Da Il labirinto di ghiaccio, Gino Papuli, Edizioni Thyrus, Arrone (TR), 1991

 

Il labirinto di ghiaccio copertinaÈ l'alba del 22 dicembre.

Da diversi giorni non mi spoglio e non mi lavo. Mi sciacquo viso e mani con l'acqua gialla di un pozzo; mi portano – desideratissimo – del caffè caldo.

L'orologio non serve più a nulla, i normali ritmi di vita non hanno più senso, non dobbiamo rispettare appuntamenti né altri doveri temporali. Gli eventi d'arme, le leggi del caso e le reazioni fisiche e psichiche di ciascuno di noi non hanno bisogno di orari; le uniche scadenze sono quelle fatali e non siamo noi a determinarle.

Ecco perché nessuno guarda più l'orologio, nessuno chiede che ore siano. Il tempo, per noi, sembra già essere uscito dalla dimensione umana.

 

Ma vi sono anche altre cose che, nella realtà attuale, non hanno più senso: per esempio, le tavole di tiro, il falso-scopo, il tiro indiretto, il parallelismo dei pezzi, l'alzo, l'angolo di sito e tutti gli elementi dell'arte artiglieresca e delle leggi della balistica. A cosa servono gli studi fatti, le esercitazioni compiute, gli sforzi per apprendere nozioni che, ora, ci sembrano insignificanti o addirittura assurde?

Nessuno ci ha insegnato questo tipo di guerra. Qui il cannone si usa istintivamente, puntandolo – come si fa con una pistola – verso un bersaglio che è in vista diretta, con alzo-zero, perché il nemico è vicino, senza angoli né riporti perché non c'è tempo per i calcoli, senza graduare la carica di lancio perché non ce n'è bisogno, date le distanze così ridotte.

Non esiste osservatorio che diriga il tiro: ogni capopezzo vede da sé l'effetto dei colpi e si regola a occhio. È un vero e proprio duello nel quale la sopravvivenza dipende non dall'applicazione di cognizioni teoriche, bensì dalla prontezza dei riflessi, dalla rapidità dell'agire, dalle qualità personali e, naturalmente, dal fato. [...]

 

Le prime luci consentono di vedere la realtà che ci circonda e di organizzare meglio la postazione. Subito dopo provvediamo al triste compito di dare sepoltura ai nostri due caduti, Martini e Luconi. I badili stentano a smuovere la terra ghiacciata: impieghiamo quasi due ore a scavare la fossa. Sui tumuli poniamo due croci costruite con assi di legno delle cassette delle munizioni; vi scriviamo i nomi e la data: 23 dicembre 1942.

Vado a esaminare il carro russo: è stato colpito alla base della torretta da una granata perforante di piccolo calibro che ha provocato all'interno l'incendio dei serbatoi di benzina e, poi, lo scoppio delle munizioni. È evidente che i carristi sono usciti dalle botole della torretta con gli abiti in fiamme. Di uno di essi, che – non so come – è andato a finire sotto il carro, si vedono pochi resti carbonizzati e, separato dal resto, un piede con un pezzo di gamba.

Il corpo di un altro, invece, è rimasto intero e rivela gli spasimi di una morte atroce che lo ha come pietrificato in una posizione irreale [...].

Poco distante vi sono altri due soldati russi morti: appartengono alla pattuglia che ci ha attaccato nella notte.

Il trattore inviato a valle con i feriti rientra con cinque rincalzi e l'ordine del capitano Alari di mantenere la posizione a qualunque costo sino a nuove disposizioni. Il caporale Aglietti dice che i feriti non sono gravi.

Il tempo passa, abbiamo acceso un fuoco per riscaldarci, il cielo è coperto da uno strato tenue e basso di nubi. Davanti a noi una distesa senza fine di campi innevati, segnati da ondulazioni e da cespugli. Dietro, in basso, il paese che vediamo solo in parte. [...]

Un ronzio nel cielo, un piccolo aereo che si avvicina a bassa quota: è una cicogna tedesca, un velivolo da ricognizione e collegamento. Volteggia su di noi che salutiamo agitando le braccia, scende verso il paese, poi riprende quota e sparisce all'orizzonte.

Questa visita inattesa significa collegamenti, conoscenza della nostra situazione, speranza di salvezza. Ne siamo tutti rincuorati. Poi, a cancellare i nostri timori di essere stati abbandonati, arriva una staffetta con l'ordine di ripiegare sul paese: i nostri reparti sono lì ad aspettarci per costituire una colonna motorizzata di retroguardia; quella colonna che d'ora in poi si chiamerà colonna Carloni.