Da L'aurora a occidente, Mario Bellini, Bompiani, Milano, 1984

 

[9 dicembre 1942, n.d.r.]

I nostri reparti ripiegavano verso il sentiero del caposaldo Venere. I Russi erano intenti a rimettere ordine dei loro fitti caposaldi sconvolti.

A uno stato di grande concentrazione nervosa e di intensa reattività stava subentrando una strisciante certezza. Sotto i miei occhi era stato versato tanto sangue e le cose erano rimaste come prima. Ora noi e i Russi sapevamo entrambi di aver di fronte un avversario duro, combattivo, tenace.

Noi avevamo acquisito la certezza che il nemico aveva ammassato uomini e armi in gran quantità; avrebbe attaccato i nostri esili caposaldi sui quali avrebbe rovesciato una pioggia di fuoco. Sarebbe avvenuto domani, dopodomani, fra tre giorni, ma non c'erano dubbi che sarebbe avvenuto presto! Noi avremmo resistito: stanchi, con i nervi a pezzi, ma non avremmo ceduto.

Con questi pensieri nella testa, il tempo trascorse, tra l'impazienza e la malinconia, in quella buca dove eravamo rintanati dalle ultime ore della notte precedente. Il crepuscolo si avvicinava.

Osservavo il tenente russo, rassegnato, silenzioso, triste. Capii in quel momento che non c'è tristezza più profonda di quella nella quale un uomo piomba quando è fatto prigioniero. Dentro si spezza tutto; si produce l'emorragia inarrestabile di tutta l'energia vitale che si è accumulata. Mi sentii commosso da quella tristezza.

Avevamo preparato tutte le nostre cose, pronti all'ordine di rientro. Richiamai ancora il Comando. Perché dovevamo restare lì, se non c'era più niente da fare? Pericolosamente proiettati verso le posizioni nemiche, eravamo rimasti soli nella terra di nessuno; tutti erano rientrati o stavano rientrando dentro le nostre linee. Finalmente fu dato l'ordine. Ci avviammo silenziosamente.

Dopo qualche centinaio di metri notammo lungo il sentiero un assembramento di Camicie Nere. Udimmo delle grida. Quando fummo a portata di voce, chiesero: "Chi siete?"

"Pattuglia d'osservazione d'artiglieria" risposi.

Andammo avanti. Imprecazioni si mescolavano a espressioni di dolore e a gesti di disperazione.

Mi accorsi che in terra erano distesi i corpi senza vita di due ufficiali.

Notarono la presenza del prigioniero russo. "Ammazziamolo! Vendichiamoli!" Sentii queste grida ripetute più volte.

Recuperai freddezza e durezza. Arrestai il mio drappello.

"Colpo in canna e pronti allo sparo! Tu, Pirola, imbraccia il parabellum del Russo. Avanziamo facendo cintura intorno al prigioniero. Se vi do l'ordine, sparate!"

Anch'io imbracciai il mio mitra Beretta, pronto a usarlo.

Il tenente russo, muto e pallido, non mi toglieva gli occhi di dosso.

Ancora quelle grida: "Lasciatecelo! Lo ammazziamo!"

Prima di riprendere la marcia, parlai a quelle Camicie Nere: "I vostri ufficiali sono caduti con onore. Voi li state disonorando. Il nemico lo si uccide in combattimento; non lo si ammazza quando è prigioniero inerme. State bene a sentire! Abbiamo tutti il colpo in canna. Se farete il gesto di avvicinarvi, darò l'ordine di sparare. Se vorrete ammazzare il prigioniero, dovrete ammazzare anche noi."

Non risposero.

"Avanti, ragazzi" dissi ai miei uomini.

Li vidi tutti determinati a non cedere. Facendo cerchio intorno al tenente russo ci spostammo dal sentiero e avanzammo sul terreno irregolare. Sfilammo nel più assoluto silenzio. All'altezza del gruppo delle Camicie Nere, rimaste immobili e silenziose dopo le mie parole, detti l'alt. Quindi ordinai il presentatarm ai due caduti. Il gesto sconcertò quegli uomini esasperati. Faceva tanto freddo; eppure mi sentivo sudato.

Detti l'ordine di riprendere la marcia. In silenzio ci allontanammo. Rimettemmo in sicura le armi e lasciammo la terra di nessuno, avviandoci al caposaldo Venere.

Lasciai fuori gli uomini ed entrai con il tenente russo nel rifugio del tenente Montano per salutarlo. C'era con lui un altro ufficiale che non conoscevo. Mi era tornata un po' d'euforia. "Montano, il prigioniero è uno di quelli che voleva farci saltare in aria" dissi con tono scherzoso.

In un attimo il corpo del tenente russo fu proiettato contro la parete del rifugio, inchiodato in una posa da crocifisso; un rivolo di sangue gli scendeva da un angolo della bocca. Afferrai l'ufficiale sconosciuto che, come una tigre, era piombato sul prigioniero urlando frasi sconnesse, e lo aveva colpito. Il Russo era impietrito. Il suo sguardo mi penetrò come una lama. Profondamente umiliato, estrassi dalla tasca il fazzoletto e asciugai quel rivolo di sangue.

"Andiamo via" dissi a bassa voce.

Uscimmo e raggiungemmo Pirola, Zanni, Meregalli e Verducci che ci stavano aspettando. Il sole era già tramontato. Sotto la quota di Olimpo ci dividemmo. Gli altri rientrarono all'osservatorio; io e Pirola proseguimmo con il prigioniero fino al Comando di Battaglione.

Al momento del commiato, detti al Russo l'ultima tavoletta di cioccolata e un pacchetto di sigarette. "Buona fortuna" gli augurai.

"Spasibo (Grazie)" rispose.

I suoi occhi erano umidi. Mi sentivo immensamente stanco. Non erano le dieci ore di tensione e di freddo che mi pesavano; ero oppresso dalla tristezza del prigioniero. L'autocarro che lo portava al Comando di Divisione sferragliò con le ruote munite di catene e in una nuvola di gas e di vapore partì, allontanandosi nella notte.

Più tardi, nel tepore del rifugio, riferii al colonnello sull'azione della giornata. Fui chiamato dal generale Perrod: avevo fatto un eccellente lavoro. Soprattutto la cattura dell'ufficiale russo aveva eccitato i miei superiori. Per me fu diverso: mi sentivo prigioniero del prigioniero.