Da La mia Russia – Diario di una guerra – Pensieri, ricordi, racconti della Campagna di Russia 1941-1943

Mario Veronesi, Italian University Press, Genova, 2009

 

La mia Russia copertinaGennaio 1942. L'ultima domenica del mese, e siamo in perlustrazione. Il maresciallo Berti scorse con il binocolo un gruppo di cavalieri fermi nella neve profonda, sul lieve pendio di un'altura. Ordina di scendere da cavallo, e strisciando ci avvicinammo con tutte le precauzioni del caso.

Veleggiava nell'aria uno strano silenzio, i soldati russi apparivano stranamente rigidi nella luce incerta di quel deserto di neve. Che strano. Noi ci avviciniamo e quelli non si muovono, non si sente una parola, un nitrito di un cavallo, un rumore qualsiasi. Tutto è silenzioso come se la terra fosse coperta dall'abbraccio della morte.

Arrivati a una cinquantina di metri ci accorgiamo dell'immobilità del gruppo. L'incredibile quadro era reale: cavalli e cavalieri, stretti l'uno all'altro, immersi nella neve sino al ventre, erano morti. Erano rimasti in piedi, nella stessa posizione che avevano assunto quando si erano fermati per riposare. Rigidi, congelati.

Il loro ufficiale è in sella, leggermente ricurvo e ha le redini ancora in pugno. Gli occhi sono spalancati, le sopracciglia piene di ghiaccio. Tre soldati sono incastrati tra due cavalli, probabilmente volevano riscaldarsi.

Mentre tutti i cavalli sembrano posati sullo zoccolo d'altrettanti monumenti. Hanno la testa eretta, gli occhi chiusi, il mantello coperto di ghiaccio e le lunghe code – sferzate dal vento gelido – sono rigide, nel gelido soffio dell'eternità.

Prendo la macchina fotografica, che porto sempre con me; voglio fotografare queste statue di ghiaccio. Mi prende un nodo alla gola, penso a questi ragazzi, alla loro vita, alle loro famiglie, l'otturatore non vuole saperne di muoversi. Lo scatto è bloccato dal ghiaccio. Non riesco a fotografare, il generale inverno aveva steso la sua mano pietosa per nascondere questo inferno bianco agli occhi dei posteri.

Rientriamo mesti e tristi, non avevamo ancora visto la terrificante potenza dell'inverno russo [...].