Da La ritirata di Russia, Egisto Corradi, Nordpress Edizioni, Chiari (BS), 1999

 

Ho ancora vive nella mente immagini e scene che mai riuscirò a cancellare e che forse rivedrò in punto di morte, come dicono succeda. Per esempio quei cavalli e quei muli che colpiti dalle cannonate anticarro venivano sollevati un poco da terra e si squarciavano come giganteschi papaveri rossi e le selle e le some volavano via.

O quei soldati che sedevano attorno a un fuoco acceso all'aperto, nella neve.

Era notte, i soldati guardavano verso le brage ancora rossastre; ma erano morti, il gelo li aveva fulminati qualche minuto prima.

E quei congelati e feriti che uscivano dalle isbe strisciando nella neve per raggiungere le slitte sul punto di partire, che pregavano e rantolavano e sembravano vermi. [...]

 

Non dimenticherò mai certi odori. Quello che producevano i tubi di scappamento dei carri e degli autoveicoli. Era acutissimo, saliva al cervello come una lama; non so spiegarmi perché differisse tanto dall'odore che i motori a scoppio sprigionano nei nostri climi. O l'odore all'interno delle isbe. Era un lezzo di tana, un tanfo misto di cavoli cotti, di urina, di muffa, di panno grigioverde bagnato, di sudore, di piaghe da congelamento e da ferite. Era un lezzo amico perché caldo, respirarlo significava trovarsi nel tepore di un'isba. Ho ancora dentro le orecchie, ma maggiormente nel vivo del sangue, una parola tedesca.

La parola è 'raus.

È un'apocope di heraus e vuol dire ugualmente fuori, ma in modo più spiccio e brutale.

'Raus! 'Raus! Il grido di 'raus! era il grido di guerra nella sacca.

Lo gridavano i Tedeschi con due erre, 'rraus!, per scacciarci dalle isbe puzzolenti e calde; lo gridavamo noi per scacciarne loro. Si cominciava a gridare 'raus al calare della notte, quando si lottava per trovare posto nelle isbe. O si assaltavano isbe chiuse al grido di 'raus in piena notte.

I Tedeschi lo urlavano da selvaggi, latrandolo, «'Raus! 'Raus

Proprio un latrare, eravamo tutti cani rabbiosi. [...]

 

Devo dire, a proposito di freddo, che quel poco che cinema e televisione hanno finora ricostruito in Italia sulla Campagna di Russia è tale da far sorridere chiunque si sia trovato tra coloro che si ritiravano dal fronte del Don [...]. Dopo qualche ora di movimento all'aperto una crosta di ghiaccio si formava sulla metà inferiore dei visi, dal naso in giù, e spesso anche sulle sopracciglia, e le barbe lunghe – qualcuno l'aveva – diventavano blocchi ghiacciati. L'unico modo per liberarsi di queste maschere di ghiaccio era di stare qualche minuto al caldo, dentro un'isba.

All'aperto, oltre che dolorosa, l'operazione riusciva quasi impossibile. I ghiaccioli sul viso si formavano spesso ma non sempre, probabilmente soltanto in date condizioni di umidità. [...]

A venti e anche trenta gradi sotto zero, se l'aria è perfettamento immobile, il freddo non si sente. Non si sente, non produce sofferenza più di quanta ne può produrre una temperatura di dieci o dodici gradi sotto zero. Ciò non impedisce che un orecchio lasciato incautamente scoperto possa irrimediabilmente congelare in una dozzina di minuti o meno. Con il vento, anche con un filo di vento, i trenta sotto zero diventano insopportabili. Si ha la sensazione di poter resistere qualche minuto, non di più. Poi si resiste per un'ora, per due, per dieci; e sembra davvero incredibile che si possa continuare a vivere e a muoversi e a parlare. Quel che il cinema e la televisione hanno finora trascurato è che sotto i trenta di freddo le rughe anche più mobili del viso si fissano d'improvviso, che le facce degli uomini cambiano, si fanno color grigio terra, si incordonano di fasci muscolari, appaiono sconvolte come le fisionomie degli astronauti, fotografati nello spazio in assenza di gravità; diventano facce di mummia. [...]


Ricordo bene che alcune delle autovetture in dotazione al quartier generale della Julia erano state approntate per la guerra nel deserto africano ed erano mimetizzate a macchie gialle e sabbia. Caduta la prima neve (eravamo già sul Don) fu richiesta qualche decina di chili di vernice bianca. Compilai il modulo, il generale Ricagno lo firmò e la vernice arrivò presto, per la verità.

Ma al primo gelo intenso gran parte della vernice si sfaldò e le vetture tornarono a essere mimetiche per i colori del deserto africano. Cadde anche la vernice bianca passata sugli autocarri e così anche questi riapparvero del loro originario colore scuro, verde scuro.

Sulla neve li si scorgeva a chilometri di distanza.

Devo certamente alla sorte il fatto di essere uno dei pochi superstiti tra coloro che erano nelle posizioni avanzate della Julia. L'essere stato provveduto di valenki è uno degli elementi di questa sorte. Certo, ero giovane; e avevo i ginocchi di ferro.

Ma vi sono altri elementi, almeno due altri.

Avevo una carta geografica dell'Ucraina. Era forse alla scala di un milione e mezzo o due, l'avevo strappata da un atlante scolastico sovietico trovato in un'isba. Era rossastra e bruciacchiata in un angolo, mi dispiace di averla non so dove - e come - perduta. Poi mi trovai ad avere una stupenda bussola di fabbricazione tedesca.

Era di plastica nera, un coperchio la chiudeva a cofanetto. Questa bussola la conservo ancora, mi capita di guardarla ogni tanto quando sono scorato e ho l'impressione di attraversare un periodo di avversità.

Bussola e carta servirono molto a me e ai miei compagnidi ritirata, sia per alcuni giorni durante i quali si rimase isolati, sia successivamente, quando vari attacchi sovietici ci ridussero a esigue pattuglie. Ma la bussola servì molto anche nei primi giorni della ritirata. Di notte, sotto le folate di neve, ogni tanto la consultavamo. Si formava un crocchio di ufficiali e di soldati, tutti volevano vederla e molti anche toccarla con le dita.

Io ne alzavo delicatamente il coperchio a scatto, gli sguardi si fissavano sulla punta fosforescente dell'ago che oscillava misteriosamente nel buio e, infine, tremolando, si assestava a indicare il nord. I respiri, trattenuti per un istante, riprendevano.

«Di là», dicevamo tendendo le braccia. Si riattaccava a marciare, pareva a me e forse anche ai miei compagni di bere un liquore forte e tonificante.

«Di là.»

Erano pochi i punti all'orizzonte da cui non si levassero bagliori d'incendi.