Da La tragedia del Don, Adelmo Pedani, Stampa d'oggi, Editrice Roma, Roma, 1951

 

8 dicembre 1942

 

Fiume Don

 

Attraverso la steppa coperta da una sconfinata coltre di neve, il cosacco Don – completamente diacciato – sembra un mostruoso serpe bianco, pietrificato dai rigori del freddo. 

Lungo il suo corso, da un orizzonte all'altro, è un immenso biancore, ove l'occhio si smarrisce e l'animo si sente oppresso da una profonda tristezza.

In questa estrema desolazione non si può concepire la vita: è un assurdo; eppure, ogni tanto, costei s'avverte dal nitrito di qualche cavallo, e dal cigolio sommesso di pesanti carriaggi di là dai ridossi del fiume. Più nulla, poi, che possa farcela intendere, ma nella mente rimane la percezione di un'esistenza umana che la neve impedisce di scorgere.

La realtà è presente in tutta la sua gravità: la guerra, iniziata un giorno lontano nel mondo, è giunta fin qua, trascinandosi dietro uomini e cose molto più grandi di loro [...].

Gli uni e gli altri, separati dal serpeggiante nastro di gelo, attendono dalle loro buche un ordine che li faccia uscire a chiazzare col proprio sangue la candida e soffice neve.

Il fronte è vastissimo e parecchi gli idiomi dei mortali convocati al macello. Una parte di coloro venuti dai tiepidi lidi meridionali, asserragliata in capisaldi disposti a raggiera, marcisce entro una borsa di terreno, disegnata a berretto frigio dalla sponda destra del fiume. Fra questi ve ne sono molti che avrebbero già dovuto essere rimpatriati, ma i complementi tardano ad arrivare, e così ai poveri veci non rimane che raccontare ai meno anziani come l'inverno prima riuscirono a suonarle ai Russi.

Chissà se il vicino Natale avrebbe portato altrettante buone e fortunose vicende.