Non prendere freddo – Il racconto di un reduce del Corpo di Spedizione Italiano in Russia

Luciano Vigo, Gianni Iuculano Editore, 2000

 

Non prendere freddo copertinaTrovai il paese cambiato, irriconoscibile: scomparsa la neve, svanito l'incolore, gelido, opprimente paesaggio invernale, tornavano la luce, il calore del sole, i colori, i suoni, gli odori della natura risvegliata. Anche gli uomini erano diversi: non più informi fagotti ambulanti, cupe sagome silenziose a malapena visibili, confuse nel generale grigiore, ma forme umane, persone, facce scoperte, volti conosciuti, distesi, sorrisi, voci note, risate.

Ritrovavo i colleghi, gli amici, i miei ragazzi: Rampini, Soldati, Cecchini e gli altri, tutti mi accolsero con calore, affettuosamente.

Anche la vita nel caposaldo era migliore, più varia, quasi piacevole: si poteva uscire dall'isba, stare lunghe ore all'aperto, muoversi liberamente, senza problemi. Le comunicazioni con le retrovie erano riaperte, più frequenti, più agevoli. I rifornimenti, i viveri arrivavano regolarmente e la campagna arricchiva il rancio e la mensa coi suoi prodotti, i polli, le uova, il latte, la frutta e la verdura.

Il fronte era tranquillo, statico, silenzioso. Cessata anche ogni attività di pattuglie, sembrava che la guerra fosse finita. Le giornate avevano ripreso la normale routine della vita di caserma: sveglia, pulizia personale, caffè, adunata, ispezione alle armi, ginnastica, rancio, distribuzione della posta, riposo; mancava solo la libera uscita e le ragazze.

Con tutto il tempo necessario a disposizione Bruno [un altro giovane ufficiale, n.d.r.] e io ci demmo da fare per rendere più decenti e vivibili gli alloggiamenti dei nostri uomini nelle isbe, facendole ripulire a fondo, spazzare e spolverare regolarmente. Mettemmo all'opera un paio di soldati, che da borghese erano falegnami, a costruire letti a castello, per utilizzare al meglio gli spazi, e poi scaffali, mensole e pioli, per riporre zaini, borse tattiche, gavette, borracce e fucili, tutto in bell'ordine.

Un soldatino aveva scovato da qualche parte una chitarra e la sera, prima del silenzio, si suonavano e cantavano le solite vecchie nostalgiche canzoni.

Il 22 aprile festeggiammo il mio compleanno, nella mia isba, con Franco, Bruno, gli attendenti e altri amici. Ci furono auguri, un po' di cognac, canti e allegria. [...]

A fine maggio cominciarono ad arrivare dall'Italia i complementi, destinati a rinsanguare i ranghi del vecchio C.S.I.R.. [...]

Con i complementi arrivarono al nostro battaglione due capitani e un tenente anziano, destinati ad assumere il comando delle Compagnie, e un maggiore, a sostituire il comandante del battaglione, che rimpatriava per proseguire la sua carriera di ufficiale di Stato Maggiore.

Fu affidato a me il compito di andare a prenderli a Rikovo e guidarli al caposaldo. Fui così il primo dei vecchi del battaglione a fare la conoscenza del nostro nuovo comandante. [...]

Ero ormai assuefatto al vecchio comandante: uomo di media statura, magro, asciutto, dal volto sempre pallido solcato da rughe premature, dall'espressione sofferente, dal carattere chiuso, introverso; tipico ufficiale superiore di carriera, intellettuale, educato, freddo, tutto disciplina e sacrificio, che teneva le distanze, che non sorrideva mai.

E mi trovai improvvisamente di fronte a un omone grande e grosso che mi sovrastava di tutta la testa: due spalle possenti, una grossa testa con una folta criniera di capelli biondo-rossicci, una fronte spaziosa, due occhi azzurri che scintillavano di buon umore, un naso importante e una bocca che sembrava sempre pronta alla risata fragorosa [...].

[...] Mi presentai a lui stando rigido nella posizione di attenti, battei i tacchi e portai di scatto la mano tesa alla fronte, in un perfetto saluto militare: a voce squillante pronunciai il mio grado, il nome ed il sacramentale "Ai vostri ordini, signor maggiore." Mi diede una tremenda pacca sulla spalla, facendomi barcollare, poi una stretta di mano da far scricchiolare le dita, e mi rispose con un:

"Bene, figliolo, adesso fammi vedere dove dobbiamo portare queste reclute sfessate."

Sin dai primi giorni del suo comando al battaglione, apparve chiara la sua stravagante immagine di personaggio di un'altra epoca, un condottiero medievale, un capitano di ventura, un filibustiere.

Non si riusciva a capire quale fosse la sua origine: il suo vocione non aveva alcuna inflessione, alcun accento che potesse rivelarne l'appartenenza a una qualsiasi regione italiana.

Dall'aspetto fisico lo si sarebbe detto uno scandinavo, magari un danese, un diretto discendente dei Vichinghi.

A sprazzi si rivelavano frammenti di un suo passato avventuroso. Era stato a capo di una banda di ribelli, in un paese dell'America centrale, col grado di generale. Aveva sposato una donna di una tribù di Indios, che aveva poi lasciata per sposare una tedesca; aveva seminato figli in vari paesi. In questa guerra aveva già combattuto su vari fronti, e doveva aver compiuto imprese eccezionali se la più importante rivista illustrata tedesca, Signal, aveva pubblicato la sua fotografia in primo piano, sulla copertina di un numero speciale.

Il suo linguaggio era sboccato, pittoresco, infarcito di vocaboli di varie lingue, a volte volutamente osceno. [...]

Anche il nome si attagliava perfettamente al personaggio, che sembrava uscito dalle pagine di un romanzo di avventure, di Emilio Salgari o di Giulio Verne: si chiamava Labus.

Con la sua venuta al battaglione, la vita nel caposaldo si era fatta più piacevole, più rilassata, specialmente per noi vecchi combattenti che egli portava costantemente ad esempio alle burbacce fetenti che aveva portato con sé dall'Italia: tra queste ultime includeva anche i due capitani e il tenente anziano.

A un rapporto ufficiali, che convocò a seguito di un'ispezione agli alloggiamenti dei soldati, fece un tremendo cazziatone ai tre nuovi comandanti di Compagnia, perché i loro uomini erano trasandati, scassati e smidollati, e i loro alloggi sporchi e in disordine, mentre elogiò questi due marmocchi mocciosi, cioè Bruno e me, che si erano ingegnati a mettere i loro uomini nelle migliori condizioni di esistenza possibili.