Da Vieter – Vento di nord est, Alfredo Dini, libro pubblicato dall’autore, 2009

 

 

Vieter vento di nord est copertinaA Izjum, dopo dodici giorni di treno, ha termine il nostro viaggio.

Allo scalo merci, liberati i nostri camion dai cavi e dai tappi che ne bloccano le ruote, iniziamo lo scarico reso difficoltoso per lo spazio limitato del pianale, che ci consente spostamenti di pochi decimetri. [...]

Un alto strato di polvere rossastra ricopre e nasconde le buche e le cunette che costellano la strada e sembrano attendere alla prova le balestre dei Bianchi Miles.

Carico sull’autocarro un pesante forno da campo; poi, dietro invito del Comandante, mi metto in testa a condurre la colonna. Meno male!

Mi sarà risparmiato di avanzare nella nuvola di polvere che solleviamo. [...]

Fortunatamente la strada per Vorošilovgrad, verso cui siamo diretti, per la maggior parte in terra battuta e con brevi tratti asfaltati, ci consente una più agevole marcia.

Inquadrati dal finestrino, scorgo campi a perdita d’occhio coltivati a girasole, che si confondono lontano all’orizzonte, nella foschia che il sole pompa su con l’umidità del terreno. Fra tanto oro, qualche fulvo appezzamento di grano e biondi riquadri d’orzo con le turgide spighe piegate verso il suolo, forse tristemente assorte nel destino che le condanna a essere maturate inutilmente, ora che la guerra ha fatto disertare i lavori dei campi.

Dove invece si è mietuto e si è fatto in tempo anche a trebbiare, osserviamo i tipici pagliai russi elevare alta la loro mole, simili a caseggiati di periferia.

All’ingresso di Vorošilovgrad do un’occhiata al contachilometri, il che mi permette di sincerarmi – una volta attraversata la città – che essa si estende da un capo all’altro per circa venticinque chilometri.

Una bella superficie, anche a voler tener conto che – esclusi i quartieri del centro in muratura – tutte le altre case, piccole come bungalow e in legno, sono costruite ben distanziate l’una dall’altra, con ampi spazi erbosi in mezzo, forse a evitare che un probabile incendio non abbia ad assumere proporzioni devastanti.

In libera uscita prendo contatto con la città.

In una larga piazza un enorme carro armato in legno e cartapesta, per metà diroccato, attira la mia attenzione, senza che peraltro riesca a capirne il significato.

Scantono verso un’altra piazza e mi ritrovo nel pittoresco chiasso del bazar.

Tutto torno torno allo slargo, su paletti conficcati nel suolo, sono fissate rudimentali tavole di legno che ospitano alla rinfusa pomodori, mele e pere così striminzite e misere da non invogliare certamente alla compera.

Qualche donna ha in mostra un paio di bottiglie di latte.

Data l’ora – è pomeriggio inoltrato – ne deduco che per non averlo ancora venduto deve avere un prezzo proibitivo. Poco distante una bisunta venditrice d’olio ha sul banchetto dei recipienti di scurissimo olio di girasole.

Soltanto vicino alla bancarella del venditore di cetrioli in salamoia vi è dell’animazione. Osservo la lunga contrattazione e, pur non comprendendo una sola parola, noto divertito la mimica fra colei che acquista e vorrebbe risparmiare qualche kopeko, e il venditore che giura e spergiura che così ci rimette.

Un tale mi si avvicina con un sacchetto di semi di girasole in una mano e un misurino di legno nell’altra:

“Simieski, simieski” offre, e al mio diniego aggiunge: “Russkiy shokolat” e velocissimo mi dà una dimostrazione di come si mangino, mentre intorno ridono divertiti.

Torno verso il centro. Per le vie, negozi con ampie vetrine dai drappeggi scoloriti dal sole ospitano un paio di stivaletti femminili stile 1924. All’interno malinconici scaffali vuoti sbadiglianti nella penombra.

Di tanto in tanto una rosticceria mi mette sotto gli occhi, al riparo di una lastra di vetro, minuscoli piatti con intingoli mai visti prima. [...]

Per le strade, numerosi cittadini circolano niente affatto infastiditi dalla nostra presenza. Gli uomini portano quasi tutti berretti a quadri con visiera alla ciclista, giacche a un sol petto molto corte e attillate, camicie bianche di stile antiquato.

Alcuni indossano la classica casacca russa abbottonata alta al collo e stretta in vita da una cintura nera.

Le donne, anche più eleganti, dalle scarpe a decolleté chiuse dal cinturino attraversante il collo del piede, alla foggia del vestito e al cappello, ridicola cloche a cupola alta, mi ricordano le vecchie riviste di moda del 1920 o giù di lì, che da bambino mi dilettavo a ritagliare e a colorare. [...]

Da alcuni minuti seguo, forse senza volerlo, una di queste. Quando mi accorgo che oltre a una svelta figurina possiede anche un volto interessante, desidero accostarla e, poiché dai libri che stringe sottobraccio presumo sia una studentessa, ci provo in francese:

“Bonjour mademoiselle, il n’y a pas ici a Vorošilovgrad un parco o un giardino pubblico dove uno stanco soldato possa riposare?”

La cara professoressa Samarani, mia insegnante al liceo ginnasio di Urbino, urlerebbe forse la sua riprovazione al sentirmi storpiare più di un vocabolo, ma può andare orgogliosa che, a otto anni dalle sue lezioni, riesco a farmi capire.

Infatti la ragazza [...] mi risponde nella stessa lingua:

“Mais oui, m’sieur, vi ci condurrò ben volentieri.”

Così poco dopo ci troviamo seduti su una dura panca di pietra in un parco malandato e trascurato, proprio in vicinanza di una grande statua di Lenin che la sovrasta [...].

Nel suo francese stentato quanto il mio, ricco di pause in cui immagino traduca mentalmente quanto starà per dirmi, mi racconta di essere studentessa, di avere diciassette anni “di vecchiaia” e di chiamarsi Olga. [...]

Mentre lei parlava e le guardavo le mani signorili, i grandi occhi grigi ombreggiati da lunghe ciglia e cerco di indovinare qualcosa del corpo impoverito dall’abito goffo, devo fare uno sforzo a non interromperla per dirle quello che mi passa per la testa. Rischierei per lo meno di essere preso per matto, dato che le frasi francesi che fanno ressa e mi ronzano in capo sono di questo tenore: “Il mio vecchio zio Giovanni ha le bretelle rosse e nere e il vostro gatto bianco è più piccolo del vostro cane giallo.” [...]

Penso sia meglio tacere e fare tacere anche lei e, poiché il tais-toi perroquet (taci, pappagallo) con cui ci azzittiva la nostra professoressa mi sembrava troppo scortese, le chiudo le labbra con un bacio.

Nel crepuscolo che scende su Vorošilovgrad, fra i primi timidi accordi di un grillo che prova le sue elitre per la serenata alla luna, in lotta – lontano – con i vapori di foschia all’orizzonte, Lenin guarda indignato dall’alto del suo piedistallo la connazionale che si arrende senza opporre resistenza all’odiato nemico.