Da Il labirinto di ghiaccio, Gino Papuli, Edizioni Thyrus, Arrone (TR), 1991

 

Il labirinto di ghiaccio copertinaQualcuno viene a dirci che lì vicino c’è una specie di infermeria dove sono stati ricoverati i feriti e i congelati più gravi della Sforzesca, in attesa di un ipotetico trasporto nelle retrovie. Andiamo in cerca del nostro medico Vitolo e gli chiediamo se non ritenga opportuno ricoverare Salvi.

Non è una decisione facile, in quanto è quasi certo che tutta questa specie di lazzaretto cadrà entro poche ore in mano ai Russi, i quali – è noto – non si preoccupano gran che dei feriti e inoltre scarseggiano di medici.

D’altra parte se Salvi continuerà con noi avrà una sorte ancora più incerta: sia per gli strapazzi, sia per il prossimo esaurimento della benzina (e lui non è in grado di marciare a piedi), sia perché tutta la colonna può essere attaccata e distrutta da un momento all’altro.

Così viene deciso di lasciare Salvi. Andiamo a dirglielo ed egli – con nostro gran sollievo – sembra accettare di buon grado la soluzione che gli si prospetta: anche se la sua mente non è sempre lucida, capisce bene che le sue condizioni non gli consentono di procedere con noi. Così lo prendiamo a braccia e lo trasportiamo nella casa che ci hanno indicato, una costruzione a due piani, cosa piuttosto insolita nella zona. Saliamo a fatica le scale di legno e ci troviamo in uno stanzone appena rischiarato da due o tre lucerne a olio e completamente riempito di infermi: pochissimi su letti e pagliericci, la maggioranza a terra sotto coperte, pastrani, stracci. Tutti sembrano dormire, vi è un silenzio irreale. Trovare un posto per Salvi sembra impossibile. Finalmente un soldato di guardia ci mostra un angolo in fondo allo stanzone: per raggiungerlo dovremo attraversare questo pavimento di corpi, per di più sostenendo Salvi che non può reggersi da solo. È un’impresa difficile; lungo il percorso perdo l’equilibrio e sono costretto ad appoggiarmi con un braccio a una branda vicina: urla altissime si levano dal mucchio di coperte che ho urtato. Gli altri si svegliano, molti – forse senza neppure comprendere il motivo delle urla – cominciano anch’essi a gridare e a lamentarsi. È un incubo collettivo, una scena allucinante. Alla fine raggiungiamo l’angolo indicatoci, sistemiamo a terra Salvi sul suo sacco a pelo. Il posto è tanto piccolo che non può neppure allungarsi del tutto. Pur senza confessarlo, temiamo l’addio. Fingiamo indifferenza e cerchiamo di far credere a Salvi che torneremo a trovarlo durante il giorno. Lui ci crede o finge di crederci. Sappiamo che non lo vedremo mai più.

Dopo circa un'ora – sono le due di notte del 28 [dicembre 1942, n.d.r.] – si riparte su allarme. È sorta la luna a rischiarare la strada. Il solito estenuante procedere a piccole tappe, le necessarie puntate esplorative prima di accedere ad ogni centro abitato. Durante una delle soste mi lascio vincere dalla stanchezza e resto nella cabina del camion. Vengo risvegliato da colpi intervallati d’arma da fuoco che sembrano molto vicini. Scendo e corro verso la testa della colonna; raggiungo D’Aquino, non sa chi spari, procediamo insieme. Ed ecco chi spara: sono i Tedeschi (quelli unitisi alla nostra colonna) che stanno giustiziando alcuni partigiani catturati, forse, giorni prima e tenuti sino allora come ostaggi o, più probabilmente, come guide. Siamo ormai abituati a tutto, ma la scena è terrificante: l’esecutore è sul margine della strada, prende il Russo con la sinistra per il colletto, alle spalle, e gli dà uno spintone mandandolo oltre il ciglio della strada, nel campo. Contemporaneamente, con la destra, tira un colpo di pistola alla nuca. Il colpito, per effetto della spinta, fa due o tre passi barcollanti e si abbatte bocconi nella neve. Così, l’uno dopo l’altro, senza un moto di ribellione, senza un gemito, senza una parola; sono, ora, una dozzina di sagome informi nei loro goffi indumenti invernali, nere nel biancore lunare della steppa.

L'alba ci trova ancora in marcia ma, con tutte le soste fatte, non dobbiamo avere percorso molta strada. Quando siamo fermi cerchiamo di attivare la circolazione del sangue correndo e muovendo le braccia. Beviamo poco (a parte il caffè, solo neve che non toglie la sete) e tuttavia il freddo ci fa orinare ogni mezz'ora.

Quanto tempo è che vaghiamo alla cieca? Sembra un'eternità: il succedersi degli avvenimenti, la tensione nervosa, la paura, la stanchezza, le nottate insonni, la fame, la fatica ci hanno fatto perdere la cognizione esatta del tempo. Tutto sembra, ormai, un calvario senza fine.