Da Il sergente nella neve – Ritorno sul Don, Mario Rigoni Stern, Einaudi Editori, Torino, 1990

 

Ritorno sul Don copertinaSpunta l'alba del 1° settembre e ne sta uscendo una giornata limpida e chiara. Siamo raccolti dentro un avvallamento [...]; poco avanti, nell'erba come noi, sono i tre plotoni fucilieri, e un poco dietro il capitano con il plotone comando.

Ma sono arrivati anche i bersaglieri con i carri Elle, le scatole di sardine, e la chimica con i lanciafiamme.

Intanto, per mimetizzarci, sporchiamo l'elmetto con la terra bagnata d'orina.

Controllo i quattro mortai da 45 della mia squadra, e le munizioni, le bombe a mano, le cartucce. Moreschi è piuttosto tetro e nel distribuire i due cucchiai di cognac a testa, come una comunione, non ha voglia di scherzare. Tourn mi ammicca, ma senza brio; in testa gli balla l'elmetto e raccomando di legarselo ben stretto. Zugni si prova il mortaio sulle spalle, aggiustandosi bene gli spallacci: su quella schiena così larga il mortaio sembra un giocattolo per bambini. [...]

 

Camminiamo svelti e curvi e siamo subito sul dosso, allo scoperto, nel mattino di sole. Sento distinti dei colpi in partenza, leggeri come fucilate di cacciatori lontani:

"Corriamo, svelti." dico. Ma i colpi ci sono sopra, ci vengono incontro come un treno che corre nel cielo, e così, ancora su quattro file distanziate, ci buttiamo a terra, teste contro piedi.

Scoppiano tra squadra e squadra, con bagliore più forte del sole, e mi riparo la testa facendomi piccolo. Dopo il bagliore, le schegge sibilanti che tagliano l'erba e grumi di terra che mi cadono sulla testa e sulla schiena. Odore acre e fumo. "Avanti! Avanti, via!", urla il tenente. [...]

Attorno sento lamenti, ancora scoppi, urla. "Andiamo," dico "andiamo avanti, muoviti."

Ma l'alpino che scuotevo per il braccio aveva un piccolo foro sotto l'orlo dell'elmetto e non respirava più. Gridando "Portaferiti!" più volte, sento che la voce mi si strozza in gola per quel fumo acre e denso.

Mi agito gridando "Portaferiti, portaferiti!", e sento il tenente gridare anche lui: "Avanti, via! I portaferiti vengono."

Storti si sorregge sulla terra puntando i pugni: tutt'intorno è rosso di sangue e di sole e Storti mi dice:

"Te', Rigoni, accendimi una sigaretta."

Gliela accendo e gliela metto tra le labbra: "Coraggio," gli dico "verranno a prenderti subito e andrai in Italia."

"Ciao," mi risponde "ti saluto."

E lo lascio morire così.