava accanto seguendone con angoscia l'agonia. Spesso la bestia, prima di morire, aveva un ultimo violento sussulto di vitalità al quale faceva seguito un completo abbandono: il muso strofinava un poco la polvere e l'occhio, lentamente, si fissava verso un punto indefinito, finché l'alito della morte non lo appannava di viola.

 


 

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