Da La mia scoperta dell'Italia e degli alpini 1942-2012, Alim Morozv, Kvarta, Voronež, 2012

 

La mia scoperta dell Italia e degli alpini 1942-2012 copertinaA mezzogiorno cercavamo di capitare nella grande fossa per l'immondizia, scavata accanto all'ospedale italiano. Per quell'ora terminavano di operare i feriti che avevano portato di notte dal fronte, sulle macchine della Sanità.

I soldati addetti alle pulizie quasi ogni giorno portavano fuori dalla sala operatoria alla fossa le uniformi tagliate e macchiate di sangue dei soldati.

Oltre a noi, a questa uscita delle uniformi arrivavano i ragazzini delle vicinanze. In attesa dei sanitari, ognuno di noi occupava il suo posto di osservazione e, non appena gli Italiani gettavano i vestiti nella fossa, tutti – come a un ordine – ci lanciavamo dietro a loro.

I ragazzini arraffavano questi vestiti tagliati dai chirurghi durante le operazioni in un attimo e subito si disperdevano in diverse direzioni. Questa precauzione non era per niente superflua. Infatti, quei bambini che non erano riusciti a prendere niente potevano, con la forza, togliere ai fortunati gli abiti appena ottenuti.

 

Quando io portai per la prima volta a casa un pezzo, macchiato di sangue scurito, di uniforme militare, mia madre categoricamente si rifiutò di tenerlo.

"Riportalo indietro.", mi ordinò.

Mi toccò dare quest'uniforme a Nikolaj. Per me tenni soltanto quello che avevo trovato nelle tasche: una catenina di nichel, una medaglietta di alluminio della Madonna e una moneta bianca e splendente da venti centesimi. [...]

Nonostante il divieto materno, continuai regolarmente a visitare la discarica presso l'ospedale italiano. Con Nikolaj mi ero accordato che io gli avrei dato tutto quello che sarei riuscito a prendere degli abiti buttati, e lui avrebbe diviso con me quello che avrebbe trovato nelle tasche. A suo avviso tutte quelle cartoline, fotografie, notes per le annotazioni quotidiane, stellette di alluminio con le asole non avevano nessun valore pratico, e guardava al mio collezionismo come a una stramberia.

 

Una volta in dicembre io giunsi alla fossa accanto all'ospedale italiano senza Nikolaj. I sanitari quel giorno avevano gettato via pochissimi vestiti, ma mi riuscì di afferrare una giacca, a mio parere bellissima.

I ragazzini sopraggiunti guardavano al mio bottino con aperta invidia. Per non privarmi del trofeo, io già volevo darmela a gambe levate, ma all'ultimo mi cadde sotto gli occhi un [altro] interessante trofeo che teneva in mano uno dei ragazzini.

Era una borsa di tela cerata verde, che si richiudeva in alto con dei bottoni, come la cartella dei nostri comandanti.

Senza pensarci due volte proposi a questo ragazzino la mia giacca in cambio della borsa [...].

A casa, aperta al borsa, ne trassi una grande carta topografica ripiegata. Sebbene le scritte fossero stampate in caratteri latini, senza sforzo riconobbi nomi conosciuti: Rossoš', Lizinovka, Evstratovka, Novaja Kalitva, Don.

Tutta la carta era coperta di linee, cifre, altre annotazioni per me incomprensibili, fatte con matite colorate.

Persino per me, ragazzino, non era difficile capire che sulla carta era riportata la linea del fronte e annotata la posizione dei reparti italiani.

Forse questa borsa da campo apparteneva a uno degli ufficiali del Comando del Corpo d'Armata alpino italiano [...] ferito gravemente durante un bombardamento o durante una sortita sul fronte.

I sanitari, senza avere controllato il contenuto della borsa, frettolosamente avevano gettato insieme a essa nell'immondezzaio una importante carta operativa.

 

Naturalmente per il Comando del Fronte di Voronež, che proprio in quei giorni di dicembre aveva incominciato a preparare l'offensiva Ostrogožsk-Rossoš', una carta così sarebbe stata veramente di grande valore. [...]

Avevo coscienza io, allora, dell'importanza di quel documento operativo che custodivo nel comodino? Naturalmente no. Non mi passava nemmeno per la testa che la carta gettata nell'immondezzaio potesse interessare qualcuno, tanto più i grandi comandanti del nostro esercito.