Carlo Vicentini, Noi soli vivi – Quando settantamila Italiani passarono il Don, Ugo Mursia Editore, Milano, 1997

 

Noi soli vivi copertinaNon credo nell’abolizione delle guerre; la storia del genere umano ci insegna, purtroppo, che questa è un’utopia. Nemmeno voglio discutere se esistono ragioni di ordine superiore agli individui, che le possano giustificare. Ho solo voluto citare qualcuno dei suoi effetti sui tapini che le devono combattere, non negli uffici degli Stati Maggiori, ma sul campo di battaglia.

Questi soldati, se hanno avuto la fortuna di tornare a casa, sono diventati reduci. Ogni guerra produce reduci diversi. […]

C’e una categoria particolare di reduci: quelli che alle esperienze sul campo di battaglia hanno aggiunto quelle della prigionia. Questa, sotto tutte le bandiere, è tutt’altro che piacevole e in qualche caso peggiore della vita al fronte, ma credo di non esagerare se affermo che i prigionieri in mano russa sono stati i più sfortunati. […] Poiché ne ho sottomano un esemplare – io stesso – cercherò di tracciarne il profilo.

È un uomo che non è più capace di vere emozioni; […] i rovesci che colpiscono lui e la famiglia vengono incassati, certo a malincuore […] ma senza afflizione, perché ha imparato che le disgrazie vere sono qualcosa di più serio.

È un uomo tollerante, quasi indifferente. Non si dispera se i ladri gli svuotano la casa o se perde il portafoglio, non inveisce se gli ammaccano l’auto […]. Forse ha imparato dai Russi un po’ del loro fatalismo […].

È un uomo che quando ha male alla pancia, ai denti, ha la febbre non lo dice a nessuno, se lo tiene e basta. […] Ha vergogna a lamentarsi, a esternare qualsiasi manifestazione di sofferenza, anche se il dolore è forte, lancinante. […] Quando si sono visti centinaia di feriti, gente con il ventre squarciato, […] con le mani imputridite dal congelamento e da tutti costoro non sentire […] una protesta, si è imparato che il vero dolore fisico ha dimensioni diverse da quello che oggi la gente gli attribuisce.

È un uomo che conosce sul serio cosa vuol dire fame e sa leggerla negli occhi degli altri. Che comprende cosa significhi “fame nel mondo”, ma sa che essa non si elimina con le elemosine. […] Non lascia mai nulla nel piatto anche se è sazio […].

È un buongustaio ma è pronto a mangiare qualsiasi intruglio: non s’arrabbia e non respinge il piatto troppo salato, quello poco cotto o colloso […].

Non butta nulla, tutto può servire ed accumula. Quando in passato pochi centimetri di stoffa, un foglio di carta, un pezzo di spago, un barattolo o un chiodo erano beni preziosi, anche in mezzo all’abbondanza non si è capaci di negare loro una qualche utilità. È un comportamento ridicolo ma che il reduce di Russia non è capace di abbandonare.

È un uomo che ha imparato a risolvere personalmente […] tutti gli intoppi […] che possono sorgere nella sua vita quotidiana; che sa arrangiarsi a fare il falegname, il muratore, […] il fabbro, il contadino perché ha visto che lo stato di necessità vera sa trarre dall’individuo risorse inimmaginabili. […]

Contento di essere vivo, considera regalato ogni giorno che passa, se pensa alle molte migliaia di suoi compagni che […] chiusero malamente la loro giovinezza in una terra e per una causa che non era la loro.