Da 12 anni di prigionia nell'URSS, Enrico Reginato, Edizioni Canova, Treviso

 

enrico reginato 20130513 1710145872Ai primi di giugno del 1942 mi tolsero da quel carcere dove languivano i cancrenosi e fui avviato a un posto di smistamento, poco lontano, dove riabbracciai il soldato Avidano, catturato con me la notte del 28 aprile. Da oltre un mese ero diventato un semplice numero nelle mani del nemico, costretto alle più umilianti condizioni di vita, spogliato perfino della mia uniforme, in cambio della quale avevo ricevuto una blusa e un paio di pantaloni di tela. Mi ero abituato al cibo scarso e repugnante, sopportavo rassegnato le vessazioni, talvolta perverse, cui venivo sottoposto.

Ma, a misura che i giorni passavano, sorgevano sempre nuove esigenze, piccole esigenze della vita quotidiana che in tempi normali si possono soddisfare con facilità. Per esempio le unghie delle mani e dei piedi crescevano smisuratamente e non mi era possibile tagliarle. Dovetti servirmi di un frammento di vetro e limarle a una a una, pazientemente.

Il 20 giugno fu disposto il mio trasferimento in un campo di concentramento nei pressi di Mosca. Partii assieme a un soldato tedesco, sotto la scorta di alcune guardie, e viaggiai per diversi giorni in un carro bestiame, agganciato a un treno che sostava lunghe ore in aperta campagna. Il tempo era pessimo. Pioveva quasi ininterrottamente e faceva freddo, come da noi in autunno.

Ogni ventiquattro ore le guardie di scorta ci somministravano la razione viveri, costituita da un pezzo di pane secco e un'aringa salata.

Il quarto giorno di viaggio mi colse la febbre. Tremavo, colpito da brividi, sul nudo piancito del vagone, rannicchiato in un angolo. Le guardie, mosse a compassione, mi procurarono un sacco che riempito d'erba mi servì da materasso e il soldato tedesco mi coprì con la propria giacca.

Spossato dalla febbre, barcollante e quasi allucinato, fui fatto scendere, esattamente una settimana dopo la partenza. In quello stato di estrema debolezza mi sobbarcai una marcia di otto chilometri per raggiungere il campo 27.

Ritrovarmi in un ambiente un po' ordinato, dove potevo stendermi sopra un pagliericcio e avvolgermi in una coperta, mi sembrò un sogno. Ma la prima sera la febbre crebbe e passai una notte agitatissima. Trascorsi il giorno successivo in un dormiveglia snervante. Ricordo vagamente che qualcuno si avvicinò al lettino, parlottando. Lo stato febbrile persisteva, per cui fu deciso il mio ricovero nell'infermeria del campo 27B, installata in una baracca, costruita metà in legno e metà in muratura.

Rianimato da una alimentazione tollerabile, in pochi giorni entrai in convalescenza. Accanto a me, era degente un ufficiale pilota tedesco che l'anno precedente aveva trascorso in Italia, ad Abbazia, un periodo di riposo. Egli volle festeggiare la mia guarigione cantando a mezza voce canzoni italiane.

Pensava di farmi piacere, invece quei motivi acuivano la mia nostalgia e la mia tristezza.