Da Memorie di guerra – Rodolfo Hofer – 1940-1945

A cura di Paolo Strazzolini, Aviani&Aviani Editori, Udine, 2013

 

Partivamo con l'entusiasmo e la baldanza giovanili, desiderosi di renderci utili alla Patria, sicuri della giusta causa e soprattutto saldi nei principi e nella cultura che allora erano condivisi dalla stragrande maggioranza degli Italiani. Le certezze non vacillarono nemmeno durante l'avventuroso viaggio di andata e nei primi momenti del conflitto sul Fronte Russo. A oltre mezzo secolo di distanza è facile condannare quei sentimenti. Per capire bisogna trasferirsi nel clima storico di quegli anni che permeava il confronto e la competività tra gli Stati, determinando le politiche e la cultura dominanti, fino alla scelta della guerra come elemento di normalizzazione.

 

Ma singolarmente come considera, un uomo, la guerra? Io dico che fino a quando non ci sei dentro non ne puoi capire l'aspetto disumano e lacerante. E anche quando ne sei protagonista puoi scoprire in te un desiderio di umanità e solidarietà che va al di là dell'effetto di morte che porta in sé l'azione bellica.

Puoi, in sostanza, evitare la bestia che emerge in ogni uomo con un'arma in pugno, soprattutto quando ti trovi di fronte alla popolazione civile, inerme e dolorosamente in balìa degli eventi. [...]

Ero sereno ed entusiasta. Non mi preoccupavano i disagi [...]. I primi convogli del C.S.I.R. partirono da Verona, Stazione di Porta Nuova, il 10 luglio 1941, facendo quindi sosta a Bolzano per il saluto delle Autorità. [...]

Il nostro treno si mosse il 14 luglio. [...]

Ci lasciavamo alle spalle una nazione che viveva le ore trepide di una grande vigilia, alimentando certezze e speranze. Un Paese dedito comunque alla vita di ogni giorno, ma che non avremmo più ritrovato uguale. Per me quel distacco fu un momento di forte commozione perché a Porta Nuova vennero a salutarmi le mie sorelle Ilda ed Elena. Di fronte alle loro lacrime avvertivo l'angoscia dell'ignoto, pensavo a mia madre e a mio padre. Ma fui io, alla fine, che confortai le mie sorelle. [...]

 

Lungo il tragitto in terra ungherese l'entusiasmo si rinnovava con l'intervento di gruppi tzigani in costumi caratteristici che eseguivano le loro musiche tipiche e canzoni. Salvo questi episodi piacevoli fu dura, soprattutto perché la tradotta compiva continue lunghe soste.

Fortunatamente avevo trovato il modo di trascorrere il tempo dedicandomi a qualcosa di interessante che appagava il mio desiderio di novità e la mia spontanea socievolezza.

Feci amicizia con un sergente del 79° Fanteria Pasubio, che da un vagone pianale filmava per l'Istituto Luce la gente delle stazioni e delle case, intenta a salutarci con bandiere, drappi e incitamenti. [...]

In territorio ungherese, nella città di Maramarossziget, il convoglio si fermò. Dal Comando Tappa ci comunicarono che la sosta sarebbe durata un'ora. Un tempo abbastanza lungo per filmare gente e luogo che ci davano molti spunti interessanti. A partire dai gendarmi che portavano un copricapo ricoperto di piume simili a quelle dei nostri bersaglieri.

Forse compiaciuti per essere stati ripresi dal sergente operatore, quei gendarmi ci invitarono con insistenza a scendere e a unirci a loro per un brindisi. Entrammo nella birreria di fianco alla stazione e ci trovammo di fronte a uno stivale di birra fresca che ci tonificò, in un'atmosfera di cordialità, tra tanta gente che aveva riempito il locale e che ci osservava con viva curiosità. Tutti cercavano di comunicare, particolarmente chi sapeva qualche parola di italiano.

Tra questi ultimi, uno ci disse: "Non arriverete neanche al fronte, perché i Tedeschi sono già alle porte di Mosca."