Non prendere freddo - Il racconto di un reduce del Corpo di Spedizione Italiano in Russia

Luciano Vigo, Gianni Iuculano Editore, 2000

 

Non prendere freddo copertinaAi primi di ottobre, al rapporto ufficiali, il colonnello comandante del reggimento aveva detto: "Corrono tra la truppa voci pessimistiche circa la nostra sorte all'approssimarsi dell'inverno russo. Son voci tendenziose, fatte apposta per deprimere il morale. Occorre smentire, occorre risollevare il morale degli uomini.

Dite loro che stiano tranquilli, poiché se anche da Roma non venisse l'ordine di rientrare in Italia prima dell'inverno, saremo certamente inviati a svernare sulle coste del Mar Nero, a Odessa o in Crimea."

Visioni evocate di amene spiagge tranquille, riposanti, di dolci ozii, di giovani donne seminude. Chissà, forse faremo in tempo a fare ancora qualche bagno di mare.

Ma allora perché avevamo continuato ad andare diritto verso est? Perché non avevamo piegao a sud? Il meridiano di Odessa l'avevamo oltrepassato da un pezzo. Ormai eravamo quasi in vista del fiume Dnepr e l'inverno era alle porte. [...]

La paura che, sottile sotto sotto, mi si era infiltrata dentro fin dal giorno della partenza dall'Italia, ma che poi sembrava essersi dileguata al pensiero dell'estrema improbabilità di raggiungere in tempo utile la zona di combattimento, raffiorava ora prepotente. Andava impadronendosi di ogni mio pensiero, man mano che cadevano le ultime speranze di un prossimo rientro in Italia, man mano che transitavamo tra i luoghi nei quali la guerra era passata da sempre minor tempo, sino a lasciarcene intravedere le rovine ancora calde e fumanti, sino a farcene udire il recedente cupo brontolante rumore, sentire il rivoltante odore di morte, intuire il terrore e lo strazio nei volti e negli sguardi dei pochi civili russi che ancora incontravamo, sempre più rari. Nella mente il miraggio della parata e del trionfale ritorno a casa era ormai svanito del tutto. Lo sostituivano agghiaccianti visioni della fantasia ed incubi notturni: il nido di mitragliatrici russe che semina morte con il suo micidiale rapidissimo fuoco; la pallottola vagante, il colpo del mortaio, che colpiscono alla cieca, improvvisamente; la sensazione che da un momento all'altro, in ogni istante, si possa cessare di esistere, così di colpo, senza neppure il tempo, qualche minuto di tempo, per pensare ancora una volta ai nostri cari, alla vita, a tutte le belle cose che perdiamo, per sempre; lo scontro fisico col nemico, con l'uomo, magari il cosacco travolgente o il mongolo crudele, o peggio ancora il partigiano disperatamente feroce, che non può farti prigioniero, ma deve ucciderti per non essere ucciso.

Visioni di lotte selvagge, corpo a corpo, all'arma bianca, senza quartiere: la baionettata nel ventre, il sangue, il dolore pazzesco e l'agonia, la morte lenta, consapevole, la fine di tutto. Il mio giovane corpo straziato, abbandonato a marcire, chissà dove. Il lutto, il dolore dei miei cari, il fuggevole rimpianto degli amici, il pianto forse di Valeria, il suo breve rimorso e poi, più niente, tutto finito, senza senso, inutilmente.

Alle visioni della fantasia si sovrapponevano, alimentandole, le immagini della realtà. Le storie paurose, i racconti terrificanti che da qualche tempo circolavano tra noi, trovarono una cruda conferma nelle esperienze quotidiane. E vedemmo coi nostri occhi i partigiani seviziati e uccisi dai Tedeschi, lasciati a imputridire a terra allo scoperto, o penzolanti da forche improvvisate nelle piazze dei villaggi. Ed incrociammo lunghe file di soldati russi, prigionieri, avviati ai campi di concentramento tedeschi. Si trascinavano penosamente, ma in ordine, allineati e coperti, anche i più malconci, i feriti, in lunghissime file indiane. Ci colpì l'esiguità della scorta: due soli soldati tedeschi, quelli col teschio e le ossa da morto incrociate sulle mostrine, facevano marciare in ordine decine e decine di prigionieri. Ma il sistema era semplice ed efficace: i due cerberi camminavano in coda alla fila, uno a destra e l'altro a sinistra, col mitra imbracciato e pronto a sparare. Ogni volta che un prigioniero, spossato dalla fatica e dalla fame o dalle ferite perdeva il passo e si scostava dalla fila, offrendo così un facile bersaglio, veniva freddamente abbattuto con una raffica alla schiena. Fortunati quelli che morivano subito, poiché gli altri venivano lasciati agonizzare là dove erano caduti, ai margini della pista, come cani idrofobi, senza che i loro compagni osassero soccorrerli o anche soltanto chinarsi un istante su di loro per un estremo saluto, pena il fare la loro stessa fine.

E vedemmo nella strada di un villaggio poveri mucchi di stracci insanguinati giacere a terra, ed erano donne, vecchi e ragazzi feriti da una bomba a mano, di quelle tedesche con il manico di legno, di grande potenza; giacevano qua e là in disordine, dove erano caduti, tutti con le gambe martoriate, dilaniate dalle schegge, qualcuno con il basso ventre squarciato; bagnavano di sangue il terreno e aspettavano soccorso, o la morte, pazientemente, senza quasi lamento. Una bomba a mano gettata tra le gambe di quella povera gente inerme, da qualche mezzo motorizzato di passaggio, o da qualche motociclista tedesco in corsa, così, senza motivo, per divertimento.

Passammo accanto a carri armati distrutti, sventrati dalle cannonate, scardinati dalle mine, incendiati dalle bottiglie Molotov, le spesse lamiere annerite e contorte, ancora calde: mostri terrificanti anche nella loro immobilità di rottame ormai innocuo. Dentro si scorgevano corpi umani carbonizzati, rattrappiti in posizione tragico-grottesca. Qualcuno sporgeva a metà del portello spalancato, nel disperato tentativo di sfuggire al rogo, le ossa delle mani avvinghiate ad artiglio, saldate dal fuoco alla lamiera rovente. Invano cercavamo di non guardare i loro volti, ridotti a orrende macabre maschere di delirante pazzia, teschi parzialmente ricoperti da brandelli di carne bruciata, che ci fissavano dalle occhiaie vuote, la bocca orribilmente ghignante.

Immagini di un disumano delirio, che si impressero nei miei occhi e ancor più profondamente e dolorosamente nel mio animo, sì che ancora oggi, a distanza di tanti e tanti anni, non costa fatica il rievocarle, bensì il dimenticarle. Forse alcune, le meno orrende, finiranno per svanire annullate dal tempo e dal sovrapporsi di altre immagini della vita di tutti i giorni, liete e tristi, comunque normali, umane.

Ma il tempo non potrà cancellare del tutto il ricordo, che di tanto in tanto riaffiora, di quei lunghi brandelli di intestino penzolante, a guisa di festoni, da un filo del telegrafo al quale erano rimasti appesi, dopo che il loro proprietario, russo o tedesco o italiano che fosse, era saltato in aria su di una mina anticarro e le membra del suo corpo erano state scagliate, sanguinolente, in ogni direzione.

Ma il tempo non potrà cancellare del tutto il ricordo, che talvolta riaffiora quando in chiesa rivolgo lo sguardo all'altare, di quel soldato rumeno che trovammo morente, inchiodato dai partigiani ucraini a due rozze tavole di legno, in croce.